Briciole dalla mensa - 12° Domenica T.O. (anno A) - 21 giugno 2026
LETTURE
Ger 20,10-13 Sal 68 Rm 5,12-15 Mt 10,26-33
COMMENTO
«Lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori». La prima Lettura di questa domenica del Tempo Ordinario è tratta da un insieme di testi autobiografici, chiamati «confessioni di Geremia», nei quali il profeta, dialogando con Dio, elenca tutte le sue sofferenze e descrive in termini drammatici le difficoltà che incontra nel compimento della sua missione. Non solo questo profeta tragico ha dovuto rassegnarsi al celibato impostogli da Dio stesso, per simboleggiare in tal modo le tribolazioni del suo tempo (cfr. Ger 16,1-4), ma è stato privato anche di tutte le gioie dell’amicizia. Aggiungiamo pure l’insuccesso della predicazione e l’ostilità che questa gli ha attirato, e allora capiremo come egli abbia potuto giungere fino al punto di subire la tentazione di sottrarsi all’annuncio della parola di Dio e di rinunciare al suo compito. Credo di comprendere le ragioni per le quali alcuni, anche tra i preti migliori, talvolta lasciano il ministero, o sono tentati di farlo.
Ma c’è un’altra via d’uscita. In mezzo a tutte le difficoltà, il profeta è certo del soccorso del Signore, perché egli non combatte per sé, ma per il Signore, anche se giunge a provocarlo: «Perché vuoi essere come un forte incapace di aiutare? Eppure tu sei in mezzo a noi, Signore, il tuo nome è invocato da noi, non abbandonarci» (Ger 14,9).
«Signore, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!». Più di una volta la preghiera che Geremia rivolge al Signore non respira che vendetta contro i suoi nemici. Tali espressioni, che troviamo frequenti anche nei Salmi, suonano male ai nostri occhi: raramente, infatti, nelle nostre liturgie cantiamo i drammi della storia e le tragedie dell’umanità. Cantiamo più volentieri le melodie gregoriane, che profumano di antico e di alta spiritualità, piuttosto che la diuturna sofferenza e il grido di tanti fratelli che fanno udire oggi il loro lamento dai sotterranei della storia. La pietà di Geremia conosce i sentimenti di vendetta perché il male attorno a lui è davvero grande e insopportabile, ma nello stesso tempo, invocando la distruzione dei suoi persecutori, sa che il male non è invincibile e che Dio può ribaltare la situazione in ogni momento.
Sì, «lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori». La nostra pericope termina con un invito pressante a lodare JHWH, Signore dei poveri: i desideri vendicativi di Geremia si infrangono contro la dura roccia del suo amore misericordioso e vogliono solo far trionfare la giustizia di Dio, fortemente compromessa nella storia personale del profeta, colma di umiliazioni e di oltraggi.
«Tutti hanno peccato… Ma il dono di grazia non è come la caduta. Se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti». Non possiamo semplicemente accontentarci di opporre Gesù ad Adamo. La sovrabbondanza dell’amore di Dio in Gesù Cristo non si può commisurare al peccato dell’uomo e alle sue conseguenze. Il punto focale è quel «molto di più» procuratoci dall’azione salvifica di Gesù Cristo. La percezione di tale abbondanza fa parte della teologia paolina, manifestata anche in altri contesti. Per esempio quando l’Apostolo paragona le sofferenze del tempo presente con la gloria futura: «Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2Cor 4,17). In tutte le lettere di Paolo si manifesta questa certezza: l’abisso della salvezza non è l’inverso dell’abisso della colpa; è piuttosto la colpa che è un debole segno delle dimensioni inaccessibili della salvezza. In Cristo la tragedia dell’esistenza umana è non solo superata, ma travolta dalla sovrabbondanza dell’amore, che ricopre e supera tutto.
Il Vangelo ci esorta a vincere la paura di quello che potrà accaderci: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo». Anche questo austero passo del Vangelo è «buona notizia» che ci rivela come la coraggiosa professione della fede, preferendo l’attaccamento a Gesù a qualsiasi altro legame, sia la legge più profonda che sostiene la vita del discepolo.
Chi sono quelli che «uccidono il corpo»? Sono tutti coloro che alimentano l’odio e la persecuzione. Ma non bisogna avere paura, perché il grande progetto del regno di Dio sarà presto reso manifesto a tutti. Ciò che ora si può appena mormorare all’orecchio sarà proclamato «sui tetti». Non dobbiamo perderci di coraggio se oggi domina l’ideologia nefasta del rifiuto dello straniero e del povero; se l’uso di armi potentissime contro popolazioni inermi è ritenuto una prassi normale, che sostituisce il dialogo della politica; se la verità dell’informazione è stravolta e domina un’economia di rapina che uccide la vita e la speranza di molti. Anche molti cristiani, purtroppo, obbediscono al capopopolo di turno piuttosto che al Vangelo. Dio però ha un altro piano e giungerà a realizzarlo.
«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo». Una volta, in uno dei miei viaggi in terre perdute, un mio amico monaco iracheno, vissuto sempre in scenari di guerra e di violenza, alla domanda se non avesse paura di morire, mi rispose con un sorriso: «E perché dovrei aver paura? La morte è solo un cambiamento di luogo». Gli uomini possono accanirsi contro la vita del corpo, possono anche soffocarla, distruggerla, ma non hanno alcun potere sulla vita vera, che sfugge ad ogni attacco. L’esistenza vera dell’uomo è quella che riconosce la propria sorgente in Dio e si compie in Lui. La morte, invece, è l’esistenza - simile a quella di un’ombra - dell’uomo che ha smarrito la sua vicinanza con Dio e la relazione con il fratello. La vera vita, che Dio assicura in maniera definitiva, non può essere diminuita né tolta dagli uomini, neppure attraverso una morte violenta.
«Voi valete più di molti passeri!». Il Padre veglia sulla sua creazione, compreso ciò che si compra per niente, come un passero. Di fronte ai rischi della missione, e anche alla rinuncia da parte di numerosi inviati, il discepolo che vuole mantenersi fedele deve avvertire di essere oggetto della tenerezza del Padre che è nei cieli. Chi avrà mantenuta integra la sua professione di fede, come i profeti e i martiri, troverà in Gesù un difensore al momento del giudizio.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Tutto nasce dalla compassione per il nostro ‘basso stato e frale’, o fragile, dice il poeta. I discepoli che Gesù prepara, e in primis gli apostoli, ricevono le istruzioni e i ‘poteri’, cioè la facoltà di esercitare la compassione: guarite, consolate, liberate… Ci riguardano, sia si abbia l’investitura sia che no: ognuno è ‘inviato’ in un punto dello spazio e del tempo per essere quel che è. Abbiamo sempre un prossimo che ci riguarda e siamo noi stessi pecore senza pastore, sfinite, vinte.
Si può dire che Gesù, ‘non arrivando dappertutto’ e in vista del ritorno al Padre, prepari una squadra di pronto intervento, visto che la messe è molta, la terra è un campo dopo la battaglia, i superstiti vagano senza meta. Altri non la cercano e sono annoiati, altri non la trovano e sono oppressi.
La Chiesa è un ospedale da campo, dicono i papi. Ora sono discepoli per essere poi operatori della compassione. Un lavoro non privo di rischi, i prepotenti si opporranno ed essi saranno perseguitati, uccisi. Gli uomini non si lasciano salvare facilmente. Gesù spiega che la morte non va temuta: la vita sta, pro tempore, nel corpo come in un contenitore. Chi vive è l’anima cosciente. Così si diventa liberi. Anche la scienza moderna, per quel che può valere, indaga la realtà esistente oltre la materia.
Ogni cosa sarà manifesta e alla menzogna nessun potere se non apparente e di poca durata. Istruzioni: non temere chi minaccia, non temere chi calunnia e dice ogni sorta di male mentendo. L’hanno fatto con me, dice Gesù, lo faranno con chi mi rappresenta. I discepoli saranno trattati come nemici: si fanno fuori nel valore, nella credibilità prima di essere eliminati.
Eppure sappiamo che la vita non è nostra, che è una straordinaria, impagabile concessione: siamo coscienti di essere dati a noi stessi. Ma ci attacchiamo a quel che ci passa fra le mani come se fossimo quella roba lì, il nostro tesoro. Resistiamo fino alla fine. La parabola dei vignaioli omicidi insegna. Facciamo le guerre allora, evitabili sapendo che la terra è un condominio da governare insieme.
In fondo l’insegnamento di Gesù richiama la ‘sapienza’ umana, è comprensibile e su di essa innesta la rivelazione divina.
San Pietro esortava ad umiliarsi sotto la potente mano di Dio gettando in lui ogni preoccupazione, ansie connesse, anche la paura di perdersi in Dio. È notevole: gettare, cioè scaricare, ogni preoccupazione come se si trattasse di un bagaglio infetto, viene definito un gesto di umiltà. Quindi preoccuparsi non sta alla responsabilità quanto all’orgoglio! Non è facile rendersene conto. Ma tant’è: le ansie e le preoccupazioni non hanno campo, non abbiamo sulle cose più diritto di colui da cui tutto viene.
Due passeri non si comprano per un soldo? Eppure volano ed è un prodigio. Anche i capelli sono contanti e non c’è vantaggio se sono molti ad averne pochi in testa. Di che preoccuparsi allora?
Per contro Kafka interpreta efficacemente la crisi della modernità occidentale con l’episodio della colomba inviata da Noè ad esplorare il mondo di fuori, se mai la terra sia riemersa. L’uccello volteggia intorno all’arca e poi rientra al sicuro, al già noto. Si direbbe nell’utero. Ripiegamento, rinuncia. Ulisse non ci rappresenta più. Qualcuno parla della ‘fine della storia’, ma è la fine dell’Occidente e i singoli ne fanno prova: attaccati a questa vita che non è nostra ci si rifiuta di morire a sé stesi e di rinascere in Gesù. Mentre Lui, dando sé stesso, ci chiede il permesso di risorgere in noi. È il mistero dell’Eucarestia. Non si può negare che l’accoglimento di questa dinamica trasformativa è stato ed è sempre il motore della Storia e delle storie.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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