Briciole dalla mensa - 17° Domenica T.O. (anno A) - 26 luglio 2026
LETTURE
1Re 3,5.7-12 Sal 118 Rm 8,28-30 Mt 13,44-52
COMMENTO
“In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte”. Secondo il racconto biblico (cfr. 1Re 3,5.7-12) il re Salomone si comporta, in un primo momento, da monarca pio e fedele, passando da un successo all’altro. Poi si allontana dal Signore e le difficoltà cominciano a moltiplicarsi. Questi capitoli, che raccolgono documenti di varia origine, vogliono dimostrare che le promesse fatte dal Signore al re Davide, per bocca del profeta Natan, non sono rimaste lettera morta e che avranno il loro compimento, ma che l’infedeltà del re trascinerà il popolo in una serie di catastrofi.
Gli storici sono severi con Salomone, il piccolo re che si divertiva a fare il faraone e che ha dilapidato i beni ereditati dal padre. Tuttavia la tradizione non ha mai cessato di vantarne la saggezza, che sarebbe stata l’oggetto dell’ammirazione dei suoi contemporanei. La storia narrata nella nostra pericope è collocata a Gàbaon, situata a pochi Km a nord-ovest di Gerusalemme, ed è una località di cui si parla soprattutto nei libri di Giosuè e di Samuele.
Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». É un motivo ricorrente nella tradizione biblica che la divinità comunichi agli uomini le proprie intenzioni attraverso i sogni. Il re risponde al Signore ricordando il padre Davide, i benefici di cui è stato favorito e la fedeltà di cui ha dato prova. Poi riconosce la sua giovane età, la propria inesperienza, e la necessità che Dio intervenga perché egli possa assolvere la sua missione.
«Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo». Potremmo tradurre: «un cuore intelligente per giudicare». Il cuore non è la sede dei sentimenti, ma della conoscenza. É ciò che di più profondo si trova nell’uomo. Salomone chiede al Signore un cuore in grado di ascoltare e di obbedire, per poter giudicare conformemente alla volontà divina: «un cuore saggio e intelligente». É naturale che un sovrano desideri una vita lunga, la vittoria sui nemici, la potenza e la gloria. Il figlio di Davide, invece, ha ritenuto più essenziale «saper distinguere il bene dal male», «il discernimento nel giudicare», ciò che esattamente significa avere «un cuore docile».
Quanto siamo lontani dall’insipienza dilagante di tanti che oggi occupano il potere!
Le parabole evangeliche del tesoro nascosto e della perla preziosa vanno lette insieme perché partono da due immagini che si completano. La prima parabola parte dall’esempio di un povero bracciante agricolo che lavora la terra degli altri, mentre la seconda mette in scena un mercante di perle preziose dalle grandi possibilità finanziarie. La parabola della «rete», che segue subito dopo, riprende i temi e le immagini della parabola della «zizzania», e tende a inculcare lo stesso insegnamento: dovrebbe dunque, a rigor di logica, essere inserita in questo primo racconto.
«Il regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto nel campo». «Il regno dei cieli è simile anche ad un mercante che va in cerca di perle preziose». Ciò che segue è tutto centrato sulla reazione dei due personaggi: il narratore vuole interessare coloro che ascoltano non all’entità del tesoro o alla brillantezza e preziosità della perla, ma al comportamento del contadino e del mercante di fronte alla scoperta sensazionale che hanno fatto.
Per descrivere questo comportamento dopo la scoperta, i due racconti si esprimono alla stessa maniera: «Va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». «Va, vende tutti i suoi averi e la compra». É evidente che queste conclusioni costituiscono il punto culminante dei racconti: è qui che va messo l’accento. Ed è qui che siamo provocati a dare il nostro giudizio: meglio tenere al sicuro quel poco o tanto che possediamo, o rischiare tutto per un nuovo inizio?
Dal punto di vista giuridico, o morale, la condotta del bracciante potrebbe sollevare qualche difficoltà, ma non è questo il punto di vista del narratore. La domanda che lui ci pone è se riteniamo giusto disfarci di tutti i nostri beni per acquistarne un altro, di valore infinitamente superiore. Il punto focale si trova nel rapporto esistente tra la inattesa scoperta e la decisione che essa provoca: è proprio questo il modo migliore di agire, di approfittare di un’occasione unica, di una possibilità che decide di tutta la vita futura?
Certamente il «tesoro» e la «perla» sono l’immagine del Regno e del suo valore inestimabile ma, ripeto, il racconto si preoccupa piuttosto della situazione concreta e immediata di coloro che hanno scoperto questi beni. Nel momento stesso in cui Gesù parla, il regno di Dio è presente, come un’occasione da non perdere.
Ma noi, sappiamo cogliere le occasioni, perdere tutto per ritrovare infinitamente di più? Ricordiamo l’invito di Gesù all’uomo ricco: «Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (Mc 10,21). Sappiamo però che la risposta non fu positiva: quell’uomo si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Nulla è troppo caro di fronte al bene offerto: puntare su questo bene tutto ciò che si possiede, tutto ciò che si è, significa realizzare un affare straordinario. Come è possibile esitare di fronte ad una occasione così grande?
Il bracciante che vende tutto ciò che possiede e il mercante che sacrifica tutti i suoi beni diventano dei modelli per ciascuno di noi, ai quali è chiesto di porre la ricerca del Regno prima di ogni altra preoccupazione.
Sì, Gesù l’ha detto chiaramente: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).
Che bella una Chiesa, una comunità, dei cristiani, che si liberano con gioia da ogni ricchezza mondana, e si affidano soltanto a quella vera, trovata per caso sulla propria strada, o cercata con tutte le proprie forze sui sentieri polverosi della vita!
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Tutte le parabole parlano di cosa di grande valore più e meglio di quanto possiamo desiderare. Intendiamo che questo regno è la vita in Gesù. Per alcuni secoli si è voluto far coincidere il regno di Dio con la Chiesa o il Cristianesimo. Ne sono venuti dei regni autoritari che oggi potremmo trovar l’uguale negli stati islamici. Controllo del pensiero, inquisizione, carcere, pena di morte. Il regno di Dio non coincide mai con una determinazione storica, anche se frutto di una rivoluzione mossa dalla giustizia sociale.
“Ricordati, Pipetta, nel giorno in cui avremo stabilito nella reggia del ricco la casa dei poveri, io ti tradirò”. Così scriveva don Milani al compagno operaio. Il regno di Dio non è qua o là, semmai “in mezzo a voi”.
È anche passato il tempo in cui la partecipazione massiccia ai riti e alle feste religiose era titolo per riconoscersi tutti credenti, eventi al limite delle sagre e del folklore. Per i protestanti in particolare, tra essi i Calvinisti, il regno di Dio ha un carattere soggettivo, ‘privato’ ma riscontrabile nel rapporto ‘etico’ col mondo del lavoro e con lo stato. Possiamo pensare che il regno di Dio riguardi un’educazione alla moralità, alla correttezza, alla socialità, al rispetto dei valori. Rientra in questo caso il giudizio di Benedetto Croce: “Ecco perché non possiamo non dirci cristiani”. I più devoti aggiungono la partecipazione alla messa domenicale e con ciò sentirsi in grazia di Dio.
Quale esperienza facciamo noi del regno di Dio? Il sacrificio di Gesù che espia il peso delle nostre malefatte. Diciamo o sentiamo dire in fretta queste cose, ma bisogna fermarsi. Che si tenti di rimuovere o ci si giustifichi il peso del malfatto è dolore. Era necessario che Cristo patisse e morisse per poi risorgere. Quanto a noi, Dio è grande, dice la Sapienza, e dopo il peccato ci concede il pentimento. La consapevolezza, l’umiliazione, il desiderio di cambiare, la confessione e l’assoluzione, il laccio che si spezza: si torna liberi e leggeri. Il regno è vicino, si sente. Ripartenza, riconsegnati a noi stessi riprendiamo il gioco, si ricade… Si sa: siamo umani. Un’altalena priva di senso. Il fine della rivelazione sarebbe la nostra permanenza ondeggiante tra il peccato e la grazia? Posso dire con franchezza che è qui che vivo, tra questi due poli. Ma so che non conclude. Il pentimento e il perdono propiziano qualcos’altro, ma cosa?
Perché Gesù istituisce l’Eucarestia? Quale segno d’aver accolto il suo perdono? Sarebbe bastato il sacrificio successivo. Giovanni capitoli 6, 14, 15. “Chi mangia di me vivrà per me”. “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita". È questo: Cristo non istituisce l’Eucarestia giusto per pagare il nostro conto, questo lo fa il giorno dopo e dopo ancora. Ma perché mangiando di Lui vivessimo di Lui. “Chi mangia di me vivrà per me”. “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”.
Anzi per dirla tutta, con l’Eucarestia Egli si procura la continuità della sua vita in noi, continua così la sua opera a favore dei piccoli e dei poveri. Consola, cura, guarisce, modifica lo stato delle cose poiché la realtà non è più dura, ostinata ma permeabile… Dice infatti, sempre in Giovanni e sempre con la doppia formula iniziale: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; anzi ne farà di più grandi di queste…”.
Quanto a noi, alle prese con il nostro nulla che si costituisce come ego in continuazione, se accettiamo lo scambio possiamo finalmente tramutare in Lui così da poter dire con san Paolo: “Non sono più io ma Cristo vive in me”. Questo avviene nell'Eucaristia. Saperlo non è ancora cosa fatta, ma l’inizio della coscienza.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
Strada Durisi, 12 - 30021 Marango di Caorle - VE
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