Briciole dalla mensa - 2° Domenica di Pasqua (anno A) - 12 aprile 2026
LETTURE
At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31
COMMENTO
Nella sua brevità e sotto un aspetto apparentemente tradizionale, la prima Lettera di Pietro rivela una grande originalità. Sembra che sia stata scritta da discepoli appartenenti ad un gruppo che si richiama a Pietro e che custodiscono fedelmente la sua memoria. Ѐ la lettera ai cristiani «che vivono come stranieri» in una società pagana e che sono chiamati a rendere conto della speranza che li abita. Ѐ la Lettera della ‘differenza cristiana’, della presenza dei cristiani nel mondo per proporvi la novità del Vangelo attraverso la testimonianza di una fede senza ambiguità e compromessi, anche se questa fede non è riconosciuta dal mondo. Il presente è il tempo della prova che non si può evitare, ma l’oggi è breve e di poco conto rispetto alla gioia procurata dal Risorto.
Il testo di Pietro è una preghiera: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo». Benedire Dio significa riconoscere in lui la fonte della vita, la fecondità, l’origine di ogni cosa creata. Sollevando Gesù Cristo dalla morte, il Padre ha rigenerato anche noi, vestendoci con l’abito prezioso della sua misericordia. Ci ha regalato la viva speranza di una vita che non ci potrà più essere tolta: l’apostolo la paragona ad “una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.
Pietro parla di “varie prove” e di “gioia indicibile”, mischiando una cosa con l’altra, senza soluzione di continuità. Noi siamo soliti separare: o questo o quello; la Scrittura invece mette insieme, con grande realismo. Penso alla fede dei cristiani martiri in tante parti del mondo, mescolati ai tanti martiri di ogni razza, popolo, religione, caduti sotto il pugno di ferro di regimi iniqui. Le violenze alle quali sono sottoposte queste persone non sono paragonabili alle nostre piccole sofferenze quotidiane. La loro è una fede messa a dura prova. Spesso ho sentito dire, nei miei numerosi viaggi in Oriente, che è proprio il martirio il carisma che caratterizza le loro Chiese. Sono certo, e ne sono testimone, che la vita di questi cristiani è anche colma di una “speranza viva”, di un amore che non viene meno, di una gioia che non ha perso il suo vigore. Anche la stessa morte violenta non li spaventa. «La morte sarebbe solo un cambiamento di luogo» mi ha detto un giorno Yasser, uno dei nostri amici iracheni, monaco di Qaraqosh.
Il dono della Pasqua è il dono di una pace insanguinata. «Pace a voi», dice Gesù risorto mostrando ai discepoli le mani forate dai chiodi e il fianco aperto dalla lancia del soldato romano. Gesù ci dona una gioia “a caro prezzo”, non una pace a buon mercato, sempre a disposizione con un semplice invio dallo smartphone che teniamo sempre tra le mani. Ѐ la pace conquistata da Gesù con il suo sangue, con una amore indefettibile, quella che ci dà la vera gioia e che ci invia nel mondo come ambasciatori di pace: «Come il Padre ha mandato me, io mando voi». Ci manda con la forza dello Spirito, non con la forza delle armi di distruzione di massa. Ci manda con una parola di riconciliazione per tutti, non per innalzare muri di odio e di separazione. Ci manda a piantare preziosi semi di perdono, non per proferire parole arroganti e presuntuose che pretendono il primato di una nazione sopra tutte le altre.
C’è poi, in questa domenica, la figura dell’apostolo Tommaso. Si dice che abbia evangelizzato l’Oriente, dalla Siria fino alla Mesopotamia, dall’India fino alla Cina. Certamente la sua figura, alla quale io sono molto legato, è molto conosciuta e molto amata in queste terre così vicine e così lontane, piene di civiltà, cultura, storia, arte e religione, ma anche cariche di violenza, sangue, morte.
Amo Tommaso perché mi ricorda la mia poca fede. Amo Tommaso perché mi butta sempre addosso la presunzione di molti di avere una fede separata dalla vita di una comunità. Tommaso, infatti, non è con gli altri quando viene in mezzo a loro il Signore. Amo Tommaso perché mi ricorda il realismo della fede: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Tommaso è il discepolo che reagisce ad una fede entusiasta ma poco incarnata; reagisce ad una fede luminosa nella sua espressione dogmatica, ma poco spesa sul terreno della storia, dell’incontro, della testimonianza. I padri antichi scrivevano: «Caro cardo salutis», «Ѐ la carne di Cristo il fondamento della salvezza». L’evangelo di Tommaso ci dice che il Risorto è il Crocifisso. Colui che entra nelle nostre comunità, chiuse in loro stesse per paura, che sognano improbabili vittorie sul mondo senza esporsi e compromettersi in una testimonianza radicale e credibile, ci mostra, senza equivoci, la via della pace: è lasciarsi trafiggere il cuore e forare le mani; è spendersi senza misura; è diventare discepoli di un Messia povero che ha consegnato per noi tutta la nostra vita, fino a morire. Per questo Dio lo ha innalzato.
Tommaso, ha voluto ricevere una conferma di tutto questo: il Risorto non era “un altro” rispetto a quel Gesù che lui aveva conosciuto e seguito dalla Galilea fino a Gerusalemme. Il Risorto è lo stesso Gesù, umiliato, ucciso, e glorificato dal Padre.
Le comunità segnate dal carisma del martirio sanno tutto questo. E dicono a noi: «Voi non avete resistito fino al sangue. Voi siete fuggiti di fronte alla persecuzione. Avete nascosto di essere cristiani. Voi vi siete adattati allo spirito di questo mondo». Hanno ragione a rimproverarci.
Guardando il segno dei chiodi sulle mani di Gesù, e il suo costato lacerato da una violenza inutile e assurda, e contemplando i segni delle torture sul corpo di tanti nostri fratelli e sorelle, e i tanti crocifissi sacrificati dalle logiche perverse del potere, diciamo anche noi, con Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Giorgio Scatto
Penso alla pena di essere ‘didimo’, doppio di sé stesso, trovarsi nell’una e nell’altra parte. Credere e non credere. Uno strazio anche nella psiche. Stavolta però Tommaso non ci sta e così finisce per darci una grossa mano. Capita anche a noi infatti che la notizia di Cristo è risorto trovi un assenso mentale, che passa di fronte all’assalto delle cose, del telefono che squilla, dell’appuntamento in arrivo…
Stavolta Tommaso decide di non essere doppio o metà ma di essere uno. La coscienza non può accogliere il suo contrario. Sembra una cosa ovvia, scontata, ma mica tanto. Specie per quanto riguarda la fede in Cristo. I Padri mettevano in guardia: viene il momento in cui la fede è messa alla prova e la comunione, la carità, la fedeltà, l’appartenenza alla chiesa anche. La partita si gioca a livello personale. Il modello di vita comune di Atti 2 non durò a lungo. La formula passò alla condizione monastica e conventuale. Scelta di fraternità, costituta dalla fede comune e riscelta per vocazione, nostalgia nel cuore di tutti.
Già Paolo richiamava quelli che mangiavano a sbafo, vivevano disordinatamente senza guadagnarsi da vivere, lui che predicava vivendo del suo lavoro. Anche a noi viene detto mentre non c’eravamo: abbiamo visto il Signore ritornato dai morti. Ci è proposto il gesto del discepolo più giovane, forse Giovanni, che entrato dopo Pietro nel sepolcro “vide e credette”. Cosa aveva visto? Bende, sudario piegato a parte. “Non si vede bene che con il cuore…”.
Ma fra cuore e mente c’era il doppio per Tommaso. Proprio come noi. Nelle sue espressioni puntuali (“se non metto la mano, le dita nelle sue ferite, nei colpi che hanno ucciso il mio Gesù!”), si legge molta rabbia, delusione e speranza soffocata. ‘Magari aveste visto davvero Gesù. Voglio vederlo anch’io!’. C’è qualcuno che non si sente rappresentato da Tommaso detto didimo? C’è qualcuno che non sia o sia stato ‘didimo’?
I nostri pensieri non aiutano: che Gesù sia stato quel che è stato, che sia morto per noi e per noi risorto non è il risultato del nostro pensiero. Neppure della nostra ‘fede’. Cercarono gli altri discepoli di convincere Tommaso, niente! Non crederemo di più anche se i nostri pensieri riconoscono che è possibile… Ci serviamo dei pensieri, certo, ma i nostri pensieri non sono i suoi pensieri. “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”, dice Isaia. Sarà meglio attendere che i Suoi pensieri si rivelino. E ciò vale anche per tacitare i nostri e le ansie ad essi correlate. Quando arrivano ripeto a me stesso: ‘la fede non è un pensiero ma un fatto conclamato’ e ritorna la pace. Dio non ha bisogno che noi lo pensiamo per essere. Sembra ovvio ma c’è un filone della teologia protestante (e della mentalità corrente) che fa consistere la realtà in ciò che pensiamo e in ciò di cui abbiamo esperienza. Ma il fatto che il Risorto sfugga alla nostra esperienza diretta, come quel giorno a Tommaso, non vuol dire che non sia reale. Me lo ripeto spesso. Siamo in buona misura figli di Cartesio, questo mondo funziona così, ma ne facciamo le spese. L’assenso che si dà al Vangelo non è opera della ragione ma seguito di un avvenimento avvenuto in nostra assenza, datoci alla condivisione.
Alla fine fides ex auditu, soltanto. È accogliere una notizia per la credibilità dei testimoni. Siamo tutti Tommaso, in lui tutti richiamati e più di lui beati. Una questione di cuore, diceva Saint-Exupery. Tommaso fu strafelice di essere rimproverato nel vedere lui stesso Gesù otto giorni dopo come oggi. Ma la beatitudine è ‘sapere che Gesù è vivo, visto o non visto’: il sentimento della vita cambia. Grazie, Tom.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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