Briciole dalla mensa - 16° Domenica T.O. (anno A) - 19 luglio 2026
LETTURE
Sap 12,13.16-19 Sal 85 Rm 8,26-27 Mt 13,24-43
COMMENTO
Così leggiamo nella seconda Lettura di questa domenica: «Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza». Nel linguaggio di San Paolo questa “debolezza” deve intendersi in senso religioso: si tratta dei limiti dell’uomo che ha sempre bisogno dell’aiuto dello Spirito per comprendere le cose di Dio. Tale “debolezza” nella quale si accetta di vivere permette di accogliere e di comunicare la fede senza impadronirsene, manifestando così unicamente la “forza” di Dio e del suo Cristo.
Non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente. L’azione dello Spirito non cambia la nostra condizione di debolezza, che rimane tale, ma ci apre alla conoscenza del disegno di Dio su di noi, ci impedisce di cedere allo scoraggiamento, di peccare contro la speranza, e nello stesso tempo ci dona la forza di reagire ad una vita facile e priva di sforzo.
É la preghiera che caratterizza l’azione dello Spirito in noi, ma la preghiera stessa è un’azione divina, impossibile all’uomo, perché deve essere esclusivamente «secondo i disegni di Dio». E lo Spirito «intercede con gemiti inesprimibili». Questa espressione, che è stata interpretata in molti modi, significa semplicemente questo: lo Spirito, venendoci in aiuto, non distrugge la nostra preghiera, per quanto povera, ma la assume e la rende conforme alla volontà del Padre. E tutto questo non avviene se non attraverso un doloroso e impegnativo processo di purificazione: San Paolo - l’abbiamo letto la settimana scorsa - scriveva che «tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi».
La preghiera dello Spirito in noi realizza in favore dei «santi» - cioè di tutti coloro che sono stati redenti dal sangue di Cristo - il piano della salvezza del Padre: Dio, che ci ha conosciuti per primo, ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del proprio Figlio, di cui siamo diventati fratelli.
La pagina del Vangelo di questa domenica è così ricca che mi è sembrato legittimo concentrare tutta l’attenzione sulla parabola della zizzania, tanto più che la prima Lettura, tratta da libro della Sapienza, ci invita a vedere nel «Signore che ha seminato del buon seme nel suo campo» e lo lascia crescere assieme alla zizzania, l’immagine di chi ha «insegnato al popolo che il giusto deve amare gli uomini e ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, egli concede il pentimento».
Allora, c’è un uomo che «ha seminato del buon seme nel suo campo». Se il campo è il mondo, e nel mondo sicuramente c’è tanto bene, anche un cieco si accorge che il male, la corruzione, la violenza, la menzogna, vi crescono a dismisura, fino al rischio di soffocare anche il bene.
Tutti noi ci siamo posti, drammaticamente, la domanda: «Da dove viene il male?». Troppe volte siamo così presi dall’angoscia di fronte alla marea oscura e minacciosa del male, che cresce a dismisura, da restare impietriti e del tutto impotenti a reagire. Quando anche quello che credevamo puro, al sicuro da ogni contaminazione, si rivela improvvisamente adulterato, torbido, allora ci vengono a mancare totalmente le forze e rimaniamo sopraffatti. Di più: quando registriamo in noi stessi che tutto ciò che credevamo di avere offerto una volta per tutte - nel dono più totale e umanamente consapevole - all’amore per Dio e per i fratelli, l’abbiamo recuperato un poco per volta, ritornando su posizioni di egoismo, di chiusura, e anche di profonde rotture, allora prendiamo coscienza che la zizzania ha invaso il nostro campo e che tutto è ormai compromesso
É proprio in questo momento che ci poniamo la domanda: «Da dove viene tutto questo?». É una domanda che nasce da un equivoco molto radicato in noi: pensiamo di essere una entità di per sé esente dal contagio del male e quando - dentro di noi o fuori di noi - ne registriamo invece la presenza, il male diventa qualcosa che non riteniamo nostro, del tutto estraneo alla nostra condizione di donne e di uomini liberi e autonomi. Diventa un fardello di cui pensiamo di liberarci quando vogliamo, una pietra sulla quale siamo inciampati e che possiamo togliere ad ogni istante. Basta volerlo. Ma così facendo, rendendo il male - in noi e attorno a noi - una pura astrazione, un prodotto del nostro pensiero, facciamo anche dell’uomo una pura astrazione mentale. Accade invece che grano e zizzania, nella storia concreta di ogni giorno, siano inestricabilmente congiunti: mascherare questa, o volerla ideologicamente estirpare, significa snaturare anche la realtà del grano, che pure è presente.
«Vuoi che andiamo a raccoglierla?». Siamo scandalizzati per il fatto che il bene convive con il male, anche in noi stessi, ma la risposta del “padrone di casa”, che ci sorprende, vuol farci capire che l’impazienza nei nostri giudizi, o l’astrattezza delle nostre analisi, deve sempre cedere il passo alla paziente attesa del giorno in cui sarà Dio stesso a fare la cernita dei buoni e dei cattivi. Non è possibile separare oggi la zizzania dal buon grano, perché si corre il grosso rischio di sbagliarci, e strappare via dal terreno quella che a noi sembra una cattiva pianta, non meritevole di stare lì ad occupare inutilmente il terreno, e che invece non lo è, o lo è solo apparentemente o solo per un certo tempo. Si narra di moltissimi personaggi che hanno sperimentato la cattiveria e il male, e che la pazienza e la misericordia di Dio ha mutato in storie di santità e di amore. É sempre vero che Dio può far nascere figli ad Abramo anche dalle pietre! E allora, ci conviene vivere umilmente nella fedeltà alla Parola, piuttosto che trovare in essa una falsa e orgogliosa sicurezza, che ci darebbe anche il permesso di sradicare gli altri dalla faccia della terra.
Accettare la situazione apparentemente scandalosa in cui bisogna vivere quaggiù, significa per noi coltivare la virtù della pazienza, ma anche vivere nella speranza, riconoscendo il giudizio che solo Dio farà valere alla fine dei tempi. Sulla terra la cosa più importante è produrre frutto, in vista del Regno; noi non possiamo strappare la zizzania che ci rode il cuore, e che spesso ci umilia. Questo male che noi non possiamo estirpare dobbiamo vederlo con lo stesso sguardo di Dio: solo allora, accettando il combattimento interiore, fino alla fine, vivremo a immagine di Cristo.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Il Vangelo che ci ha rivelato Gesù è il vademecum, segna il cammino dell’umile sequela. Con parabole, mai tante insieme. C’è la zizzania nel campo di grano, il seme di senape, il lievito nella farina. Le due parabole successive parlano di accrescimento: la Parola accolta causa un aumento di vita. Tema sensibile: ogni essere aspira alla grandezza, da non confondere con l’espansione egoica. Vale: “chi vuol essere grande sia servo di tutti”. La Parola accolta è la dinamica di un destino di maturità, di compimento.
La parabola della zizzania offre diversi spunti. Di che si tratta? Provo a dire: limiti, contraddizioni interiori ed esterne, ipersensibilità, dubbi, inclinazione al male, paure, carattere… tutto quanto piega il giudizio, mente e cuore, verso il basso e il passato...
Siamo fatti anche di carne. Ci sono esseri solo spirituali, gli angeli, noi siano esseri spirituali incarnati nello spazio/tempo, dotati di coscienza, capacità di conoscere e volere. Cristo stesso è ‘sceso’ in questa carne, perciò è passato al vaglio della zizzania che cercava di corromperlo. Così ci insegna che si può uscirne vivi. Lavoro interiore: non ci si alza ogni mattina per iniziare la lotta? “Tu devi crescere ed io diminuire”. In Gen 4 sta scritto: “…Il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!”. Dominandolo tu scegli e cresci.
Quel che viene dalla carne è inevitabile: non saremmo qui senza, è una necessità benedetta in vista della risurrezione. La zizzania agisce nella storia e con quanta efficienza! Ma passa per il cuore dei singoli. “Dal cuore infatti provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze…” (Mc 15).
Agisce nelle coppie dove ben preso si evidenziano difetti dell’uno e dell’altra. Che si fa? È guerra. Oppure ci si impegna a riconoscere i propri limiti e a non far tutt’uno con quelli altrui. Funziona imparare a conviverci, ad andare oltre, si cresce in pazienza, in amore oltre l’emozione dando il meglio con quello che si ha o si è.
Che fare altrimenti? Paolo chiese a Gesù di togliergli una certa spina. La risposta: “No, caro. Ti basti la mia grazia”. Nella debolezza umana traspare la forza di Dio. Quindi riconoscere la zizzania per quella che è e occuparsi di altro. Beautifull mind, film su storia vera, mostra un signore, scienziato, che a poco a poco cade in schizofrenia: crede reali cose e persone che immagina. Guarisce quando riconosce che le immagini che vede sono solo immagini. Non le elimina, le vede scorrere ma la coscienza non si identica più con esse e si occupa di altro.
‘Vestire gli ignudi’ è una toccante commedia di Pirandello. Ersilia Drei ha una triste storia alle spalle, che tenta di coprire ‘vestendo’ un’identità dopo l’altra di volta in volta denudata da gente ‘per bene’ che la inchiodano alla stessa croce; tu sei quella lì, vergognati! Anche i ricordi delle storie pesanti che abbiamo attraversato sono zizzania. Che si fa? Li si rende inerti occupandosi di cose di oggi, ogni volta. Pirandello era sulla soglia della fede ma non la oltrepassò. Eppure qui c’è occasione per fidarsi del perdono di Gesù: chi siamo noi per disprezzarlo? L’orgoglio è gramigna!
Un prete preso a caso ripeteva: “Tutto è grazia!”. Invidia di confratelli, ostacoli, cuore malandato… Qualcuno gli parlava dei propri guai come ‘prove’ che Dio gli mandava. Correggeva: non c’entra Dio, tutto è grazia. Diceva: “Io non so perché Dio fa così ma so che lui lo sa e a me basta”. Crebbe come spiga di grano buono, come un albero fra i cui rami molti si ripararono, come un lievito che dette pane a migliaia.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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