Briciole dalla mensa - Festa del SS. Corpo e Sangue di Cristo (anno A) - 7 giugno 2026
LETTURE
Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58
COMMENTO
Solennità del Corpo e Sangue di Cristo: cibo e bevanda di vita eterna.
Prima di entrare nella Terra promessa Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto». C’è sempre un legame tra gli avvenimenti del passato e il presente. Nella storia della salvezza, ciò che è accaduto un tempo al popolo d’Israele nel suo peregrinare per quarant’anni nel deserto, trova anche nel nostro oggi la sua attualità. Come a dire che la generazione del deserto siamo noi, ed è a noi che è rivolta oggi la Parola, perché la ricordiamo, cioè la custodiamo nel cuore. Nel deserto Dio mette allo scoperto il cuore dell’uomo. E il cuore, nella cultura semita, è la sede degli orientamenti profondi e della riflessione. Nel deserto Dio vuole sapere se siamo o non siamo legati a Lui in modo assoluto.
Ricordati che nel deserto Dio «ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna».
Umiliare vuol dire far sentire a qualcuno la sua povertà. Questo, riferito all’oggi, quando molti sono tentati dall’orgoglio per l’abbondanza dei beni posseduti, o per una presuntuosa autosufficienza, significa rifare l’esperienza di una dipendenza totale da Dio: tutti i beni che abbiamo a disposizione sono un dono di Dio. L’umiltà, dunque, è un atteggiamento fondamentale nelle relazioni con il Signore, non solo nel passato, ma pure nel presente.
A questo punto ci chiediamo: per quale motivo Dio dona la «manna» nel deserto, questo cibo che «i padri non avevano conosciuto»? La dona perché vuole far «capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore».
Un tempo la manna aveva ridato vita al popolo affamato e noi oggi, se vogliamo vivere, dobbiamo anche noi nutrirci «di tutto ciò che esce dalla bocca del Signore». Abituati alla citazione del Vangelo, identifichiamo subito questa espressione con la parola di Dio contenuta nelle Scritture. Ma, nella teologia della creazione per mezzo della Parola, «ciò che esce dalla bocca del Signore» significa, anzitutto, ogni cosa creata: la luce e le tenebre, il cielo e la terra, i fiori, le piante, gli uccelli, i pesci, gli animali piccoli e grandi, i mari e i fiumi, le colline e le montagne, l’uomo e la donna. Non c’è vita per l’uomo se distruggiamo la creazione. Allora, in un tempo come il nostro in cui siamo tentati di «innalzare il nostro cuore» pensando di poter vivere contando solo sulle nostre forze, e di disporre a nostro piacimento di tutte le cose - e anche delle persone - è bene ritrovare la certezza di fede che i beni che danno la vita sono dovuti alla parola creatrice del Signore, e come tali vanno rispettati, perché sono essi che nutrono la nostra vita.
Ma è cosa buona insistere anche nell’altro aspetto: ciò che esce dalla bocca del Signore è la parola, per mezzo della quale il Signore non solo crea il mondo, ma pure chiama all’esistenza e mantiene in vita il suo popolo. Questa interpretazione spirituale è stata ripresa dall’autore del libro della Sapienza nella sua meditazione sul miracolo della manna: «Perché i tuoi figli, che hai amato, o Signore, imparassero che non le diverse specie di frutti nutrono l’uomo, ma la tua parola tiene in vita coloro che credono in te» (Sap 16,28).
Umiltà, dipendenza, donazione del cuore, osservanza della legge di Dio, meditazione della Parola: ecco ciò che tiene in vita il popolo di Dio.
Questa rilettura dell’esperienza dell’esodo trova il suo coronamento nel Vangelo di Giovanni, che paragona la manna al pane dato da Cristo. Ormai è Lui che, nella sua Parola e nei segni che compie, nella sua umanità piena della verità e della vita di Dio, è Pane vero, nutrimento per l’umanità in esodo verso il suo stato definitivo: “Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo»”.
Domandiamoci ora se il discorso di Gesù, tenuto nella sinagoga di Cafarnao, abbia un significato esclusivamente eucaristico, relativo cioè a ciò che avviene nella Messa. Se fosse così se ne restringerebbe di molto l’importanza. Gesù si rivela come «il pane della vita» in tutto quello che fa, in tutta la sua attività messianica. Tutta la sua umanità è pane. Ma si afferma come tale, in un modo del tutto particolare, anche nell’Eucaristia, che si offre a noi come il simbolo e il segno più efficace del Cristo salvatore. In nessun’altra parte Cristo è pienamente e realmente ciò che è, quanto nell’Eucaristia, il «sacramento» per eccellenza di Gesù, pane di vita. L’Eucaristia non è solo il memoriale della morte di Cristo; e non è nemmeno solo annuncio e speranza di una salvezza che otterremo definitivamente al momento del ritorno glorioso del Signore. L’Eucaristia è presenza viva del Salvatore, dono attuale di vita eterna, «farmaco di immortalità», come dicevano i Padri.
Nella regola monastica che pratichiamo da più di 40 anni leggiamo: «Nell’Eucaristia è tutto: tutta la creazione, tutto l’uomo, tutta la storia, tutta la grazia e la redenzione: tutto Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: per Gesù, Dio e Uomo, nell’atto, operante in noi, della sua morte di croce, della sua risurrezione e ascensione alla destra del Padre, e del suo glorioso ritorno» (G. Dossetti, La Piccola Regola).
Così si esprime san Paolo parlando dell’Eucaristia: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Permettete che il commento a questo brano di san Paolo ai Corinzi lo faccia sant’Agostino: “Se vuoi comprendere il corpo di Cristo ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: «Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra» (1Cor 12,27). Se dunque siete voi il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro mistero: il vostro sacro mistero ricevete. A ciò che voi siete, rispondete: Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Odi infatti: «Il Corpo di Cristo» e rispondi: «Amen». Sii veramente membro del corpo di Cristo, perché l’Amen sia vero.
Perché allora nel pane? Qui non portiamo idee nostre, ma udiamo lo stesso Apostolo che, parlando di questo sacramento, dice: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (1Cor 10,17). Comprendete e gioitene: unità, verità, pietà, carità. «Un solo pane». Chi è quest’unico pane? «Pur essendo molti, siamo un corpo solo». Riflettete che il pane non si fa con un solo chicco di grano ma con molti. Siate quello che vedete, e ricevete ciò che siete”. (Sant’Agostino, Discorsi, 272).
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Corpus Domini. La Chiesa esce dalle chiese ed incontra la città, la pervade, la segna. L’espressione pubblica mite e festosa della fede in un rapporto salvifico tra il cielo e la terra (nella fattispecie la città degli uomini), non ha niente da spartire con le manifestazioni pubbliche con cui le nazioni, i regni, i gruppi sociali cercano visibilità e affermano potere. Qui l’onore è conteso, là, nei cortei religiosi, l’onore è dato.
In generale l’espressione pubblica dei valori condivisi ‘fa’ la comunità, dà il senso di appartenenza, è un’affermazione dell’identità collettiva. Stando alla cultura e alle derivazioni religiose confluite nella tradizione popolare italiana, Benedetto Croce, il filosofo, poteva dire degli Italiani: “Non possiamo non dirci cristiani”. Se questo bastasse potremmo religiosamente accettare l’aborto, potremmo piamente giustificare il riarmo in vista di un nemico prossimo venturo, in barba ai sacri valori del Cristianesimo e della Costituzione. Si vis pace para bellum, vale ancora ma si omette di riconoscere che il detto fu coniato da una potenza imperialista.
In conclusione, se ci allietano i cortei del Corpus Domini che richiamano una rasserenante condivisione di riferimenti religiosi (per quanto socialmente non più operanti), se ci allieta trovarci immersi nell’atmosfera festosa delle ‘infiorate’ su cui procedono i parroci che recano l’ostensorio sotto l’ombrello d’onore con le confraternite in divisa e la folla che canta e prega, tutto questo non sostituisce la necessità di un confronto personale col ‘Segno’, il centro dell’annuncio: l’Eucarestia.
Capita che si dica per desiderio di amore: ti mangerei, ti mangio con gli occhi. Lo dicono i fidanzati, lo dice la mamma al suo bambino ed in effetti i suoi baci più calorosi sono baci-morsi. Lui strepita ed è felice. È una metafora, lo so, ma resta il fatto che ‘mangiare l’altro’ è un’espressione fisica di un amore spirituale. Un bisticcio linguistico.
Con Gesù la cosa ha un senso concreto. Effettivamente Egli dà sé stesso, la sua carne e il suo sangue e istituisce così l’Eucarestia. Non è più una metafora, non un ‘qui pro quo’, un’apparenza, una magia… Perciò prima di tutto la fede, secondo l’amore. Così recita la sequenza: quel pane è vera carne, quel vino è vero sangue, secondo quel che succede poche ore dopo l’ultima cena. Non si può equivocare: Gesù dà se stesso sulla croce. Non c’è niente di bello da vedere, è tutto e solo dolore come è per tanti crocifissi di ieri e di oggi. Il dolore è lo stesso di ogni uomo. Ma ciò dice anche quanto grande sia il suo amore se Egli ha fatto ciò liberamente per ‘amicizia’. Quella ‘sua’ croce, e non tutte le croci che si innalzano al mondo, è luogo di salvezza per quel ‘suo’ amore. Chi mangia di me mangia il mio amore. È un’altra cosa che non tutti capiscono: non ci salva l’obbedienza, neppure le prestazioni, le qualità, né la nostra capacità di amare. L’amore stesso è venuto dall’alto in Gesù e si offre a tutti. Chi ne sa e ne mangia è felice, chi non ne vuol sapere non ne sa.
La celebrazione del Corpus Domini ne è la testimonianza pubblica, ad onta di quanti vorrebbero ridurre la fede a sola questione privata.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
Strada Durisi, 12 - 30021 Marango di Caorle - VE
0421.88142 pfr.marango@tiscalinet.it