Briciole dalla mensa - 6° Domenica di Pasqua (anno A) - 10 maggio 2026
LETTURE
At 8,5-8.14-17 Sal 65 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21
COMMENTO
Chi pensa ancora che i diaconi sono “presi a servizio” per badare innanzitutto alle mense dei poveri? Dalla lettura degli Atti degli Apostoli, che parlano della loro istituzione, non pare che sia esattamente così. Nella comunità, che fino ad allora era stata omogenea per cultura e tradizione, erano sorti dei problemi, e anche grossi: un buon numero di giudei, provenienti dai paesi dove un tempo erano emigrati, erano rientrati a Gerusalemme. Fin qui nessun problema, ma queste persone, molte delle quali avevano abbracciato la nuova fede cristiana, parlavano solo il greco. I giudeo-cristiani temevano che questo fatto nuovo, e per certi versi inaspettato, portasse in breve tempo a pericolosi cambiamenti nel costume e nella prassi della comunità. Il servizio alle mense, dove evidentemente questo gruppo veniva discriminato, aveva fatto emergere il problema, fino a farlo scoppiare. La Chiesa, investita drammaticamente da questioni che la potevano distruggere, aveva scelto la via del confronto nella verità, coinvolgendo tutte le parti. In questo contesto nascevano i diaconi.
Questo nuovo ministero nella Chiesa svolgeva innanzitutto una funzione di mediazione culturale, di aiuto all’integrazione con la comunità più ampia, nel rispetto delle diversità di ciascuno. I diaconi dovevano essere uomini pieni di saggezza, capaci di interpretare i grandi cambiamenti della storia e la pluralità delle culture. Allora come anche oggi. Non si può essere diaconi di sacrestia, ma uomini di frontiera. Non statue liturgiche, ma profeti che abitano tutte le periferie per convocare tutti alla mensa del Regno. In secondo luogo, il diacono svolgeva un importante servizio alla parola di Dio. Era catecheta ed evangelizzatore. E serviva anche alla mensa dei poveri.
Ma veniamo alle letture odierne. Leggiamo nella prima lettura, dal libro degli Atti degli Apostoli: “Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo”. Il primo martire, il diacono Stefano, non è morto servendo a tavola, ma rendendo testimonianza alla Parola della salvezza, che si compiva nell’avvento del Signore Gesù: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Filippo predicava. Dunque, il ministero dei diaconi è la predicazione della Parola, ed essi devono essere scelti non solo per la loro saggezza, ma per la loro effettiva capacità di annunciare il Vangelo, con competenza e senza paura. Non solo: la predicazione, per essere credibile, ha bisogno di essere accompagnata dai “segni”. La folla prestava attenzione alle parole di Filippo, “sentendolo parlare e vedendo i segni che compiva”. Qui ci siamo e non ci siamo. Si fa ancora troppo poco.
Forse ancora non si può dire che apparteniamo ad una Chiesa che si lascia plasmare dalla Parola e che responsabilmente la annuncia a tutti: ho l’impressione che stiamo tornando indietro. Viviamo in una Chiesa ancora troppo concentrata su riti autoreferenziali: non l’Eucaristia che ci insegna ad amare fino a donare corpo e sangue, in memoria di Cristo, ma cornice di eventi e di celebrazioni mondane, con sfoggio di paramenti e lustrini. Dove è pure importante tenere le mani giunte come si deve.
Anche i segni della carità sono spesso stanchi e ripetitivi. Si preferisce una carità che sia remunerativa, anche sul piano economico. Stiamo perdendo velocemente la dimensione della gratuità e della assoluta fiducia nella Provvidenza. C’è una carità senza profezia.
“Gli apostoli, a Gerusalemme, vennero a sapere che la Samaria aveva accolto la parola di Dio”. É interessante notare che l’opera missionaria del diacono Filippo precede l’opera degli apostoli. É il diacono che annuncia la Parola e battezza. L’apostolo impone le mani e invoca il dono dello Spirito: è il sigillo all’opera missionaria, l’attestazione e il riconoscimento della sua veridicità evangelica. Ci sarebbe materiale sufficiente per un necessario approfondimento e per una nuova partenza missionaria affidata al ministero dei diaconi nella Chiesa.
«Adorate il Signore,Cristo, nei vostri cuori, sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». La pericope, tratta dalla prima Lettera di Pietro, iniziava con una esortazione a non temere gli uomini, anche quando dovessimo soffrire per causa loro. Avere paura significherebbe in qualche modo rendere loro un culto, riconoscere il loro potere e subirne tutte le conseguenze. Occorre invece «adorare il Signore, Cristo», «pronti sempre a rispondere a chiunque». Il testo richiama il clima di un processo. Non bisogna «preparare prima la difesa», ma occorre «essere pronti» a rendere conto della propria speranza, con lucidità e chiarezza, in modo convincente.
Questo è possibile perché i discepoli del Signore sono un popolo profetico e l’annuncio della verità è posto sulla bocca di tutti, per la grazia dello Spirito: «Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). I cristiani, ai quali è affidato il servizio della Parola, non possono trovarsi nella incapacità di giustificare la professione della propria fede. Ce n’è per tutti, e non solo per i diaconi. Con un’attenzione particolare: «Questo sia fatto con dolcezza e rispetto». Il volto del cristiano non deve mai contrarsi nella violenza e nella tensione.
Così ci dice il Signore, nel vangelo di Giovanni: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Quanti sono i comandamenti da osservare? Uno solo: «Amerai il Signore, Dio tuo, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27). Altrove Gesù dice: «Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15,12). Tutto viene deciso da un unico amore, che unisce cielo e terra, tempo ed eternità, Dio e l’uomo.
«Il Padre vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre». Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Egli è colui che sta presso i suoi, li consola, prende le loro difese, intercede in loro favore, li precede con umile determinazione sulle strade del Regno.
Ma ora Gesù, dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, in quell’ultima memorabile cena, sta per andare via. Condotto a morire. Abbandonato e tradito da tutti i suoi. Ma non andrà via per sempre. Il Padre manderà «un altro Paraclito». Prima della Pasqua lo Spirito del Padre, presente in Gesù, stava «presso» i discepoli. Dopo la risurrezione questo “dolce ospite dell’anima” è entrato nei cuori dei discepoli: è Dio «in noi». Il discepolo non è lasciato nella solitudine di chi è orfano d’amore. Nel dono dello Spirito conosciamo che Gesù è nel cuore del Padre, che noi dimoriamo nel cuore di Gesù e, reciprocamente, che Gesù trova la sua abitazione in noi. Facciamo parte di una famiglia. Divina.
Gesù ci dice anche un’altra cosa: «Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». Usciamo allora dal tempio e andiamo per le strade; cerchiamo Cristo nelle periferie, ai bordi delle strade, nei crocevia di metropoli disumane: Egli è lì e ci precede. Il Risorto l’ha detto: «Vi precedo in Galilea». Così diventeremo tutti diaconi dell’Amore.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Strana la vita, spesso passata senza chiedersi che cosa ci sia da sapere, da ‘realizzare. Per molti è solo la storia, la cronaca addirittura, il lavoro, il telegiornale della sera… Il giorno è uno spazio da riempire. I rapporti sono scontati, abitudinari. Non basta dire che Dio c’è. Perché cercarlo e cos’è questo Dio? Un’idea che placa l’ansia o un segreto senso di colpa?
Chi è Gesù che si fa uguale al Padre? Che senso ha per me se non ne ha per gli altri? L’indifferenza diffusa spinge a trovare la ragione di cui parla Pietro: da rendere a chi chiede conto del perché credere.
Perciò chi ‘conosce’ Dio coabitando con lui è un benefattore. Cercarlo così è un’esigenza personale e un beneficio per chi sta attorno.
Senza di che, non ci sono grossi motivi per essere contenti di come funzionano le cose né di come funzioniamo noi stessi. A me pare. Ma lo Spirito, in incognito, non ci lascia tranquilli: soffia e suggerisce che il ‘senso’ c’è, là fuori e non ci proteggerà il rifiuto di vederlo. Noi cerchiamo la vita, quella vera. Quella che dà gioia, che riempie, che non muore. Una vita da Dio. Nessuna immaginazione può farne le veci.
Ho rivisto un ragazzo che passa i giorni chiuso in camera, da anni. Tace e mi interroga. Gli direi: mio giovane amico, la vita ‘a tempo’, la vita così com’è non attira neanche me. Cerco Dio ma non come idea, come pensiero: come un compagno, un amico vicino al quale le ore danzano felici, le cose si ammantano di colori ed io mi sento sicuro e in pace. Niente di meno è una sufficiente ragione per vivere. Cerco le cose belle, ma di una bellezza che non trova parole neppure in poesia. “Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova…”, sono le parole di Agostino nel conoscere Gesù. Cerco relazioni amichevoli, gustose come i frutti maturi del giardino. In questo credo che anche tu ci possa stare.
Cercare Dio è cercare di averlo in sé stessi. In parole più coraggiose, essere come lui. Pazzesco? È quel che dice Giovanni nel suo Vangelo: Gesù è il Figlio di Dio, generato dal Padre, prende un corpo come il nostro per viverci ‘da Dio’, amando il prossimo, compreso te e me, fino a prendere su di sé il peso che abbiamo sulle spalle e che ci fa tristi, lasciandosi poi morire in croce per dare sé stesso, carne e sangue, ed entrare in noi come siamo e darci la sua anima di figlio unito al Padre. Diventiamo così figli di Dio nel Figlio. C’è un’altra soluzione al male di vivere?
Forse può interessare un ragazzo sveglio come te quel che dice la fisica moderna, la fisica dei quanti: la realtà, la stessa materia che costituisce ogni cosa ed ogni forma è in ultima analisi fatta di energia, cioè di onde, di campi di quanti in connessione fra di loro… . Pensa: Guglielmo Marconi, cento anni fa, diceva: se esistono le onde radio che un apparato invia ed un altro riceve, non fa meraviglia che la nostra coscienza, o anche il cervello, emetta onde che un ricevitore lontano possa accogliere. Diceva: Dio è questo ricevitore. Insomma, pane per i tuoi giovani denti.
Mi fermo. Di una cosa sono certo: non possiamo accontentarci di meno. Gesù è tutto questo, la vita vera e la via.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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