Briciole dalla mensa - 5° Domenica di Quaresima (anno A) - 22 marzo 2025
LETTURE
Ez 37,12-14 Sal 129 Rm 8,8-11 Gv 11,1-45
COMMENTO
“Un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato”. Betania era un villaggio che sorgeva a meno di tre chilometri da Gerusalemme. Ora si chiama Azarieh, ed è attraversato da un alto muro di separazione che divide ebrei e palestinesi. Ѐ il muro dell’odio. Una comunità di suore comboniane, che hanno casa sul versante ebraico, possiedono un terreno anche dall’altra parte, e così coltivano una piccola finestra di speranza: i muri non sono per sempre; un giorno si potranno attraversare e anche abbattere: la loro speranza è come un germoglio di vita in un arido deserto. La loro è una speranza di risurrezione.
A Betania io ci ho abitato per nove mesi, all’inizio degli anni ottanta, e di questo paese, ormai tutt’uno con la città, mi sono rimasti i suoni, i colori, i profumi. Sento ancora sulla mia pelle il vento del deserto e il calore del sole d’estate. Ho patito anche un rigido inverno, durante il quale è nevicato otto volte. Ma i più poveri soffrivano di più, fino a morire di freddo. A Betania ho gioito delle voci dei bambini e ho contemplato i volti di tanti uomini e donne del popolo palestinese, che portano i segni della passione di Cristo. La tomba di Lazzaro mi era molto familiare, perché ci passavo accanto ogni giorno, andando a messa nella comunità di Dossetti. Passando, molto spesso ero preso dal pensiero della vita che passa veloce e della morte che sembra coprire ogni cosa.
Lazzaro, amico di Gesù, lo troviamo solo qui, nel Vangelo di Giovanni, e non sembra neppure conosciuto dai lettori dell’evangelista. Il suo nome in ebraico significa «Dio viene in aiuto». Sono invece ben note le sue sorelle, Marta e Maria. Marta è attiva e premurosa, una vera padrona di casa; Maria, al contrario, è meno vivace e più contemplativa, e deve spesso farsi riprendere dalla sorella (cfr. Lc 10,32-34). Ma probabilmente è proprio per loro che viene scritta questa pagina, come pure per i discepoli e per i Giudei, rappresentanti della religione ufficiale. Mentre Lazzaro rimane sullo sfondo, muto e senza parola, il brano evidenzia la poca fede di tutti gli altri personaggi. I discepoli hanno solo paura di morire, Tommaso in testa.
Le sorelle rimproverano a Gesù la sua poca premura: se fosse venuto subito avrebbe potuto guarire il loro fratello ammalato. I Giudei sono già molto prevenuti nei confronti di Gesù e lo provocano continuamente: uno come lui, che viene da Nazareth, non può essere il Messia, non può venire da Dio!
Come possiamo vedere, il racconto di Lazzaro occupa quasi interamente il capitolo 11 del Vangelo di Giovanni e contiene la più lunga descrizione di un miracolo, tra quelli narrati nel Nuovo Testamento. Lascio a voi prendere in mano il testo e leggerlo attentamente, fino a penetrarne pienamente il contenuto. Io, data la lunghezza del testo, mi limiterò solo ad alcune considerazioni generali, cercando di cogliere il senso dell’intero capitolo.
Davanti ai nostri occhi viene progressivamente costruendosi un vero dramma, con una tensione che sale e va crescendo. Due sono gli elementi caratteristici di questo dramma: Gesù, che è il personaggio principale del racconto, e poi, davanti a lui, tutti gli altri: i discepoli, Marta e Maria, i Giudei. Gesù rivelerà a loro la sua “gloria” nel mistero della sua passione e morte. Avendo sofferto personalmente è in grado di capire la sofferenza dell’uomo. Non solo. Gesù, con il dono della sua vita, offre a tutti un amore che è più forte della potenza della morte. Non si tratta di chiedere il miracolo di poter vivere un poco di più, di sopravvivere ad una malattia grave, di godere di una certa immunità, ma di essere fatti partecipi della vita di Dio, una vita che nemmeno la morte ci può strappare. Aver fede è credere questo. Ѐ la domanda che Gesù pone ai discepoli, alle sorelle, ai Giudei, a ciascuno di noi. Sono in primo luogo i discepoli che, trattenuti dalla paura e dalla loro logica umana, dovranno fare il passo della fede. Poi si presenta Marta, afflitta e nello stesso tempo animata dalla speranza di una risurrezione futura, fin troppo lontana per essere creduta davvero; anch’essa è chiamata alla fede. Infine i Giudei contribuiscono con le loro osservazioni a provocare il miracolo, e pure loro sono chiamati alla fede. Credere non è aderire ad una dottrina, nemmeno alla dottrina della risurrezione. Noi crediamo che Gesù è la risurrezione e la vita e chi si affida a lui sperimenta già fin d’ora la gioia della vita eterna. Neppure la morte, quando essa verrà, potrà avere alcun potere su questa nuova vita.
Tutti questi personaggi entrano nel racconto uno alla volta, ma li troveremo tutti insieme al momento dell’epilogo. Tutti sono invitati alla fede, ma sembra che questo appello sia rivolto in modo più insistente ai Giudei. Tutto il Vangelo di Giovanni sottolinea la tensione esistente tra Gesù che si rivela nelle sue parole e nelle sue opere e l’incredulità dei Giudei. Questo richiamo alla fede è costante nell’episodio della risurrezione di Lazzaro. Il verbo «credere» viene usato otto volte per indicare la risposta dell’uomo alla visione della gloria di Dio che si manifesta nell’uomo Gesù. Lazzaro è morto e sepolto da quattro giorni: i Giudei possono giustamente dubitare della potenza di Gesù. Marta e Maria gli dicono: «Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Secondo loro Gesù avrebbe potuto fare qualcosa per la vita del fratello, ma ritengono che pure lui, che ha guarito molti, sia impotente di fronte alla morte.
Gesù sa che la morte molte volte aspetta pazientemente, anche lunghi anni. A volte giunge rapida e improvvisa. Spesso trascina con sé dolore, angoscia, sofferenza. Che sia la morte il vero dio dell’uomo? Molti lo credono. L’uomo vive per la morte, affermano. Solo un debole raggio di luce lo illumina, prima che tutto venga inghiottito dall’ombra. E intorno a noi molte sono le rappresentazioni di questo dio: guerra, fame, miseria, violenza, sfruttamento. L’odore della morte è ovunque. Anche la chiesa – come ci avverte il profeta - sembra talvolta una pianura piena di ossa inaridite e bruciate dal sole, sulle quali deve essere invocato lo Spirito di vita.
Gesù ha affrontato la morte, ma per vincerla. Il suo amore è più forte della potenza della morte. Le tenebre, per dirla con il linguaggio di Giovanni, non hanno potuto soffocare la luce.
Per questo, piangendo la morte del suo amico Lazzaro, come noi piangiamo gli amici, le vittime del terrore, i morti innocenti, può anche dire: «Togliete la pietra dal sepolcro!». Chi è amato da Gesù, chi è stato toccato dalla gloria del Cristo risorto, non può rimanere prigioniero della morte. Il suo destino è altrove. Infatti “il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse: «Liberatelo e lasciatelo andare»”. Il Vangelo vuole consegnarci due verità. Innanzitutto che la morte è inevitabile. Ѐ davanti agli occhi di tutti. Tutti, presto o tardi, saremo avvolti dalle sue bende, senza più avere la luce negli occhi, oscurati da un pesante sudario. Tutto questo provoca sofferenza e dolore. Anche Gesù ha pianto l’amico morto. E anche lui ha sperimentato la morte. Ma la verità è un’altra. Gesù, che è la vita, ha combattuto la morte, l’ha affrontata sul suo terreno, è sceso sino agli inferi dove la morte custodisce il suo bottino, e l’ha vinta. Il Risorto ci fa il dono della sua vita. Molto di più di quello che chiedevano Marta e Maria. Molto di più di quello che speravano i discepoli, quando si sono messi alla sequela di Gesù. Molto di più di una fede prigioniera della Legge, come è quella dei farisei.
Lasciatelo andare. La strada non è quella che conduce all’oscurità del sepolcro, ma quella che conduce al Padre. Il discepolo, lungo la strada, è impegnato a togliere tutte quelle pietre che impediscono alla vita di manifestarsi pienamente e per sempre.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Dal profondo a te grido, Signore… dall’abisso della morte e del dolore. Tale è la condizione umana, nel dolore e nel lutto: l’assurdità della morte. Qui sta o cade il Vangelo. La morte sfida la veridicità della salvezza, rispetto alla quale finora le guarigioni sono stati eventi parziali, incompleti. Effetto ne è la vita nuova in Cristo, tale che in lui si fa già pratica di risurrezione.
È il terzo tema che la liturgia della Quaresima ci propone col Vangelo di Giovanni: l’acqua viva, la luce del mondo ed ora l’annuncio della risurrezione. Marta che fa da sponda.
Come negli altri casi, Giovanni fa degli episodi delle catechesi. I miracoli sono segni di un mistero di Dio che si rivela per fasi procedendo dalla periferia al centro. La fede è il punto di arrivo, perché la mente umana non è attrezzata per conoscere la realtà profonda delle cose, salvo che nel caso di san Paolo, ma non tutti hanno un cavallo da cui cadere. La conoscenza procede per rappresentazione mentale dell’oggetto esterno. Succede poi che sbagliamo per la fretta, per la fatica. Ma quanto al Vangelo per l’enormità dei segni distanti dall’esperienza umana, resistiamo alla comprensione. Ci vuole altro dalla mente, il cuore per esempio che si basa su quel che vede, anche per interposta persona, il testimone, e va oltre. Ma tutto è fondato sui fatti.
Leggiamo. Gesù aspetta ad andare, aspetta che Lazzaro sia ben morto. Poi trova un lutto diffuso, Lazzaro doveva essere un uomo buono, conosciuto e stimato da molti nei dintorni ed era la base sicura di due sorelle. Gesù conosceva quella famiglia che frequentava quand’era dalle parti di Gerusalemme. Poi Maria aveva avuto un incontro commovente con lui. Maria, più introversa e contemplativa. Lei che sapeva riconoscere la parte migliore, stavolta è sola, in casa, col suo dolore ineluttabile. Marta, come altrove, è più attiva, si relazione spontaneamente. E rimprovera Gesù: perché non c’eri? Mio fratello non sarebbe morto. Non gli volevi bene? Altro che se gli voleva bene. Tra poco Gesù scoppierà in lacrime, pur sapendo quel che stava per fare. Ma il dolore e il pianto sono reali, veri e contagiano gli animi e lui non si impedisce l’umano e piange con chi piange.
Dice le parole che in genere si dicono nel far visita ai parenti: c’è la risurrezione… Marta pare accettare l’invito a quella speranza, ma la colloca in un tempo lontano, alla fine di tutto. Così succede di pensare anche a noi a distanza di duemila anni. A noi che abbiamo, volendo, il Credo che parla di risurrezione dei morti e di comunione tra loro e i viventi. Sì, ma quando? Laggiù, in fondo alla storia. E così quell’idea è rimossa dall’esperienza presente e consola assai poco. Non è così? Si vive pensando che la vita sia questa, oggi che il sole splende o c’è il nuvolo, oggi che occorre far questo e quello o domani che, o nel lavoro, o nel rimediare una questione… Prendevano moglie, marito, compravano, vendevano… già detto nel Vangelo. La risurrezione? Mah, speriamo che dopo qualcosa ci sia…
Ma per Gesù la rassegnazione non è il punto di arrivo. Se la morte non è vinta, la vita è un lungo morire. Non può essere.
A Marta rivela la questione ultima: io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo? Ti affidi alle mie parole?
Fossimo pronti a rispondere come Marta, a consegnarci del tutto a chi si offre alla fede e promette l’impensabile. Allora, credendo in lui con un atto di amore e di abbandono, spegnendo la logica che ci ha accompagnato fin qua, avviene già la risurrezione, si va oltre la morte. Già ora la vita che procede la si vive nello spirito di Cristo. Chi crede in me vivrà per me. La risurrezione è già da adesso. Viene l’ora ed è questa… Ci capita talvolta di conoscere da vicino qualcuno che vive non già secondo il suo arbitrio, ma nello spirito di Cristo: i santi sono dei risorti, quelli che hanno creduto.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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