Briciole dalla mensa - 2° Domenica di Quaresima (anno A) - 1 marzo 2026
LETTURE
Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9
COMMENTO
Lo scandalo della Passione delude ogni nostra aspettativa di successo mondano o di esaltazione religiosa. La Parola di oggi ci invita invece a partire verso altre “terre” che non conosciamo e che pure già ci sono promesse. Ascoltiamo allora il racconto del Vangelo.
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte”. I discepoli stanno vivendo un momento molto critico, dopo che Gesù ha annunciato loro che “doveva soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno” (Mt 16,21). C’è smarrimento e paura, voglia di tornare indietro. Sappiamo che Pietro, l’amico impulsivo e passionale di Gesù, vuole addirittura impedirgli di continuare a camminare sulla sua strada, attirandosi un rimprovero feroce da parte del Maestro, che lo chiama “satana”.
Dopo aver enunciato le condizioni della sequela, è per sostenere la fede dei discepoli, e la nostra, che i Sinottici narrano l’episodio della trasfigurazione del Signore. Non desidero commentare a lungo il brano, per poter sostare maggiormente sulla testo della Genesi e sul significato della parola rivolta ad Abramo di farsi pellegrino della fede. Con la trasfigurazione, Dio stesso vuole confermare la fede dei discepoli, debole e superficiale, rivelando loro, sia pure fugacemente, la gloria del Figlio, il quale è venuto a portare la vera luce e la vera vita. La sua potenza trionfa sulla morte, che egli sta per affrontare. Mosè ed Elia, che conversano con Gesù, sono le Scritture, i cinque libri della Legge e tutti i profeti, che annunciano e rivelano il mistero pasquale di Cristo. Leggiamo infatti nel racconto dei discepoli di Emmaus: “Gesù disse loro: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27). Tutte le Scritture contengono una sola parola, e questa parola è Cristo. Alla loro luce la vita di Gesù diventa intelligibile e, alla luce della sua vita, le profezie acquistano il loro significato autentico.
Anche Pietro, Giacomo e Giovanni conoscono le Scritture, ma le leggono come una luce che rimane chiusa nel passato, o come speranza di un compimento lontano, inafferrabile. L’esperienza del Tabor li conduce all’attualità della Parola. Quella Parola viva, di cui narrano le Scritture, è Gesù di Nazareth, che “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo” (2Tm 1,10): ora occorre ascoltare lui per avere la vita. I discepoli lo hanno visto pregare e diventare trasparente al Padre suo. Hanno pregato, sono entrati nella sua preghiera, nella sua relazione filiale e gioiosa con il Padre, e sono stati trasformati, essi pure trasfigurati.
La trasfigurazione non è uno spettacolo per pochi eletti, è una esigenza terribile in ciascuno di noi, per diventare ciò che desideriamo essere; non rimanendo sul monte, costruendo tende e sospendendo il corso del tempo, ma scendendo ai piedi della montagna, per affrontare un cammino duro e impegnativo. Occorre iniziare un pellegrinaggio di fiducia sulla terra, il solo che ci condurrà a esprimere l’inedito che è nascosto in noi.
A proposito di pellegrinaggi, leggiamo nella prima Lettura: “In quei giorni Dio disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò»” (Gen 12,1). A una lettura attenta del testo della Genesi notiamo che Abramo partì due volte: la prima volta con suo padre, alla ricerca di fortuna, come molti; la seconda volta chiamato da Dio: «Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono» (Gen 11,31). Per quanto questo possa essere un viaggio avventuroso, esposto a insidie e pericoli, rimane una decisione dell’uomo, un segno tangibile ed eroico della sua intraprendenza e del suo desiderio di futuro. Ѐ dentro questa avventura umana che inizia l’avventura della fede, il pellegrinaggio verso la sorgente. C’è un Dio che entra nella tua vita e che non ti attende alla fine dei tuoi giorni, o nel momento del dolore e della disperazione, ma è già all’inizio del tuo andare, all’inizio dei tuoi progetti, anche se tu non lo sai.
Ecco, allora, la seconda partenza, vissuta in obbedienza a un imperativo divino, che raggiunge Abram in un fremito impercettibile dell’aria, come voce di sottile silenzio: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre» (Gen 12,1). Diventare pellegrini della fede è lasciarsi dietro tutto un mondo fatto di certezze materiali, di orizzonti culturali, di relazioni affettive. Anche un mondo dove è entrata ripetutamente la morte, come nella vicenda di Abram. Solo chi decide nel suo cuore questa nuova partenza, diventando per sempre «un forestiero, un uomo di passaggio» (Gen 23,4), potrà sperare di trovare un approdo sicuro, fino a ereditare il bene promesso, cioè Dio stesso.
La via del pellegrinaggio non è un’evasione. La via del pellegrino è una via che apre a responsabilità maggiori e più stabili rispetto a quelle a cui eravamo abituati; è una rinuncia alle scorciatoie e alle posizioni di rendita, alle facili illusioni della propaganda. Essere pellegrini, come Abramo, richiede, prima di tutto, la rinuncia alla ricerca del potere individuale e collettivo. Questa spinta aggressiva al possesso e all’esercizio del potere, infatti, implica una visione totalmente diversa della realtà rispetto a ciò che ci è dato di contemplare quando si decide di diventare pellegrini. É scritto: “Abram partì come gli aveva ordinato il Signore”. Il pellegrinaggio della fede si snoda perciò lungo le vie dell’obbedienza e non è costruito sui propri desideri di essere qualcuno o di possedere qualcosa, alla fine del viaggio. Diventare pellegrini è obbedire a una parola, lasciandone cadere molte altre, pure importanti.
Faremo bene a ricordare che questa dimensione di non possesso, di provvisorietà, del diventare pellegrini in una terra che non è nostra, è una dimensione permanente dell’essere credenti e cristiani. Il Signore, all’inizio, ha preso l’uomo e lo ha posto nel giardino dell’Eden «perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,25), ma di questa terra l’uomo non ha mai il diritto assoluto di proprietà. In essa egli dovrà considerarsi sempre «straniero e pellegrino», come si esprime l’apostolo Pietro scrivendo «ai fedeli che vivono come stranieri, dispersi nel Ponto, nella Frigia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia» (1Pt 1,17). Dovremmo rammentare sempre anche ai nostri fratelli ebrei che il Signore aveva detto anche a loro: «La terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23).
L’esodo, come paradigma di una vita di fede che ha inizio con Abramo, si inabissa nella terra d’Egitto, prosegue attraverso il deserto, sperimentando prove, tentazioni, peccati, fino all’ingresso nella Terra promessa: potrebbe essere la raffigurazione di questo tempo quaresimale e dell’intera nostra esistenza. É un tempo che comprende anche momenti di oscurità, di silenzio di Dio, di infedeltà dell’uomo, che continuamente infrange le alleanze, nel tentativo di riappropriarsi degli idoli abbandonati in fretta nella sua fuga dall’Egitto.
Sì, esiste in ogni tempo la tentazione a un ritorno perverso alla terra dalla quale siamo partiti, di un ritorno al proprio passato che, invece di provocare l’uomo alla verità e metterlo in cammino, gli prospetta l’impossibilità della strada. La benedizione promessa ad Abramo e, in lui, a tutte le famiglie della terra, vive solo della nostalgia di futuro.
Giorgio Scatto
La Trasfigurazione, si dice, è una festa molto sentita nel monachesimo, o quel che ne resta. Anche i monaci hanno le loro vanità? In realtà a molti piace immaginare di splendere. Sei splendida come, è un complimento che s’addice molto all’amata. Ma in questo caso agisce l’innamoramento dei primi giorni. Sta di fatto che lo splendore del volto è l’attributo della bellezza, sia interiore che esteriore. La seconda è più alla portata ma con il tempo c’è poco da fare. La prima molto più di valore.
La liturgia ci propone in Quaresima il brano della Trasfigurazione. Contempliamo Gesù lucente di luce interna, lui che ha in sé la vita. Probabilmente fu con un’esplosione di quella luce che il suo corpo riprese vita impressionando il telo della Sindone.
In quella situazione che diremmo? Qualche imbarazzata sciocchezza, come Pietro? Che bello stare qui, vi facciamo un caffè? Poi ragioniamo un po’ a distanza: Mosé ed Elia che ci fanno? La Legge e la Profezia confluiscono in lui, il Figlio, l’amato. La Legge che è la traduzione nello ‘spazio-tempo’, nel ‘secolo’ in cui viviamo, del pensiero del Padre; la profezia che ne ‘tocca’ il cuore e la santità. La contemplazione è d’obbligo.
Ma perché in Quaresima? Si ripetono le Quaresime per chi è poco o tanto praticante, come le primavere, una dopo l’altra. Diceva una bella e desolata Canzone di Tenco che un giorno dopo l’altro la vita se ne va… Le canzoni talvolta dicono cose. Ogni anno tornano i riti, solennità e devozioni. Bastano per la tradizione. Ma la Quaresima è più esplicita sul richiamo al cambiamento dell’abito interiore. Mi pare infatti che ogni pratica religiosa vale il tempo che trova: ogni giorno, forse, recitiamo le Lodi, leggiamo le grandi preghiere dei salmi, forse andiamo a messa ma dobbiamo richiamarci per non rientrare, dopo, nei panni di prima. La persistenza di un’identità psichica ci riaggancia al giorno di ieri che è passato, alle fatiche, alle paure e agli umori, sempre gli stessi. Signore, quando a me verrai?
La liturgia ci dice per ogni dove che egli è già venuto, non come noi lo prefiguriamo, è già venuto e non è da crederci come conseguenza di una nostra filosofia. Lui è presente nella sua Parola e nell'Eucaristia che non riguarda solo i dodici che c’erano quella sera, ma riguarda me, te… Chiunque può, se vuole, essere presente al cenacolo ed essere destinatario di quel “prendi, mangia e bevi il mio corpo e il mio sangue”.
È il massimo. Da quel momento non siamo più autorizzati a rimanere nell’io precedente, che forse è un’offesa. Ahimé. Signore, mi sto dando la zappa sui piedi, vero? Ma aspetta a tirare le somme. Del resto, il momento giusto per toccare il cuore lo sai tu. E sant’Agostino non pregava: “Signore, dammi castità e continenza, ma non subito!”?. Il fatto è che allora il santo era giovane…
Nel frattempo quel che è va detto: si tratta della nostra trasfigurazione, del richiamo alla conversione. Faticosa sì, come la salita su un alto monte con tutti i bagagli che ci portiamo e a cui siamo affezionati, a nostro danno. Diceva un prete: “Quando ti confessi riconosci i peccati a cui sei affezionato”. Già: questa può essere una chiave che spiega perché ci accade di essere fermi agli stessi giri. Siamo affezionati alla realtà come ci è rappresentata dalla mente e a staccarcene ci pare che crolli il mondo.
Sì, la Quaresima ci indica più chiaramente che la verità dell’essere sta nel cambiamento dell’abito interiore per indossarne uno fatto di luce.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
Strada Durisi, 12 - 30021 Marango di Caorle - VE
0421.88142 pfr.marango@tiscalinet.it