Un servizio sofferto

Briciole dalla mensa - 22° Domenica T.O. (anno A) - 30 agosto 2020

 

LETTURE

Ger 20,7-9   Sal 62   Rm 12,1-2   Mt 16,21-27

 

COMMENTO

 

Geremia è drammaticamente messo alla prova: una sofferenza provocata dagli uomini, ma conseguente al ministero affidatogli da Dio. Il profeta era stato inviato ad annunciare una Parola molto scomoda, che gli è costato il rifiuto e la minaccia di morte da parte degli abitanti di Gerusalemme; ma poi quella profezia non si è compiuta. Così egli si sente ingannato, imbrogliato, adescato con inganno come una fanciulla innocente, proprio dal suo Signore; si sente tradito nel suo amore, imbrogliato dalla stessa parola di Dio.
Questo ci insegna che chi pensa alla fede e alla chiamata come ad una messa al riparo dalle contraddizioni della vita rischia di rimanere amaramente spiazzato. Perché Dio non tiene le fila del mondo come l'artista fa con le sue marionette. Dio opera dentro la storia secondo il suo progetto di salvezza, ma lascia libero l'uomo di corrispondervi o meno, e spesso l'uomo si rifiuta: da questo nascono le contraddizioni di una parola di Dio vissuta. E questa Parola si compie in maniere e in tempi che spesso non corrispondono alle aspettative, anche quelle degli uomini di Dio.
Geremia si sente profondamente ferito proprio nel suo rapporto con Dio, ma è ancora animato da quella Parola per la quale pur deve soffrire, e non riesce a non esserle fedele fino in fondo: «Nel mio cuore c'era un fuoco ardente; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo». Quella di Geremia è una grande lezione di fede: quella di un uomo che attraversa la sua sofferenza, prova la distanza da Dio, si sente addirittura imbrogliato da Lui, ma non può fare a meno di rimanergli fedele, anche se i conti religiosi non tornano.

 

Gesù fa il primo annuncio della sua passione. Non è una semplice preveggenza: Egli vede l'opposizione crescente di una parte del potere religioso giudaico, ne trae le dolorose conseguenze e le assume vivendole non come una sofferenza da portare, ma come una esigente occasione per donarsi, per amore. Anche nel suo caso, sembrano non compiersi le parole del Padre: quelle per le quali Egli è venuto ad annunciare al mondo il regno di Dio, aspettandosi la conversione degli uomini. In effetti, Gesù è stato profondamente contraddetto nelle sue aspettative, e - come abbiamo letto nelle prime domeniche del Tempo Ordinario - ha dovuto rivestire la figura dei piccoli, rifiutati e disprezzati, come avviene a molte persone anche oggi. Pensare la prospettiva di essere messo in croce come il peggiore dei condannati, invece che essere riconosciuto come il Messia che porta la salvezza, deve aver rappresentato una intollerabile contraddizione del suo progetto e una faticosissima riconsiderazione del suo rapporto con il Padre, che passa anche attraverso la più grande delusione: quella di sentirsi completamente abbandonato da Lui. Ma Gesù vive tutto questo non con un atteggiamento vittimistico, ma con l'umiltà e la fermezza di chi, pur smentito dai fatti, non rinuncia a proporsi positivamente.

 

La reazione di Pietro all'annuncio di Gesù è generosa (vuole evitare tale prospettiva al suo Maestro) ma sbagliata (per Gesù è addirittura Satana che parla attraverso l'apostolo): è la tentazione di costruirsi una via di Dio priva di compromissioni. Gesù è venuto a spendersi per il mondo: certo, originariamente non pensava che sarebbe stato attraverso la croce, ma ora Gesù l'accetta volendone cambiare il senso, da sconfitta a vittoria, da luogo di male a luogo del massimo bene. La sofferenza non va fuggita: va attraversata, sperando il Padre comunque.

 

Da qui l'insegnamento potente a saper mettere un limite alle preoccupazioni per il proprio «io», ad avere il dominio di se stessi («rinnegare se stessi»), a non sentirsi sminuiti e negati, ma amati, quando si vive la sofferenza («prendere la propria croce»).
«Perdere la vita per salvarla» significa non aver l'affanno per il proprio «io», non assolutizzare le cose che si sentono e si desiderano, saper avere uno sguardo plurale, familiare, comunitario sulla vita. Talvolta siamo così presi dal nostro «io», che vediamo solo i nostri bisogni, ciò che ci spetta: per quattro soldi e due muri di eredità, da fratelli si diventa nemici (per fare un banale e quotidiano esempio). È l'abbrutimento dell'uomo: dominato dall'egoismo, dall'accaparrare, dal possedere. Che bella libertà quella che Gesù insegna al cristiano! È leggerezza, è gioia della fraternità, quando l'altro, con il quale condividiamo la vita, non è un rivale da vincere, ma una persona amata da curare e da farsi curare.
«Guadagnare il mondo» e «perdere la vita»: mai il mondo - fatto di cose, di successi, di onori, di poteri - si può identificare con la vita, che è ciò che dà veramente senso all'essere persona umana; dove gli altri e le cose non sono qualcosa da conquistare, ma da viverci in relazione, scoprendone la bellezza, da rispettare, non da far propria.

 

Tutto ciò è posto da Gesù nella prospettiva del suo ritorno «nella gloria del Padre»: quando tutto sarà ricondotto al suo Regno di vita e di pace per tutti. Allora il Figlio dell'uomo «renderà a ciascuno secondo le sue azioni»: le «azioni» sono la sequela di Gesù. L'uomo verrà valutato nella sua relazione con Gesù, come leggeremo al cap. 25: dare a Lui da mangiare e accoglierlo, nei poveri e negli immigrati.

 

Alberto Vianello

 

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