Solo Dio ci rende capaci di amare

Briciole dalla mensa - 23° Domenica T.O. (anno C) - 8 settembre 2019

 

LETTURE

Sap 9,13-18   Sal 89   Fm 1,9-10.12-17   Lc 14,25-33

 

COMMENTO

Il breve biglietto che Paolo scrive a Filemone (seconda Lettura) ha cambiato la storia del mondo. Paolo si trova in carcere, a causa della sua predicazione. Qui conosce uno schiavo, Onesimo, che era fuggito dal suo padrone, Filemone appunto, e attendeva il destino che la ferrea legge romana stabiliva per lui: la pena capitale. In carcere Paolo lo converte al cristianesimo e lo battezza. Poi scrive questo biglietto al suo padrone, Filemone, da tempo convertito al cristiananesimo, probabilmente sempre grazie a Paolo. Gli chiede di riaccoglierlo, evitandogli così la morte. Ma glielo chiede presentandogli due ragioni formidabili.

Lui, Filemone, come cristiano e debitore del Vangelo nei confronti di Paolo, avrebbe dovuto assistere e aiutare l'Apostolo in prigione. Invece non lo ha fatto. Ma, al posto suo, è stato Onesimo, il suo schiavo fuggito, che si è preso cura di Paolo: «Mi assiste al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo». Lui ha adempiuto a quel dovere di carità rispetto al quale Filemone era stato totalmente mancante. Perciò il padrone deve essere profondamente grato al suo servo.

La seconda ragione è che ora Onesimo, diventato cristiano, per il suo padrone non è più uno schiavo, ma un fratello: «Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo». In Cristo non esiste più la discriminazione fra schiavo e libero, fra cittadino e straniero: tutti posseggono la pari dignità di figli di Dio e di fratelli nel Signore. Lo schiavo è diventato un altro «Cristo», perciò il suo padrone lo deve trattare come tale, se vuol essere un autentico cristiano.

 

Perciò, in nome del Vangelo, la carità e la fraternità vengono a costituire i principi più importanti per regolare i rapporti fra le persone e quindi i valori fondamentali della società. Ma a tutto questo non si arriva attraverso ragionamenti teorici o principi astratti, bensì attraverso le situazioni concrete delle persone reali che Gesù Cristo prima, e i cristiani poi, hanno incontrato. Ed è proprio affermando la carità e la fraternità che il cristianesimo ha finito con il minare le basi della società del tempo, fondata, invece, sulla discriminazione libero/schiavo e cittadino/straniero, e sull'uso coercitivo del potere per praticare questa discriminazione. E, dopo un lungo travaglio storico, è nata la società moderna fondata su questa uguaglianza. Pensiamo solo alla nostra Costituzione: un insieme di norme per la società (laica) innervata di valori del Vangelo anche attraverso il contributo di molti cristiani, impegnatisi per affermare la dignità di ogni persona, soprattutto se è fragile.

Oggi una parte di persone, anche cristiane, si fa prendere da una certa propaganda e, per salvaguardare i propri diritti (egoistici), arriva a negare questa fondamentale dignità. Per loro, Onesimo avrebbe dovuto rimanere in carcere ed essere giustiziato; e i cristiani non dovrebbero perdere tempo a scrivere lettere ai padroni perché diano dignità agli schiavi, ma dedicarsi solo a mostrare rosari… Come cristiani dobbiamo attingere sempre di più ai veri valori evangelici attraverso una maggiore assiduità alla parola di Dio. E poi è necessario prendere posizione e intervenire, costi quel che costi. Perché la nostra società, che sbandiera il cristianesimo, sta assumendo gli atteggiamenti più assolutamente contrari ad esso. Non si può più lasciar perdere.

 

Anche il brano del Vangelo parla di relazioni umane dettate dalla fede in Dio. Gesù dice che dobbiamo amarlo più del padre, della madre, della moglie, dei figli, eccetera. Anche più della stessa nostra vita. È un modo di esprimersi che non va preso alla lettera. Aver fede non significa fare una graduatoria degli affetti e curare di riservare il primo posto a Dio. Il Signore non si mette mai in concorrenza e in alternativa alle altre realtà che ci stanno a cuore. Aver fede vuol dire riconoscere che in tutti i legami di affetto è presente il Signore, anche in quelli che ci sembrano più naturali e spontanei.

Ci sono, purtroppo, tantissime storie di ferite e di drammi nei legami di affetto. Questo dimostra che le relazioni di amore non sono mai scontate: non possono "andare in automatico". Solo Dio ci rende capaci di amare e di intrattenere relazioni positive con gli altri. Se non riconoscessimo questo, saremmo cristiani di nome, e non di fatto, non saremmo veri discepoli di Gesù. Dio condiziona (positivamente) tutta la nostra vita. Ogni bene è suo dono, non nostro guadagno e possesso. Per questo la «rinuncia a tutti gli averi», come condizione per essere suoi discepoli è la rinuncia a qualsiasi pretesa di poter corrispondere ai doni divini con la propria giustizia religiosa. Gesù dice: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Perciò, tutto ciò che facciamo e possediamo è suo dono. È questo il calcolo o, meglio, la consapevolezza che bisogna assumere prima dell'impresa di voler essere cristiani. Perciò la vita cristiana è solo riconoscimento dei doni del Signore, celebrazione di ringraziamento, e impegno di condivisione con gli altri fratelli.

 

Alberto Vianello

 

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