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Ospiti della Grazia, non padroni della terra

Briciole dalla mensa - 11° Domenica T.O. (anno A) - 14 giugno 2026

 

LETTURE

Es 19,2-6   Sal 99   Rm 5,6-11   Mt 9,36-10,8

 

COMMENTO

 

Di chi è la terra? C’è in Salmo che dice: «Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti. È lui che l’ha fondata sui mari e sui fiumi l’ha stabilita» (Sal 24/23). E così leggiamo nella pagina dell’Esodo che ci viene proposta per questa domenica: «Mia è tutta la terra!». La stessa convinzione viene riaffermata nel libro del Levitico, che aggiunge una nota fondamentale: «La terra è mia, e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23). L’esortazione era rivolta prima di tutto al popolo di Israele. Oggi, chi esercita il dominio in quella terra, abitata dai palestinesi e dagli israeliani, afferma con arrogante violenza di averne il diritto assoluto ed esclusivo, datogli da Dio stesso.

Occorre allora ricordare che l’unico protagonista della storia è Dio, che si rivolge al popolo dicendo: «Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me». Entrato nella Terra Promessa il popolo di Israele diventa ospite, non padrone! Rimane un forestiero, solo di passaggio. E poi, la terra diventa un dono e nello stesso tempo un compito, strettamente legato all’osservanza dei comandamenti, alla cura del povero e dell’indigente. Solo nell’osservanza dei comandamenti, custodendo il patto dell’ alleanza, Israele sarà considerato dal Signore «una proprietà particolare tra tutti i popoli». La non osservanza dei comandamenti, la violenza nei confronti del povero – e guardiamo a cosa sta succedendo in Libano, nei Territori occupati, a Gaza – il ritorno all’idolatria, mettono in discussione la possibilità stessa di abitare quella terra.

 

Più volte nella storia il popolo di Israele ha provato l’amarezza di lunghi esili in terre lontane, è stato cacciato dal “paradiso terrestre”. Nella Bibbia l’esilio è letto come la conseguenza diretta della rottura del patto con Dio e dell’incapacità del popolo di mantenere pura la Terra Santa. Allora, perché Dio si sarebbe scelto «una proprietà particolare tra tutti i popoli»?. La missione del popolo di Israele non è quella di fare la guerra agli altri, di scacciarli dai loro territori, ma di essere «luce per le nazioni» (Is 49,6), essere un esempio di giustizia e di santità, portando al mondo i comandamenti di Dio. La missione di questa «nazione santa», di questo «regno di sacerdoti» è mostrare come l’umanità può vivere in armonia, in un ideale che porta alla pace e alla fratellanza universale. Il popolo di Israele è stato scelto per testimoniare a tutti i popoli la benedizione di Dio, non per tenerla per sé in modo esclusivo. Doveva essere il santuario del mondo, un popolo chiamato a santificare la terra.

 

In quella terra, intrisa dal sangue di molti profeti e martiri, anche il Signore Gesù ha offerto la propria vita. Scrive Paolo: «Per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo abbiamo ricevuto la riconciliazione» (Rm 5,11). Nella Pasqua di Gesù, tutti, anche ebrei e palestinesi, hanno già trovato una via di salvezza, la guarigione dalle loro ferite, hanno ricevuto la vita che porta alla pace. Non occorre protestare la propria innocenza o dichiarare le colpe degli altri: tutti hanno peccato! E, se è vero che, in ogni campo – soprattutto nei luoghi di conflitto - è necessario praticare la giustizia e camminare nella verità, stabilendo chi è l’aggredito e chi è l’aggressore, è ancora più vero che solo il sangue di Cristo può restituirci la nostra innocenza. Tutti siamo stati salvati.

 

Il vangelo di Matteo contiene tre sommari dell’attività missionaria di Gesù (4,23-25; 8,16-17; 9,35). Nell’ultimo - un versetto che precede il brano proposto per la liturgia di oggi - l’evangelista riporta gli elementi essenziali del ministero di Gesù: l’insegnamento nelle sinagoghe, l’annuncio del vangelo del Regno, la guarigione di quanti erano colpiti da malattie o infermità.
La narrazione continua così: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». È la prima volta che nel testo di Matteo appare questo verbo: «ebbe compassione, si commosse per loro». Che fare? Abbiamo visto nel commento della scorsa settimana, solennità del ‘Corpus Domini’, che «l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3). E dalla bocca del Signore esce l’invito a pregare perché «la messe è abbondante ma gli operai sono pochi». Strano! Spesso i preti si lamentano che non c’è più fede, che la gente ha altri interessi, che le chiese si svuotano. Sembra che Gesù dica esattamente il contrario: «la messe è abbondante!». Allora, c’è sproporzione tra un grande lavoro di mietitura che ci attende e la scarsità di coloro che da soli non sono in grado di compiere questo lavoro.

 

Bisogna pregare il Signore della messe perché «mandi operai». Il verbo usato qui da Matteo ricorre soltanto una volta nel suo Vangelo e ha il valore di «buttare fuori, spingere». Come a dire che non è il raccolto che scarseggia, ma chi si rende disponibile a mettersi in gioco, a lavorare nel campo del Signore. Occorre spingere, usare una evangelica violenza. Ultimamente mi trovo a pregare più spesso per questa intenzione: il mondo è salvato dal Signore, ma Lui ha bisogno che qualcuno gli dia una mano, anzi due. E se qualcuno, spinto dal Signore, cadesse dentro la mia piccola e straordinaria comunità, fatta di fratelli e sorelle che desiderano semplicemente vivere con gioia l’Evangelo, ne sarei oltremodo felice. Non specialisti, superdotati, eccellenze; semplicemente operai, capaci però di sporcarsi le mani lavorando e convertire il cuore pregando e accogliendo con mitezza e pace tutti i poveri come noi.

 

«Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri». I due verbi che definiscono lo statuto del discepolo sono «chiamare a sé» e «inviare». Si tratta della sequela di Cristo e quindi di ricevere una missione particolare nel Regno. «Dodici»: la comunità cristiana, costituita da giudei e pagani, è l’erede delle promesse fatte a Israele. Il popolo di Dio trova piena realizzazione nell’accoglienza di tutti in un unico corpo. I «Dodici» sono tutti coloro che hanno abbandonato tutto per seguire il Messia e dedicarsi alla sua opera, Il «potere» che il Maestro conferisce loro non è un potere sugli uomini, ma riguarda piuttosto il potere di liberare dalla schiavitù del peccato e del male. Gesù ci ha liberati perché «ha preso su di sé le nostre infermità e si è caricato delle malattie» (Mt 8,17). Così i discepoli. Certamente i Dodici che sono nominati da Matteo rappresentano un numero di discepoli che nella Chiesa primitiva devono aver riscosso una fiducia particolare. Viene sottolineato il ruolo di Simone, detto Pietro. Egli è il «primo». Matteo è l’unico evangelista che riporta il testo del primato di Pietro (cfr. Mt 16,16-19).

 

«Questi sono i Dodici che Gesù inviò». Ordinando di non andare tra i pagani è possibile che il testo codifichi l’abituale comportamento di Gesù e dei primi missionari. Gesù è il Messia inviato innanzitutto a Israele, che attendeva da tempo un salvatore. Solo con il rifiuto dell’ Israele storico la comunità dei credenti, imitando Gesù, si rivolge ai pagani. Ma questo avverrà solo dopo la morte e risurrezione di Gesù. Essi devono rivolgersi prima «alle pecore perdute della casa di Israele». Gesù aveva manifestato di avere compassione per un gregge di pecore «stanche e sfinite» (9,36); ora afferma che esse sono «perdute», cioè disperse, uscite fuori dell’ovile, in pericolo di perdere la strada, di smarrirsi. L’apertura ai pagani è la dolorosa costatazione del rifiuto da parte di Israele del Messia e del suo progetto del Regno, realizzato attraverso l’impegno missionario dei suoi discepoli.

 

«Strada facendo». All’annuncio fatto con la parola deve aggiungersi la testimonianza della vita. Non è credibile l’annuncio di un Vangelo che non diventi compassione dei poveri, cura degli ammalati, accoglienza degli stranieri, fraternità con tutti. L’esclusione dal mio orizzonte degli altri, anche solo di qualcuno, rende vana tutta l’opera evangelizzatrice.
Infine, lo stile della missione è definito da una espressione programmatica caratteristica di Matteo: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Chi è inviato è chiamato a vivere una necessaria libertà dalle preoccupazioni materiali, che sono incompatibili con la ricerca prioritaria del regno di Dio.

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

Una folla lo seguiva per ascoltare un racconto che sapeva di bontà nuova, una parola efficiente, faceva quel che diceva, ricordava quanto c’è di bene nel cuore umano, suscitava desiderio e speranza. Li rendeva discepoli l’ascolto di un annuncio che cambiava la vita. Discepoli: imparavano per esperienza diretta teoria e prassi del Regno. Così la fede si è trasmessa di generazione in generazione, per trapianto vitale, per esperienza da maestro a discepolo che a sua volta diveniva maestro e così procedendo.

 

Nell’Eremo delle carceri ad Assisi, dove su quelle pietre si vede bene la durezza di vita di Francesco, c’è una tabella su cui è scritto un brano della regola. In breve si dice che il novizio non sia mai lasciato solo ma sempre siano con lui uno o due frati che lo custodiscano come ‘madri’. Il discepolato è una tradizione. C’è da chiedersi come avvenga l’insegnamento della fede nel secolo attuale, dove impera il soggettivismo e la cultura del ‘fai da te’ in ogni circostanza. Il principio più diffuso del soggettivismo è l’autodeterminazione e la resistenza all’autorità. Perciò la domanda è legittima: come funziona il discepolato oggi?

 

Tra quelli che lo seguivano Gesù ne scelse dodici, né più belli né più brutti degli altri, forse più uguali. Puntò su questi perché entrassero più addentro al suo insegnamento. Ad essi spiegava quel che restava oscuro agli altri, dava incarichi, li preparava insomma.
Ed essi a loro volta fecero discepoli qua e là. Paolo fu un campione in tal senso. I preti dunque, sempre di meno, sempre più soli. Sempre una benedizione. Viva i preti! Fanno discepolato come possono, ma la prima cosa è la celebrazione dell’Eucarestia. Ciò non toglie che il discepolato, vale a dire l’apprendimento della fede, per lo più è frutto di un lavoro interiore che a volte spinge l’individuo a cercare in giro stimoli, nutrimento spirituale. Come si dà altrimenti la sequela e l’apprendimento della fede per i laici? I religiosi, i monaci, i celibi consacrati vivono nelle comunità sotto la guida di un padre e questo è già per loro una ‘scuola’ di vita cristiana.

 

Ma, ripeto, i laici, celibi o sposati? Perché anch’essi, gli sposati, possono avere un po’ di fame di cammino…. Per essi sono rare le esperienze di vita comune che tengano conto della vocazione coniugale e quella aspecifica di ogni uomo o donna che senta sete di Dio. Perché a mezzogiorno, anche se il pane manca, la fame si sente lo stesso. Il fai da te insomma. Oppure ci sono i movimenti e le associazioni laicali ecclesiali, fenomeno sorto dopo il Concilio e riconosciuto da Papa Giovanni Paolo II nella Christifideles laici, con una vocazione specifica. Abbiamo conosciuto una di queste associazioni, la Papa Giovanni XXIII, che aveva, ha lo specifico della condivisione di vita, l’accoglienza in famiglia di persone in carenza di famiglia, poveri insomma (ma chi non lo è) nei quali il fondatore don Oreste Benzi vedeva delle ottime occasioni per l’esercizio della carità e per far pratica di discepolato, essendo veri ‘maestri di vita’, anche non volendo. Soprattutto non volendo.
Infine il lavoro più grosso è sempre dello Spirito Santo, che tra i suoi compiti ha quello di guida e maestro di vita interiore: richiama la Parola, suggerisce, si fa comprendere anche con il silenzio, suscita nostalgie e cuore inquieto, alla maniera di sant’Agostino. Cosa questa che gli riesce molto bene.

 

Valerio Febei e Rita

 

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