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Una relazione che dà senso a tutte le altre

Briciole dalla mensa - 13° Domenica T.O. (anno A) - 28 giugno 2026

 

LETTURE

2Re 4,8-11.14-16   Sal 88   Rm 6,3-4.8-11   Mt 10,37-42

 

COMMENTO

 

“Un giorno Eliseo passava per Sunem, dove c’era un’illustre donna che lo trattenne a mangiare”. Eliseo è discepolo e successore di Elia. É senza fissa dimora: sembra che egli possedesse una casa in Samaria, ma lo troviamo spesso in molte città, da Gerico fino al Carmelo e a Damasco. Alla maniera di Samuele e di Elia egli percorre senza sosta il paese, restando sempre disponibile alle chiamate di Dio.
Terribile nella sua intransigenza, è un essere quasi sovrumano, un uomo la cui presenza annienta gli altri. Malgrado tutto, Eliseo è sempre pronto a soccorrere coloro che fanno ricorso alla sua misteriosa energia, e non esita mai a venire incontro ai loro bisogni. Profeta distante, tremendo e solitario, è in realtà l’amico degli uomini, che partecipa ai loro affanni e condivide le loro sofferenze.

 

La donna che lo invita a pranzo è la vera padrona di casa, ricca, indipendente, colta: è lei che prende l’iniziativa di invitare Eliseo alla sua mensa e di preparargli una stanza sulla terrazza della sua casa. Il marito è una figura scialba, e se ne sta silenzioso in disparte, accettando tutte le proposte della moglie.
Sembra che questa donna non attenda alcuna ricompensa per quello che ha fatto, nessun favore particolare, ma che eserciti semplicemente il privilegio dei ricchi, che è quello di nutrire i poveri e in particolare «l’uomo di Dio». Prefigura in qualche modo le donne del Vangelo, che assistono Gesù e i discepoli con i loro beni (cfr. Lc 8,1-3).

 

“Eliseo disse a Giezi, suo servo: «Cosa possiamo fare per lei?»”. Il servo, vicino alla gente del popolo, si è accorto che la donna non ha figli, e per questo, pur essendo ricca, non è felice. Allora Eliseo la chiama. La donna si ferma sull’uscio di casa per il timore di andare oltre e di accostarsi al santo, che ella considera un essere quasi divino. Il profeta le dice: «L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu stringerai un figlio tra le tue braccia». La generosità, l’accoglienza dell’uomo di Dio, fatta con discernimento e discrezione, apre alla donna nuove strade, ritenute ormai chiuse per sempre.
L’apertura all’altro, compiuta con umile fede, fa fiorire il deserto, spalanca l’orizzonte, rende feconda la vita, colma di gioia il nostro desiderio.

 

Il Vangelo di oggi ci ricorda nel modo più deciso le esigenze della vita cristiana al seguito di Gesù, il profeta itinerante.
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». Cristo non prescrive di negare quei legami grazie ai quali noi siamo veramente noi stessi, ma ci chiede di conoscere ciò che per noi è l’essenziale, ci chiede di dare priorità alla relazione che dà senso a tutte le altre. Gesù non si pone sullo stesso piano delle altre persone; l’amore dei fratelli e l’amore del Cristo non si oppongono necessariamente, anzi non si oppongono affatto: solo amando gli altri noi amiamo il Signore. Ma qui, in queste affermazioni, il Cristo considera più la possibilità di concorrenza fra i diversi amori che non l’armonia interiore che li unisce.

 

«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Si tratta di un progresso nella interiorizzazione di una scelta radicale. La parola di Gesù ci scandalizza, perché contrasta con ciò che il mondo rivendica. Rinunciare a se stessi, quando il valore supremo è la propria realizzazione, l’esaltazione dell’opera delle proprie mani, è pura follia. Il Signore ci invita a «perdere» per «seguire». Per capire la portata di questo «perdere la propria vita» possiamo riferirci ad altre parole dette da Gesù, riprese dal libro della Genesi: «Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne» (Gen 2,24; Mt 19,5). Nell’esperienza dell’amore si scopre che per «conquistarsi» occorre prima «perdersi per un altro». Si cresce nella libertà solo nel dono, nell’amore dove l’altro è voluto per se stesso. Divenire uomo, donna, è sempre separarsi dagli altri e da se stessi per vivere con qualcuno, per seguire qualcuno. Nell’amore.

 

«Per causa mia». Si segue e si ama una Persona. Il consacrarsi ad una ideologia, al pensiero di qualcuno, a un libro, vuol dire diventare prigionieri di una ideologia morta, vuol dire vietarsi il gioco della libertà e delle continue domande che essa pone. Il Vangelo non è un libro da leggere ma una Persona vivente.
In questo nostro tempo, che ha visto la morte delle grandi ideologie storiche e totalizzanti che hanno segnato il Novecento, ma che registra anche l’irruzione violenta di nuovi fanatismi, politici o religiosi, carichi di violenza e di odio, risuona in modo nuovo l’appello di Gesù. Si tratta proprio di «seguire Cristo» e non semplicemente di aderire ad una dottrina, a un sistema di leggi morali, ad una spiritualità. Gesù chiede che il legame che ci unisce a Lui costituisca la parte essenziale della nostra vita e di tutte le nostre relazioni. Seguirlo significa accompagnarlo nel cammino che Lui ha scelto, prendendo la sua croce fino a morire con Lui; non nello slancio effimero di un momento di entusiasmo, ma nella realtà quotidiana di una esistenza segnata dalla fede.
Non si tratta di un “cupio dissolvi”, di un desiderio eroico di una rinuncia fine a se stessa; si tratta invece di «trovare» la propria vita accettando di riceverla da Gesù, di realizzare quanto desideriamo veramente, grazie al Cristo. Si deve però passare attraverso una rottura, che spesso sentiamo come perdita, e non come ritrovamento. É come l’esperienza drammatica della traversata del deserto: si lascia l’Egitto, ma ciò che sta davanti, ciò che è stato promesso, è lontano, non ci appartiene ancora. É come una morte.

 

Ma, se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più: la morte non ha più potere su di lui”. L’Eucaristia ci riunisce intorno al Signore che passa dalla morte alla vita. Egli ci concede di seguirlo e di compiere con Lui questo passaggio: perdere con Lui noi stessi e tutti quei legami che contribuiscono a costituire la nostra falsa immagine, nella quale ci specchiamo, per conquistare la vita vera, per far sbocciare e consacrare l’uomo nuovo che si realizza nella verità delle relazioni umane, nell’amore che viene dal Padre.

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

Ancora istruzioni per gli apostoli che dovranno andare, ma si vede bene che le stesse regole si adattano al discepolato. Somigliano agli insegnamenti di varie discipline spirituali, dell’India per esempio. Ma in fondo ciascuno di noi, venendo al molto, è inviato in un punto preciso del tempo e dello spazio. A tutti è dato di decidere come starci. Siamo ‘esposti’, come dire che siamo su un treno in corsa e non c’è modo di scendere. Siamo mandati chi alla propria moglie, al proprio marito, ai figli, all’ambiente di vita, ai colleghi di lavoro, ai superiori e agli inferiori. Con essi un volto, uno stile, un modo di trattare si dovrà pure assumere. Se poi si ha lo ‘scrupolo’ di essere cristiani, tanto più.

 

‘Chi ama suo padre, suo figlio, sua moglie… più di me non è degno di me’, dice il testo. Se ci si guarda dentro si scopre che sulla via dell’amore vi sono molti ostacoli, molti sono i limiti da superare: la possessività, il controllo dell’altro… Presto si capisce che non c’è altro modo di amare l’altro se non mettendosi in Gesù. Sant’Agostino: nulla anteporre a Cristo. E si è liberi. Liberarsi da sé è la lunga via della maturità spirituale. Ogni situazione, anche la minima, richiede uno spiazzamento. Chi si considera centro del mondo dipenderà da ogni spirar di vento, di per sé mutevole come l’umore dell’egocentrico. Forse esagero, ma il concetto è giusto. A farsi centro del mondo ci si aspetta cose, riscontri, profitti, che non arrivano. Le intenzioni ci legano. Quante relazioni di coppia si intossicano perché non c’è più la corrispondenza sperata!

 

Sono cose che si capiscono, di sapore sapienziale. Ma allora che bisogno c’era che Gesù ne parlasse? C’è dell’altro: Egli pone sé stesso come modello da seguire, è un ‘maestro’ ma non solo. È colui per il quale chi avrà perduto la vita la ritrova. Insomma Egli è colui che ha la vita in sé e risuscita i morti, mentre noi l’abbiamo per concessione temporanea (ed è una apparenza di vita, promessa che anela alla vita vera). Abbiamo celebrato da poco la sua risurrezione e l’ascensione alla destra del Padre. Siamo ‘naturalmente’ orientati a pensare che ‘per la nostra fede’ Dio abbia un certo spazio, una coabitazione in questo nostro mondo. Ma le cose stanno in un altro modo. Dice Giovanni nel prologo del suo Vangelo: “Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. Siamo noi gli ospiti, amati, graditi, ma in errore di prospettiva. E Paolo agli Ateniesi dice: “In lui viviamo, ci muoviamo e siamo”. Immersi in Dio e non vederlo!

Tanto per rimettere ordine alle nostre idee, non siamo proprietari di nulla, solo usufruttuari. Da ciò la sua autorità nell’affermare: ‘Chi ascolta voi ascolta me e chi vi darà anche solo un bicchiere d’acqua per riguardo a me sarà ricompensato’. Il valore dato a questa così modesta misura ci incoraggia per contro a ritenere che anche un piccolo pensiero pregato, un soffio del cuore rivolto a persona cara trovi ascolto.
Allora non un solo bicchiere ma una brocca, una tinozza d’acqua fresca e un pranzo, una cena, una stanza di sopra perché l’ospite stanco possa riposare.

 

Una conclusione: quel Dio di cui siamo ospiti ci fa visita nel povero o nell’assetato cosicché le parti si invertono e noi accogliamo chi in realtà ci ospita. Praticando l’ospitalità, senza saperlo, si accoglie Cristo. Non chiese Gesù acqua da bere alla samaritana, lui che era fonte d’acqua viva? 

 

Valerio Febei e Rita

 

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