Briciole dalla mensa - 4° Domenica di Pasqua (anno A) - 26 aprile 2026
LETTURE
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
COMMENTO
«Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». L’evangelista Luca, autore anche degli Atti, considera di capitale importanza questo primo discorso di Pietro, il giorno della Pentecoste. Loisy, teologo e storico delle religioni, ha scritto: «Qui ci troviamo alla solenne inaugurazione del cristianesimo».
Di fronte ad una folla numerosissima, stupefatta e perplessa, curiosa ed irridente, Pietro aveva presentato il dono dello Spirito diffuso sulla Chiesa come il dono degli ultimi giorni, alla luce della profezia di Gioele. Aveva poi parlato della vita, della morte e della risurrezione di Gesù, terminando con la solenne dichiarazione: «Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». Aveva concluso il suo discorso con una esortazione i cui frutti saranno descritti subito dopo: coloro che accolsero la sua parola «erano perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere».
Voglio fare solo una considerazione su questo punto: «Dio ha costituito Signore e Cristo Gesù, il crocifisso». Questa affermazione non deve stupire. I primi cristiani non hanno inventato la messianicità di Gesù, e nemmeno lo hanno fatto «Signore», ma essi, ricordando la vita di Gesù, hanno compreso che era stata segnata per tutta la sua lunghezza dal mistero di una presenza divina. Ma solo ora, nella esaltazione gloriosa di Gesù, avvenuta con la Pasqua, possono proclamare l’aspetto reale della sua messianicità. Gesù non è stato proclamato «Signore e Cristo» perché ha sopportato la morte; al contrario, egli ha sofferto ed è morto per obbedire alla volontà divina, che era volontà di salvezza e di misericordia per tutti, poiché era il messia annunciato dai profeti, il Signore vivente, icona visibile del Dio invisibile.
Si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri Apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Ciò che in modo particolare piace a Luca è che la fede passi all’azione, si traduca in una realtà di vita vissuta, affinché il disegno di salvezza raggiunga il suo scopo.
«Che cosa dobbiamo fare?», chiedono più volte quelli che venivano a farsi battezzare da Giovanni (Lc 3,10.12.14). «Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?», domanda il dottore della Legge a Gesù (Lc 10,25). Mentre, con la sua domanda, l’uditore manifesta che è disposto a tutto, il Signore, o l’Apostolo, si prodigano a mostrare che la fede avrà il suo campo d’azione e di verifica nella realtà della vita e nell’esercizio concreto della carità e della giustizia.
«Convertitevi». Pietro enumera tre tappe del cammino della salvezza: il pentimento, il battesimo, il dono dello Spirito. Il dispiacere sincero per i propri peccati comporta certamente per ciascuno il ritorno a un dialogo personale con il Cristo, a colui dal quale ci eravamo allontanati per la nostra insipiente disobbedienza. Segue il battesimo, conferito «nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati». Come a dire che il perdono delle colpe avviene non grazie ad una forza insita nelle parole che si pronunciano, ma appoggiandosi sulla potenza stessa del Cristo. Infine, per quanto dono di Dio, lo Spirito promesso è anche una assoluta certezza radicata nel cuore stesso dell’Apostolo: ne è sicuro, a partire dalle parole di Gesù: «Riceverete lo Spirito Santo che scenderà su di voi» (At 1,8).
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«Chi entra dalla porta, è pastore delle pecore». La luminosa figura che si erge al centro di questa pericope evangelica è quella del pastore delle pecore. Esse gli appartengono e hanno fiducia in lui. Altre figure si oppongono a quella del pastore: sono ladri, briganti, estranei. Non ci è possibile determinare se siano personaggi diversi, o se questi nomi si limitino ad indicare il medesimo individuo, o gruppo, considerato sotto aspetti differenti. Il testo non dice ciò che fanno tutti costoro, ma semplicemente fa notare che non intrattengono con le pecore relazioni di fiducia. La loro parola non è familiare al gregge, che non riconosce la voce di questi che rimangono «estranei».
L’immagine del pastore è presa dalla vita quotidiana, ma si riferisce a un avvenimento accaduto una volta soltanto, alla venuta di Gesù. Il pastore delle pecore, che è divenuto agnello immolato, è Gesù stesso, il quale è venuto verso le pecore, le chiama, le fa uscire dai recinti di una religiosità asfissiante e negativa, che opprime e uccide, le fa uscire e le precede.
«Io sono la porta». La porta viene chiusa per tenere lontani gli estranei e per proteggere la casa. Si apre per lasciar entrare e uscire liberamente tutte le persone conosciute. Faccio notare che Gesù non dice: «Io sono la porta dell’ovile». Mi pare invece che la frase voglia sottolineare che solo attraverso Gesù ci si può avvicinare alle pecore. Come una porta, egli le protegge e impedisce a chiunque di avvicinarle. Evidentemente ladri e briganti sono entrati nel gregge, vi si trovano da tempo, ma non sono passati per l’unica via normale, non erano «inviati da Dio». E le pecore non li hanno ascoltati. Gesù è l’unica porta aperta che dà accesso alla salvezza. Il testo si interessa di questa «funzione» di Gesù e non di sapere dove si entra. Gesù è la «porta» non per entrare in un luogo, ma per ricevere il dono dello Spirito e la figliolanza divina. Lui è la porta d’accesso a una relazione piena e definitiva con Dio.
Giorgio Scatto
La liturgia questa domenica interrompe gli annunci della risurrezione nel cammino verso la Pentecoste e l’Ascensione e sosta su un brano ‘dottrinale’ tratto dal Vangelo di Giovanni. Gesù, il risorto annunciato in questo tempo, è colui per il quale soltanto si accede al Regno. Ha il sapore di una conferma: siamo sulla via giusta.
Quanto a Giovanni, egli scrive che tale è la unicità di Cristo che chi è venuto prima di lui è un falso profeta usurpatore. Di falsi profeti in movimento in quel tempo se ne parla anche in Atti 5 nel discorso di Gamaliele al sinedrio. Ma il valore assoluto di Cristo è tale che anche i profeti antichi perdono lucentezza al suo confronto. Il Vangelo di Giovanni non segue la narrazione dei Sinottici, si sofferma sul senso dei fatti, si estende rivelando la profondità dei segni: il pane, la luce, l’ora, l’acqua… Insomma realtà ulteriori. Si dice perciò che quel Vangelo è contemplativo…È di chi ha capito fino in fondo chi è colui di cui parla. Del resto Giovanni è il discepolo più amato, quasi adolescente, e gli adolescenti se son puri sono capaci di vedere in spirito e verità il paradiso. Tale è stata la sua identificazione con Gesù, un copia incolla con l’amato.
Gesù è la porta e si varca solo con gli azzimi della sincerità. Si dice anche che il suo Vangelo è il più ‘teologico’. Ma se la teologia implica una maggiore attività mentale o intellettuale, utile per la definizione dottrinale, ci aiuta risalire al rapporto, alla conoscenza personale di cui è frutto, all’esperienza dell’amore che univa l’autore al Cristo. Qui nasce l’intenzione perentoria di riportare: io sono la porta, senza di me nessuno entra nessuno esce. A meno che non si tratti di ladri, di gente che va per rubare un beneficio senza convertirsi, senza amare. Ce ne sono specie fra i protagonisti della storia attuale, nostro malgrado.
Pietro, dopo la Pentecoste è pieno di grazia. Nella sua prima Lettera fa eco al servo di Jahwé di Isaia: maltrattato non minacciava vendetta… È una chiave. Capita che ci si aspetti dagli altri, familiari e non, il riconoscimento o il rispetto in base al ruolo, alla funzione che si ha. Insomma il criterio delle nostre relazioni è la reciprocità. Non è di questo che parla Pietro. Non si troverà mai fuori di noi una ragione o chi ci motivi ad essere amabili o generosi. Solo Gesù, ma allora, facendo come lui, in qualche misura anche noi lo ‘conosciamo’. I contorni precisi, le direttive possono indurre timori, dubbi: ci sto dentro? Ho fede in Dio? Lo cerco? E lui mi cerca? Che fare In questa situazione? Siamo fatti così e il pensiero si curva su sé stesso. Dubbi di fede, chi non ne ha? La fede riprende quota ‘facendo’ secondo l’esempio di Gesù, dice Pietro, perché ‘verum ipsum factum’.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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