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Estranei, connessi e sacerdoti

Briciole dalla mensa - 5° Domenica di Pasqua (anno A) - 3 maggio 2026

 

LETTURE

At 6,1-7   Sal 32   1Pt 2,4-9   Gv 14,1-12

 

COMMENTO

 

Questa settimana scelgo di commentare solo il brano della prima lettera di Pietro.
La lettera, attribuita a Pietro, “apostolo di Gesù Cristo” (1,1), sembra essere una circolare scritta per gli “eletti” che vivono come stranieri nella dispersione. Essere “eletti” esprimeva la grande dignità derivante dall’appartenere al popolo d’Israele, popolo eletto fin dall’antichità, per una missione particolare, quella di “santificare il nome di Dio” in mezzo alle genti. Nella “pienezza dei tempi” a questo popolo si sono aggiunti anche i pagani, liberati – come anche gli Ebrei - dal sangue di Cristo, santificati dallo Spirito, inseriti nel popolo di Dio mediante il battesimo. Dunque, nessun privilegio deve accampare l’antico popolo, né la presunzione di essere l’unico popolo amato da Dio e l’unico ad aver il diritto di abitare la “Terra Promessa”. La terra è di Dio e solo i miti la erediteranno (cfr. Mt 5,5).

 

Questi eletti vivono come “stranieri” nella “dispersione”. Provengono dalle classi più povere della società, vivono come cittadini di seconda categoria, senza fissa dimora e senza diritti di cittadinanza, come gente di passaggio e disprezzata. 
Il cristiano, come già il fedele dell’antico patto, è estraniato dal mondo, alla ricerca di una ulteriorità, di qualche cosa d’altro. Non di un’altra terra, ma di una relazione che dia pienezza di vita. Il cristiano non appartiene alla logica del mondo perché, rispetto al mondo, è solo di passaggio. Il suo cuore, il suo sguardo, è altrove.

 

I cristiani sono dispersi in tutte le regioni, stranieri e senza terra, ma per scelta rimangono a vivere in mezzo ai popoli del mondo. Per servire. E per testimoniare la fede nell’unico Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Anche Gesù, che è venuto a “piantare la sua tenda in mezzo agli uomini” (Gv 1,14), ha compiuto la sua missione sempre in cammino, sulla via. La condizione sociale della maggioranza dei cristiani, stranieri residenti, servi nelle case, schiavi, diventava segno e simbolo della condizione del cristiano e della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo. Il discepolo di Gesù “non ha quaggiù una città stabile” (Eb 13,14); è “nel mondo” ma non è “del mondo” (Gv 17,16) perché “la sua vera patria è nei cieli” (Fil 3,20).

 

«Carissimi, avvicinandovi a Cristo, pietra viva… ». Il verbo è quello usato nella liturgia del battesimo e degli ordini sacri: “Accedant, si avvicinino”. Si accede al Cristo, che è pietra viva, per essere impiegati anche noi come pietre vive.
Con due conseguenze. Si è “insieme” per l’edificazione del tempio del Signore. Viene cioè esclusa ogni interpretazione individualistica della vita cristiana. Io sono insieme agli altri, altrimenti non sono. L’altro precede la mia singolarità, e mi dona l’identità. In secondo luogo, è inammissibile ogni riduzione “mondana” della Chiesa. Papa Francesco ci metteva spesso in guardia dalla “mondanità spirituale”, che spesso si nasconde dietro apparenze di bene, “perché cerca, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale” (EG 93). Si accede al Signore come pietre vive per la costruzione di un “edificio spirituale”, per un “sacerdozio santo”. Siamo allo stesso tempo casa di Dio e sacerdoti: fortemente connessi l’uno all’altro, fino a “contenere Dio” e ad avere Dio presente in mezzo a noi.

 

«Siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo». Questi cristiani, che vivono nel mondo come stranieri, sono stati costituiti sacerdoti. Il sacerdozio di comunione, che qualifica ogni cristiano, comporta, innanzitutto, l’offerta di sé come vittima spirituale (1Pt 2,5). Questo sacerdozio universale esige anche che siano proclamate in tutto il mondo «le opere ammirevoli di lui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9). É quello che crediamo quando affermiamo che il compito del cristiano è essenzialmente il suo rapporto con l’Eucaristia e con la parola di Dio. Il rapporto con la Parola e con i divini misteri, con la preghiera e con la Scrittura, è dichiarato in termini formali già in questo testo.

 

«Per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio». Il sacerdozio dell’AT si esercitava per mezzo di mediazioni: erano i figli di Aronne che offrivano i sacrifici. Ora siamo tutti noi che offriamo l’Eucaristia, il sacrificio vivo e santo che santifica l’intero popolo di Dio. É un “sacrificio spirituale”: non più offerto secondo le prescrizioni della Legge, ma secondo lo Spirito che santifica la nostra offerta.
É Cristo che fa salire la nostra supplica, la nostra lode, la nostra intercessione a Dio. Possiamo intendere in due modi. Possiamo offrire sacrifici spirituali solo per mezzo di Gesù Cristo. Oppure: i sacrifici che noi offriamo sono graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. 

 

«Si legge infatti nella Scrittura». Una serie di allusioni bibliche attribuisce alla comunità cristiana i titoli del popolo eletto: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato”. Le antiche prerogative del popolo di Dio erano di essere popolo profetico e sacerdotale. Era un popolo che aveva ricevuto la Parola e a cui era stato dato il tempio perché in esso si pregasse non solo per Israele, ma per tutte le nazioni, e si offrisse il culto gradito a Dio. Era anche un popolo regale, per il servizio che doveva rendere ai poveri, agli ultimi, agli stranieri. 

Ora queste prerogative passano a coloro che “accedono” a Cristo, provenendo non solo da Israele, ma anche dalle genti, ed è solo nel Cristo che si realizzano ad un livello incomparabilmente più pieno di quello dell’AT. 
Tutti siamo fatti sacerdoti, anche le donne! E questo come dono del battesimo, per l’opera compiuta in noi da Cristo, con la sua Pasqua. Ogni separazione in seno al popolo di Dio, arricchito da una multiformità di carismi e di ministeri, distruggerebbe il tempio stesso di Dio, ci farebbe perire, renderebbe vana la croce di Cristo. Tutti siamo sacerdoti: ce ne siamo accorti?

 

Gesù disse: «Io sono la via. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Per essere sacerdoti dobbiamo camminare su quella via che è Gesù di Nazareth, così come ce lo raccontano i santi Vangeli. Se desideriamo diventare uomini e donne pienamente “compiuti” dobbiamo tornare a Cristo perché solo lui può indurci a rinnovare la nostra vita, fino a decidere di dare per il Vangelo l’intera nostra esistenza.

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

Il senso è chiaro. Il rapporto che Gesù ha con il Padre, di totale identificazione, è proposto come modello del rapporto tra noi e Gesù stesso. Ma in concreto: le cose che facciamo, l’organizzazione del tempo, i progetti… tutto fa capo a noi. Siamo unici titolari di noi stessi, padroni, chi osa comandarci? Non per questo siamo davvero liberi, pur sembrandoci di esserlo. La stessa determinazione nel difendere la propria libertà, guai a chi la tocca, veicola le manipolazioni. Cosa ci rende davvero liberi? La difesa ad oltranza della facoltà di volere e disvolere che effetto ha? Ma non è questo. Sono esempi del principio contraddittorio di fare capo e d’essere norma a sé stesso.

Chi rinuncia a sé? Chi oggi, con la mentalità individualistica vigente, sceglie liberamente e con convinzione di rinunciare a sé stesso? Ma sempre è stato così. Quanta gente è ricorsa ai coltelli o alle spade per difendere l’onore, la ‘limpieza de sangre’, dicevano gli Spagnoli nel Seicento. Viene in mente Ludovico prima che fosse fra Cristoforo, caro a chi ama la bella letteratura.  Sul diritto di rimanere sul marciapiede ci si infilzava a duello. Si deve aggiungere che le strade erano polverose o infangate. Insomma l’asfalto non c’era ma l’orgoglio sempre stato. 

Tutt’altra aria si respira nel Vangelo, laddove il Padre è norma al Figlio, Cristo è norma per i suoi discepoli. È una strana tendenza a decentrarsi quella raccomandata al credente che quando condivisa nasce al principio della scoperta molto semplice di non avere la vita in sé. E con la vita la bellezza, la verità, la giustizia… Pur avendone l’idea e spesso la presunzione di possederle. Come non riconoscere in esse il rimando a Dio? Come in certi fumetti l’odore di un cibo è rappresentato da un effluvio, una nuvoletta che raggiunge gli olfatti distanti, così quelle virtù possono essere indicatori di un’origine che è poco più in là.
“Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai! Io ti cercavo fuori di me, nelle creature (si può dire che ad Agostino piaceva il bel vivere?) mentre tu eri in me…La bellezza che è l’amore, è vivere in Cristo, gioia piena, festa senza fine. In genere tutto questo si perde, è di là dalle vedute umane, ma per chi lo capisce il prima è un tempo perso. “Tardi ti amai”, tardi capii, tardi ti scelsi.

In prima battuta il Vangelo sembra dire che Cristo è il nostro antagonista, perché vuole toglierci il protagonismo della e nella nostra vita. Ed è vero. La rinuncia a sé stessi è una condizione previa del cammino. Ma la storia va vista in un altro senso: ogni uomo o donna raggiunge la maturità alla scuola del vangelo, divenendo come Gesù. Se si capisce con facilità che gli uomini non hanno in sé la vita, men che meno quelli che si fanno grandi come dei, è più complicato concretizzare la scelta dell’Altro da sé, capire che aderire a Cristo è necessario per essere davvero vivi e in fondo sé stessi. Noi siamo destinati ad essere davvero come Dio, lo dice Gesù e a compiere come lui le opere di Lui. Ma è il Padre stesso che le compie, nelle misura in cui ’identità col Padre è competa.

Quando? Siamo fatti di carne, in essa ci identifichiamo immediatamente e la carne è pesante, ha una sua volontà, una sua visione delle cose, sta su logiche ostinate… Il Vangelo va inteso come indicatore di Verità e di Vita: che il cammino sia lungo o breve, che siano molte o poche le nostre resistenze ed inerzie, ci è motivo di letizia saperci sulla via, cioè già in Cristo che è via.

 

Valerio Febei e Rita

 

 

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