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Nelle Scritture tocchiamo con mano il Risorto

Briciole dalla mensa - 3° Domenica di Pasqua (anno A) - 19 aprile 2026

 

LETTURE

At 2,14.22-33   Sal 15   1Pt 1,17-21   Lc 24,13-35

 

COMMENTO

 

Il racconto di Emmaus si presenta come un cammino attraverso il quale i discepoli arrivano a toccare con mano la presenza del Risorto in mezzo a loro. Non si tratta, a rigore, di una apparizione. Luca pone l’accento sull’itinerario da percorrere per riconoscere una persona, non tanto per vederla. Racconti simili li troviamo non raramente anche nei testi dell’A.T.: basti pensare, a titolo di esempio, all’apparizione del Signore ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda (Gn 18,1ss.). Dal punto di vista del genere letterario gli esegeti parlano di una “leggenda di viaggio”, di una “scena di riconoscimento”, di “epifania”, di “catechesi sacramentale”. La localizzazione precisa di Emmaus è un po’ complicata, ma forse queste preoccupazioni non erano primarie nell’evangelista che – non essendo mai stato in Palestina – ha una conoscenza della geografia alquanto approssimativa.

 

“Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme”. É il giorno della risurrezione, il primo della settimana. Questi due discepoli, uno dei quali si chiama Cléopa, percorrono una strada che si allontana da Gerusalemme. Si gettano l’uno contro l’altro parole deluse e disperate, che constatano l’assurdità dei fatti ed esprimono il desiderio di una fuga in avanti. Le parole che si dicono non cambiano nulla, perché non sanno ascoltare la realtà profonda della loro esistenza.

 

“Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. I discepoli si stanno allontanando, non solo dai luoghi di una memoria dolorosa, ma anche da un’esperienza di vita vissuta con Gesù. Egli invece si avvicina e si mette a camminare con loro. I loro occhi non hanno la forza di riconoscerlo perché nei discepoli è morta la speranza, ed essi non possono cogliere il significato degli avvenimenti accaduti al mattino.

 

«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!». Non è Gesù ad essere lontano ed estraneo. I discepoli sanno narrare perfettamente quello che è accaduto, «ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e parole», ma non capiscono. Sono loro gli stranieri. Il non comprendere è una caratteristica dei discepoli. Quando, per esempio, Gesù comunica ai discepoli che “stava per essere consegnato nelle mani degli uomini”, essi non capiscono, come in tante altre circostanze era avvenuto: “Queste parole restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso” (Lc 9,44-45).

 

«Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti». Il racconto delle donne è doppiamente sospetto: il corpo di Gesù non si trova più nella tomba e le donne, recatesi al sepolcro al mattino presto, avrebbero addirittura avuto anche una «visione di angeli i quali affermano che egli è vivo». Quelli che in seguito si erano recati al luogo della sepoltura avevano constatato che il racconto delle donne era vero: il corpo di Gesù non c’era più nella tomba, ma lui non hanno potuto vederlo da nessuna parte. Ricordo il lamento di Gesù su Gerusalemme: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi» (Lc 19,42). Vedere e comprendere non dipende dagli occhi, ma dal cuore. Solo la fede può vedere.

 

“E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. Camminando con noi, che non capiamo, Gesù ascolta le nostre storie e ci invita ad ascoltare, alla luce di tutte le Scritture, ciò che stiamo vivendo. Tutta la Scrittura ha un unico orientamento e un’unica interpretazione; la Pasqua di Gesù. I padri medioevali scrivevano: «Tutta la Scrittura è un unico libro, e questo libro è Cristo». Dobbiamo anche dire che il luogo privilegiato per tale interpretazione è la celebrazione liturgica: in essa, per mezzo dello Spirito, le parole della Scrittura ci raggiungono come Parola stessa di Dio. Con due conclusioni. I testi della Bibbia prendono significato alla luce della Risurrezione: essi parlano di Cristo e rimandano a lui. Inoltre, il Risorto non introduce i discepoli all’intelligenza delle Scritture tramite un discorso, ma tramite l’avvenimento pasquale. 

 

“Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano”. Gesù non si limita alle nostre prospettive: fa finta di andare “più lontano”, perché apre la nostra strada a un orizzonte di fede sempre più viva. La fede non si nutre solo di parole, ma anche di una presenza che ci provoca sempre ad un ulteriore cammino.

 

“Quando fu a tavola con loro prese il pane,recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro”. Nell’intenzione di Luca questi gesti rimandano all’istituzione dell’Eucaristia, anche se altra è la materialità dei fatti svoltisi nella locanda di Emmaus. 
Il gesto di Gesù evoca anche il pane delle tentazioni, che l’uomo non può darsi da sé; il pane del “Padre nostro” che bisogna chiedere con insistenza; il pane donato da Gesù in maniera sovrabbondante alle folle che lo seguivano. 
Inoltre il fatto che Gesù siede a tavola con uomini peccatori e dalla fede incerta e fragile, dona alle nostre vite di essere in comunione con la sua vita.

 

“Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Luca non ci dice che lo videro, perché non considera questo episodio come una apparizione. La presenza di Gesù viene riconosciuta in ciò che avviene. Gli occhi dei discepoli si aprono e la presenza del Risorto diventa riconoscibile in ciò che essi vivono. Egli è lì vivo ma invisibile, sotto le specie e le apparenze del pane spezzato, ma anche sotto le specie e le apparenze della loro esistenza concreta. É nel gesto dello “spezzare il pane” che Gesù ha potuto essere riconosciuto, e il suo corpo eucaristico oltrepassa ora i limiti di tempo e di luogo. 
Gesù si fa nostro compagno di strada, ascolta ciò che noi viviamo e ne rivela il senso. Ascoltarlo e scoprire la sua presenza nel nostro cuore che si fa “ardente”, significa entrare nella comunione al suo destino, ricevere il suo Spirito e lasciarci guarire nell’intimo.

 

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com 

 

 

La Chiesa insiste in questi giorni sulle apparizioni di Gesù e sulla predicazione degli Apostoli. Repetita juvant.
Come fare in modo che quegli avvenimenti siano sottratti al decadimento della memoria? Le cose per noi esistono nella misura in cui sono nella nostra mente, le pensiamo. Già detto. Niente fa esperienza o cognizione se non ciò che passa per la mente. Esiste solo quel che attraversa il pensiero umano. Ma Dio è più grande dei nostri pensieri o, per parafrasare Aristotele: il reale è più esteso del razionale. Tuttavia questo principio vale nella realtà fisica in cui siamo, e facciamo bene a tenerne conto. Le cose esistono per noi nella misura in cui le teniamo presenti.

I segni e i prodigi che Gesù ha compiuto, da ultimo la risurrezione (con le apparizioni connesse), oltrepassano le leggi fisiche. Le Letture di questi giorni di Pasqua ci richiamano insistentemente i fatti centrali del Cristianesimo. Abbiamo bisogno di richiamare alla mente le cose perché non perdano il senso. Pregate incessantemente, la Parola di Dio dimori fra voi abbondantemente, sono esortazioni che troviamo nella Scrittura. Amare Dio con tutto il cuore e con tutta la mente…

Fa bene rivivere quel che passava nella testa e nel cuore di questi due viandanti che se ne venivano tristi da Gerusalemme. Non erano del gruppo dei dodici, ma si vede che facevano parte di una cerchia di discepoli convinti e partecipi di quella esperienza. Probabilmente seguivano Gesù da tempo, erano stati testimoni di episodi e di insegnamenti. Lo avevano seguito anche in quei giorni, poi la delusione feroce. “Credevamo che fosse lui il liberatore, ma sono passati tre giorni…”.

Siamo esposti anche noi a tanta delusione dopo i giorni festosi della Pasqua. Forse ci si aspetta qualcosa che non arriva, una notizia di pace… Erano stati a Gerusalemme nei giorni della passione, avevano seguito sia pur a distanza le fasi del processo, la condanna, la salita col patibolo sotto i colpi…Poi spariti anche loro. Solo le donne resistono a tanto dolore e chi più ne ha il carattere, come il giovinetto Giovanni. Le donne portano un mistero, come sacerdotesse della vita ed esperte del dolore, forse perché partoriscono. Qualche simpaticone dice che hanno anche la chiacchiera e per questo Gesù apparve a loro e la notizia della risurrezione partì di volata.

Ogni incontro che Gesù ha con i suoi è un insegnamento in vista di chi viene dopo. Parla a loro per parlare a noi. “Beato chi pur non vedendo crede!”. Come ora. “Stolti e tardi di cuore nel credere ai profeti”. Accompagnandosi ai due incontrati ‘a caso’ se ne veniva spiegando tutto quello che nella Scrittura si dice a suo riguardo. L’AT si proietta e si risolve nel nuovo. Buona cosa è leggere la Bibbia per intero: si capisce lì che tutto si tiene.

L’ultimo insegnamento del brano: lo riconobbero nello spezzare il pane. Un uomo ha percorso le vie della Palestina facendo del bene, risanando, confortando, perdonando, annunciando un regno di pace di giustizia e di amore e quanto il peccato viene ad esigere il prezzo della colpa si frappone, pagando lui quel prezzo, si fa vicino al cuore ferito dell’uomo mettendo nella ferita la sua stessa carne, pane benedetto dell’ultima cena… Qui essi lo riconobbero, mentre ripeteva il gesto di tre giorni prima. Gesù ha fatto questo, perché stupirsene? Qualcun altro ha dato la propria per la vita di un amico.
I loro occhi si aprirono e lo riconobbero allo spezzare del pane. Forse hanno già visto quel gesto nel Cenacolo, presenti con altri in seconda fila. Forse ne hanno sentito parlare in quei momenti concitati. O forse talmente evocativo era il gesto di Gesù seduto alla loro tavola che lo videro l’istante prima che egli scomparisse.
Scomparve al segno dell’Eucaristia, nell’Eucaristia come a dirci: “Sono sempre con voi, non temete”.  

Valerio Febei e Rita

 

 

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