Briciole dalla mensa - Festa della SS. Trinità (anno A) - 31 maggio 2026
LETTURE
Es 34,4-6.8-9 Dn 3,52-56 2Cor 13,11-13 Gv 3,16-18
COMMENTO
La Liturgia della Parola di questa domenica ci presenta, con sobria essenzialità, il mistero della Santissima Trinità. Prima di ogni teologia speculativa, pure necessaria per comprendere, siamo posti oggi davanti al mistero di Dio che si rivela come il Dio “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”.
La prima Lettura è presa dal capitolo 34 del libro dell’Esodo, e rappresenta il punto culminante di una narrazione che aveva preso l’avvio con il racconto del vitello d’oro, al capitolo 32. Dio aveva ordinato a Mosè di tagliare due tavole di pietra uguali a quelle che il profeta aveva spezzato a causa della rabbia e dello sdegno provati nel vedere il popolo adorare il vitello d’oro. Sarà Dio stesso a scrivere su queste nuove tavole le stesse parole che c’erano nelle tavole precedenti. È il segno evidente che il popolo di Israele è stato perdonato e che Dio da parte sua ha nuovamente stabilito con lui un rapporto di alleanza e di fedeltà.
Infatti, così riprende il libro dell’Esodo: “Il Signore scese nella nube, si fermò presso Mosè e proclamò il nome del Signore”. Ad una prima lettura non è del tutto evidente se a fermarsi e a proclamare il nome divino sia stato Dio o Mosè. Dobbiamo leggere il versetto successivo per trovare l’interpretazione più chiara. Chi pronuncia il nome divino è chiaramente Dio stesso: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Di fronte alla rivelazione del nome, Mosè può solo prostrarsi e adorare: «Si curvò in fretta fino a terra e si prostrò».
Il Dio che, attraverso il suo nome, si fa conoscere come il Dio che giudica e perdona, tiene fede alle sue prerogative perdonando il suo popolo peccatore. L’uso frequente, in tutto l’AT, della formula: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore fedele», è una eloquente testimonianza della centralità di questo modo di intendere la realtà di Dio. Anche quando si fa conoscere attraverso le pagine della Prima Alleanza, non è il custode di una Legge severa da osservare, ma un Padre di misericordia che è capace di amare e perdonare i propri figli, anche quando trasgrediscono la Legge, anche quando infrangono l’Alleanza e l’amicizia con lui.
Ci fu un tempo in cui il popolo poteva dire con orgogliosa sicurezza: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto» (Es 24,7), ma questo avveniva prima della triste avventura del vitello d’oro. Il patrimonio di fede che Israele apprese allora a stimare fu che Dio aveva continuato a perseguire il suo progetto originale di scegliersi un popolo come sua particolare proprietà, di allearsi con lui, nonostante il grave peccato di infedeltà. Il suo amore è «per mille generazioni», mentre punisce la colpa dei padri solo «fino alla terza e alla quarta generazione».
Questa rivelazione del nome giunge a compimento nel NT quando, nell’incontro notturno con Nicodemo, Gesù dice: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Gesù è il dono dell’amore di Dio per l’umanità. Dio Padre si comporta come Abramo, che è stato capace di privarsi del proprio figlio e in questa offerta ha trovato la benedizione ed è diventato padre di una moltitudine. Si può dire, allora, che anche Dio è stato mosso dalla fede, donando suo Figlio, e questo Figlio donato non è andato perduto, ma a sua volta ha donato al Padre una moltitudine di figli.
Il dono è stato deciso “in principio” (Gv 1,1) ma si è andato realizzando nel corso della storia e culminerà al momento in cui Gesù sarà «elevato in alto», come dono totale di sé, al fine di comunicare la vita, quella di Dio.
Il disegno di Dio non opera discriminazioni, perché il Padre offre la vita a tutti, senza eccezioni. Se qualcuno non l’ottiene è perché respinge la sua offerta, negando l’adesione a Gesù: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
La manifestazione dell’amore di Dio e il dono del Figlio unico, sono descritti in termini di missione. L’amore di Dio è la ragione dell’invio del Figlio, ciò che muove la sua volontà. E lo scopo è quello di salvare ogni uomo. Rimane esclusa ogni interpretazione negativa: «Non per condannare, ma perché il mondo sia salvato». Così è scritto.
Nel Figlio, dono e prova dell’amore di Dio, splende unicamente il suo amore e la sua lealtà verso l’uomo. Dio, non solo non opera discriminazioni all’interno del popolo di Israele, ma neppure fra Israele e gli altri popoli. É finito il privilegio del popolo eletto, perché ora il dono della salvezza è destinato all’umanità intera: «Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».Sì, chiunque! Salvarsi, passare dalla morte alla vita, è possibile a tutti, attraverso la fede in Gesù, il datore dello Spirito.
«Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». Per la prima volta, nel Vangelo di Giovanni, appare la denominazione «il Figlio» applicata direttamente a Gesù. Egli è «il Figlio dell’uomo» (3,13.14) e anche, senza separazione o confusione, «l’unigenito Figlio di Dio» (3,16.18) in cui si uniscono l’origine umana di Gesù e il suo essere «in principio, presso Dio». Non c’è una umanità più piena e significativa dell’umanità di Gesù: Egli è l’inedito dell’uomo. Dante, nel I canto del Paradiso, parla di trasumanar, un termine usato una sola volta, per indicare il superamento della natura umana e il suo avvicinamento alla divinità. In Gesù è questa umanità che rende presente la pienezza di Dio. Possiamo dire con verità: Dio è Gesù.
Con ammirabile semplicità e verità un bambino che si preparava alla prima comunione mi disse poco tempo fa: «Dio ha il volto di Gesù». E allora possiamo interpretare così la finale del prologo di Giovanni: «La Legge, donata da Dio al popolo per mezzo di Mosè, fu un dono prezioso. Il dono del Figlio, mandato dal Padre nel mondo, è il segno di un amore fedele e misericordioso, manifestato ora in tutta la sua pienezza e definitività» (cfr. Gv 1,17).
La vera adesione a Gesù vede in Lui il Figlio unico di Dio, l’icona visibile di un Dio invisibile. Donando suo Figlio, Dio offre all’umanità intera la pienezza della vita che è in Lui: così, attraverso il Figlio unico, Dio avrà altri figli. Il Figlio li fa nascere mediante lo Spirito, dando loro la capacità di diventare figli tramite la pratica dell’amore simile alla sua. San Paolo ce ne offre una esemplificazione: «Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito santo siano con tutti voi» (2Cor 13,11.13).
La Trinità? Sant’Agostino diceva così: «Il Padre è colui che ama, il Figlio è l’amato, lo Spirito è l’Amore tra i due».
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Inizia il tempo ordinario che non è proprio ‘ordinario’ nel senso di cosa di poco conto. In realtà è il tempo dello Spirito Santo. Concluso l’annuncio, dati i fondamenti della salvezza nel tempo pasquale, inizia il tempo della Pentecoste. Non si dice, ma è così. A ben pensarci, la Pentecoste, che è ciò a cui tende la rivelazione, il dono della vita nel pensiero di Dio, non si conclude con la celebrazione del cinquantesimo giorno, ma prosegue nel ‘nostro secolo’. Vita nuova nello Spirito, nel pensiero di Gesù, una meraviglia.
La liturgia afferma l’essenziale, il principio, la Trinità secondo l’espressione di saluto che san Paolo rivolge ai Corinzi, passata nella dossologia: la grazia del Figlio, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito.
Così inizia il tempo in cui torniamo a noi, come già i discepoli dopo l’Ascensione. Si direbbe ‘tempo feriale’ che noi, se non stiamo attenti, riempiremmo di faccende e di interessi: ‘basta, abbiamo pregato, ora veniamo alle cose concrete’. Non è così. Ora si vede l’effetto, il sedimento del tempo pasquale, se la fede qualifica i nostri giorni e se anteponiamo al nostro il pensiero di Gesù. Per questo si può dire che inizia ora l’opera nostra e la responsabilità.
Siamo come i giovani che han preso il diploma, finito lo studio ora c’è da applicare la lezione. Ma non siamo soli: la Chiesa è la nostra famiglia, lo Spirito è nei nostri paraggi. I discepoli tornano nel ‘secolo’, per essi Gesù ha pregato perché non siano tolti ma preservati dal mondo. Il motto di un santo prete era: nel mondo ma non del mondo.
È in modo particolare il tempo della carità cioè della benevolenza in nome di Cristo, che è comunione nello Spirito. Tempo del cristianesimo come umanesimo, già perché se la fede non passa nel comportamento resta una ideologia vuota.
Tempo del pensare e dell’agire come Gesù, consapevoli della distanza che rimane. Ma l’intenzione ci fa simili ai santi: dove c’è odio fa’ che io porti amore, dove c’è disperazione la speranza…
Il tempo ordinario è il tempo in cui stabiliamo se il mondo debba essere una fraternità o una giungla, che neanche le bestie selvatiche sanno essere così feroci! La creazione stessa, dice Paolo, attende la rivelazione dei figli di Dio o della ‘salvezza’ che gli esseri umani possono rappresentare per loro, i nostri fratelli minori a detta dei santi. Ce n’è da fare, ma è bello. Allora è il tempo della lode a Dio che ha creato il mondo e ce ne ha fatto signori. I popoli cosiddetti primitivi lo sanno e dicono della proprietà privata: è come dividere la pelle della propria madre, o sfruttarla, rapinarne le risorse e far le guerre per questo. È il tempo della missione, per ricondurre il creato al Padre.
Se abbiamo riconosciuto ed accolto come necessario il sacrificio di Gesù, cosa che cambia le nostre procedure mentali, i giudizi sulle cose, tutto riparte di nuovo. La sua morte per croce e la sua risurrezione, accolte come fatti e non come mito, ci rigenerano momento per momento e sentiamo la libertà: non siamo più il prodotto dei nostri pensieri, delle ansie, delle preoccupazioni di cui si nutre l’orgoglio. Ragioni ‘sante’, diciamo per giustificarci. Rimuginare altre soluzioni è come rimestare argomenti funzionali all’ego, perché “vana è la salvezza dell’uomo”, dice il salmo 60. Possiamo noi forse amare il prossimo o Dio o noi stessi da soli? E se anche fosse, non ci troveremmo Cristo come compagno? È il tempo del Figlio: l’amore al prossimo, alla creazione, al coniuge, ai figli, a chi è passato, a chi non ci ha fatto del bene… sono forme di una vita portata al suo senso compiuto. Gesù insomma.
Inizia così il tempo ‘ordinario’ a partire dalla celebrazione del mistero rivelato di Dio, che è Padre, Figlio e Spirito.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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