Solo l'amore sa credere

Briciole dalla mensa - Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore - 21 aprile 2019

 

LETTURE

At 10,34.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9

 

COMMENTO

Non riesco a liberarmi del disappunto che provo per la "sforbiciata" che il Lezionario dà al racconto della risurrezione di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Perché l'episodio, che inizia con la visita alla tomba di Maria di Magdala, non finisce con la scoperta che questa è vuota da parte dei due discepoli avvisati da Maria, ma con il bellissimo episodio di lei che, proprio lì, riceve l'apparizione del Risorto, che poi la invia ad annunziarlo: in effetti, questa seconda parte costituisce il cuore del racconto. Non so se questo taglio sia un ossequio all'ansia per la brevità dei testi oppure se nasconda il disagio di dover riconoscere e proclamare che è una donna, con il suo amore per il Signore, la vera testimone del Risorto. In effetti, c'è da chiedersi se, per certa mentalità ecclesiale, sia più sconvolgente che uno risorga dai morti oppure che per crederlo dobbiamo affidarci a una donna.


I discepoli sono legati alla casa, al luogo chiuso, che è la chiusura del loro cuore nell'incredulità. Infatti è a casa che li raggiunge Maria, dopo essere andata al sepolcro e averlo trovato vuoto. È a casa che poi essi ritornano, sconvolti e perplessi, dopo aver visto la tomba vuota. È ancora a casa che li troviamo la sera di quel giorno, «a porte chiuse per timore dei Giudei» (Gv 20,19) e, una settimana dopo, sono ancora ben risaldati dentro (cfr. Gv 20,26).
Maria di Magdala, invece, la ritroviamo sempre fuori, alla ricerca, libera da quei recinti nei quale la donna è sempre stata rinchiusa, soprattutto dalla religione. In effetti, tutto il suo movimento è dettato dalla sorpresa, tipicamente femminile, dinanzi alla tomba vuota. Mentre il movimento di due discepoli sembra spinto da un darsi da fare vuoto, tipicamente maschile, di fronte al disorientamento. Infatti si descrive la loro corsa precipitosa, ma poi anche il loro riandare a dove stavano prima, come se non avessero ancora capito il fatto della risurrezione. Invece di Maria non si racconta nulla del suo ritorno al sepolcro, eppure la ritroviamo lì, anche e soprattutto dopo che gli altri se ne sono andati. Anche se l'aveva lasciato per andare ad avvisare i discepoli (segno della sua alta responsabilità di non voler vivere un'esperienza personale così sconvolgente senza prima aver coinvolto gli altri) è come se il suo cuore non si fosse mai allontanato da quel luogo, e lì la ritroviamo con tutte la sua persona, anche se è alla ricerca di un altro luogo: «Dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo».

 

Davanti alla tomba vuota, Maria cerca di darsi una spiegazione, seppure inadeguata («Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto»), per aver un motivo per continuare la sua ricerca e non chiudersi nella rassegnazione. I due discepoli, invece, sono stati rinviati alla fede tramite il collegamento tra la Scrittura e la risurrezione dai morti, quando sono entrati nella tomba vuota; eppure la loro fede sembra una piantina che nasce e muore subito, perché non si sviluppa nella sua dinamicità: la fede deve sempre diventare ricerca e nuova scoperta, altrimenti muore.
Ed è proprio la ricerca di Maria che le permette di incontrare il Signore. Una ricerca spinta dall'amore, come evidenziato dal racconto che, per quattro volte, parla del pianto di Maria. Essa non sembra credere e attendere la risurrezione di Gesù, infatti è ancora alla ricerca di un corpo morto. Eppure è l'amore per il Signore che la porta a non rassegnarsi e quindi a fare esperienza di Gesù che le appare e le si rivela. In effetti, la nostra fede non può mai "adeguarsi" al fatto della risurrezione: per quanto possiamo anche essere animati da un grande credere, l'evento della risurrezione dai morti supera ogni capacità umana, così che ci risulta impossibile commisurarci adesso. Ma c'è una misura umana che ci può aprire alla fede nell'impossibile come è la fede nella risurrezione: è l'amore. «Se non sempre riusciamo a capire, sempre possiamo amare» (C. M. Martini). Si potrebbe quasi ipotizzare che il Signore Gesù non volesse tanto mostrarsi risorto ai suoi: avevano le Scritture per crederlo e testimoniarlo (cfr. Lc 24,13-35). Ma devono essere state proprio le lacrime di questa donna, che hanno lavato il suo sepolcro, a tirarlo giù dall'impossibile della risurrezione per mostrarsi a lei. E sarà ancora la povertà umana dell'incredulità dei discepoli la causa che lo indurrà a mostrarsi loro, perché possono toccare le ferite della croce nel suo corpo risorto.

 

Oggi c'è poca fede perché c'è poco amore: l'amore è stato piegato e annichilito in amore per se stessi. Perciò non si sono perse solo le radici della fede, ma anche qualsiasi apertura al trascendente. Eppure, a Pasqua il Signore Gesù risorge dai morti: se noi siamo incapaci di adeguarci con la fede a tale evento, è vero anche che Lui non si adegua alla nostra poca fede. La risurrezione ci sorpassa, perché viviamo in un mondo (cristiano) ormai ignaro e indifferente. Ma non per questo essa risulta inefficace nella nostra storia e nella nostra condizione.
Gli apostoli, i discepoli, Giuseppe di Arimatea, Nicodemo e tutti gli altri: sono chiusi nella casa della loro incredulità. Invece, fuori, al sepolcro c'è una donna che piange. Da questo suo amore Maria potrà confessare: «Ho visto il Signore!». E da qui si diffonde il cristianesimo. Le lacrime dell'amore possono aprire nuovi orizzonti di fede.

Buona Pasqua a tutti.

 

Alberto Vianello

 

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