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Recuperare la fede nella parola di Dio

Briciole dalla mensa - 15° Domenica T.O. (anno A) - 12 luglio 2026

 

LETTURE

Is 55,10-11   Sal 64   Rm 8,18-23   Mt 13,1-23

 

COMMENTO

 

Dice il Signore: «La parola uscita dalla mia bocca non tornerà a me senza aver operato ciò che desidero».Il testo di Isaia, molto conosciuto, mette in risalto l’aspetto dinamico della parola di Dio. La Parola è feconda, produce vita, guida la storia. Di fronte alle generazioni che si susseguono, la parola di Dio rimane in eterno. Ciò che passa è il mondo vecchio, ciò che rimane è l’amore di Dio, la sua ostinata fedeltà all’uomo. Quella di Dio è una Parola potente che è vera perché realizza ciò che dice. Essa non appartiene al profeta, non viene dall’uomo, ma “dalla bocca di Dio”. Per questo è efficace, e può ottenere il suo scopo per vie diverse da quelle pensate dall’uomo. Questa Parola è radicata nel passato - pensiamo ad esempio alla straordinaria storia dell’Esodo - ma tende al futuro: ciò che è stato diventa garanzia per l’avvenire, per trovare una nuova fiducia, senza mai voltarsi indietro.

 

Il testo proposto per la liturgia odierna lo possiamo quasi certamente collocare negli ultimi anni dell’esilio babilonese (550-538 a.C.), prima dell’avvento di Ciro che permetterà il ritorno in patria degli esiliati. È una pagina che si rivolge a uomini che vivono situazioni difficili, piene di tentazioni e di dubbi. Sono tentazioni di scoraggiamento, di asservimento alle potenze mondane e ai loro idoli; sono tentazioni che insinuano il dubbio che Dio non sia fedele alle sue promesse. Sono la tentazione di chi pensa che ormai non ci sia più futuro e che sia vana ogni speranza: meglio adattarsi alla triste situazione del presente. Meglio vivere da schiavi piuttosto che correre il rischio e la responsabilità di diventare liberi.
In realtà il duro e prolungato esilio pose al popolo dei credenti un problema di fede: Dio è ancora un Dio che salva? È ancora fedele alle promesse? È ancora il Signore della storia?
Queste domande ce le poniamo tutti, mentre registriamo drammaticamente la deriva di interi popoli, vittime del saccheggio e della violenza di quelli che tengono in mano la finanza mondiale; mentre assistiamo al rapido liquefarsi di ogni sentimento di umana solidarietà, perché ormai lo slogan di molti, e la dottrina politica dominante, è che gli stranieri, se sono poveri e disperati, devono rimanere a casa loro, a marcire, sperando tutt’al più di ricevere le briciole che cadono dalla tavola dei ricchi. Siamo tutti sgomenti davanti a popoli che aggrediscono e invadono altri popoli, davanti al moltiplicarsi di guerre e al commercio demoniaco delle armi. E anche sul versante della fede è ancora difficile vedere una Chiesa sinodale, fraterna, tutta ministeriale, impegnata nella evangelizzazione, nella edificazione della pace e della giustizia. Fanno più rumore gli scandali di nuovi scismi e di nuove laceranti divisioni. Sono ancora troppo pochi quelli che desiderano una Chiesa unita attorno al Vangelo, “una Chiesa povera per i poveri”. Allora ci domandiamo: c’è ancora salvezza? Osiamo ancora sperare per tutti?

 

Il profeta reagisce in questo modo: di fronte al popolo di Israele stanno quelle che vengono considerate le potenze del mondo, potenze che spesso affascinano e intorpidiscono la vista di un popolo stanco e continuamente umiliato. Queste “potenze” per il profeta sono una nullità, perché la vera potenza è solo quella di Dio.
In questa prospettiva è chiesto al popolo di recuperare la fede nella parola di Dio; un popolo che deve sentirsi amato da Lui e sicuro all’ombra della sua fedeltà. L’apparente silenzio di Dio non è impotenza o infedeltà alle promesse fatte. Siamo noi che dobbiamo stare in silenzio, perché Dio parla e si comunica attraverso la sua Parola, che è come la pioggia e la neve che rendono feconda una terra arida e assetata. Accogliere la Parola e vivere di essa non è una scelta opinabile per la Chiesa, una fra le tante, ma è la condizione per la sua sopravvivenza.

 

«Ecco, il seminatore uscì a seminare». Non è azzardato pensare che questa parabola nasca in un contesto nel quale molti non vedevano che insuccessi e fallimenti, anche nella stessa predicazione di Gesù. Lo stesso Gesù deve registrare dappertutto opposizioni, critiche feroci, abbandoni. Come credere ancora che attorno a questo rabbi itinerante di Galilea Dio voglia stabilire il suo Regno sulla terra? La parabola vuol proprio rispondere a queste obiezioni: costatare che una parte delle sementi non giunge a maturazione non significa che tutte le sementi non daranno alcun frutto.
Anche il nostro tempo è un tempo che registra molti fallimenti: masse un tempo cristiane vivono un silenzioso esilio dalla fede e tanti altri fedeli sono disorientati, talvolta anche per lo scandaloso comportamento di preti e di vescovi. Ma il seme della Parola trova anche oggi il terreno buono che lo custodisce, e porta frutti in abbondanza.

 

«Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende… ». «Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende». Non è possibile “comprendere” il messaggio evangelico se non in un atteggiamento di totale disponibilità dell’intera persona a mettersi in gioco. Colui che “comprende” è solo chi «dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Non si può “comprendere” questa parola senza viverla e, se ci lasceremo trasformare da essa, allora comprenderemo. La comprensione delle parabole non è semplice questione di conformità dell’intelligenza ad un oggetto, che comunque le resta estraneo, ma si realizza solo nella conformità libera e responsabile di tutto l’essere alle esigenze di un messaggio di vita. Questo “messaggio” è Gesù stesso.

 

«Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano». I discepoli sono “fortunati” non solo perché sono testimoni oculari di un avvenimento straordinario, ma soprattutto perché hanno degli orecchi capaci di sentire. I discepoli sono beati perché si sono resi disponibili ad “ascoltare”, l’unico modo che permette di “comprendere”. È per questo che si contrappongono alla folla: un popolo diventato duro di orecchi, che si lascia rubare il seme appena seminato, che non ha radici ed è incostante, che si lascia sopraffare dalle preoccupazioni mondane e dalla seduzione delle ricchezze.

 

Portare frutto richiede ascolto, perseveranza, umiltà, parola che viene dal latino ‘humus’, lo strato superficiale del terreno, ricco di sostanze nutritive. Portare frutto richiede anche capacità di soffrire. Scrive san Paolo: «Sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,22).

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

 

La parabola ha una funzione didattica: è un’allegoria con cui si allude ad un contenuto che per essere compreso richiede un’interpretazione corretta. Chi parla chiede la collaborazione di chi ascolta, cerca di stimolarne l’interesse perché arrivi il messaggio. Conoscere è un incontro tra l’oggetto che desidera comunicarsi e il soggetto motivato ad accoglierlo. Nella scuola, per esempio, se non si attiva l’interesse, l’apprendimento non funziona e si rimedia ricorrendo a pratiche autoritarie. Tanto per intenderci, una vola si usavano le bacchettate, orrore! Oggi si usa il voto, un disvalore e a scuola si va come dal dentista. Anch’essa “attende la rivelazione dei figli di Dio”.

 

Niente di simile nel Vangelo, che gioca sulla libertà. Tuttavia Gesù consiglia agli apostoli di non gettare “le perle ai porci”. Non date il pane a chi è sazio, né fate discorsi in risposta ad una domanda che non c’è. La notizia che è in grembo alla parabola è toppo importante perché la si sprechi. Oltretutto si fa gran danno a chi ascolta distrattamente: la responsabilità che ne viene è minima se la rivelazione è solo un accenno; ma se la rivelazione è palese ed intera non tenerne conto è disastroso. Perciò Gesù parla in parabole, per cautelare un incauto ascoltatore: occhiali scuri per chi esce da una grotta. Dato che il Vangelo di per sé è una rivelazione per gradi, fino al mistero rivelato della Pasqua, l’apprendimento non può che essere una sequela. Gli apostoli stessi pian piano si inoltrano nella conoscenza del Cristo figlio di Dio. “Chi è mai costui al quale il vento e il mare obbediscono?”. “Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. “Mio signore e mio Dio”. Un disvelamento progressivo, la parabola è l’inizio.

 

L’avviso è dato a tutti. Una volta le notizie alla popolazione le davano i banditori: agli angoli delle piazze e ad alta voce davano le informazioni. Il suono raggiungeva grandi e piccoli, chi era potenzialmente interessato e chi no. Occorre metterci del proprio, essere curiosi e aver voglia di cogliere il significato andando oltre il segno. Conoscere, come  studiare implica scuotersi dalla pigrizia, decidere di far fatica di capire e poi di modificarsi.
Ai suoi in privato spiegava ogni cosa; in realtà la spiegazione interiorizza l’insegnamento, ‘causa’ la risposta attivando la scelta di quale terreno essere: i sassi, l’asfalto, i rovi, l’humus fertile sono tutti dentro di noi. A volte lasciamo prevalere l’uno, a volte l’altro. E non si sceglie una volta per tutte. Pietro fu nominato papa e subito dopo fu cacciato via. È il lavoro interiore e dura tutto il tempo.
Ma come la pioggia non torna in su senza aver prima irrigato la terra, caduto sul terreno buono il seme genera figli di Dio.

 

“La creazione stessa attende la (loro) rivelazione” perché per loro mezzo anch’essa sia redenta dalla corruzione. La redenzione dei figli redime il mondo, la natura, gli esseri viventi. Agli uomini è stata data la signoria sul creato e con ciò la responsabilità. Una meraviglia: siamo connessi, partecipi e partecipati da ogni vita. I figli di Dio, i santi redimono il mondo intero. Qui c’è il cantico di Daniele che esorta il cielo, la terra, la notte e il giorno, le stelle, i fiumi, i pesci del mare e gli animali selvaggi e domestici a lodare il Signore. C’è il cantico delle Creature, c’è l’ecologismo di papa Francesco, c’è il pensiero di Teilhard de Chardin e di singoli teologi, alcuni troppo avanti per il loro tempo! C’è l’olismo delle religioni orientali: ogni cosa porta la dignità di creatura di Dio! I nostri fratelli minori, tali erano per san Francesco, sempre più in spazi limitati coabitano la terra, ci temono, ci guardano, sono in attesa.

 

Valerio Febei e Rita

 

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