«Se non c'è strada, falla»

Briciole dalla mensa - 2° Domenica T.O. (anno A) - 19 gennaio 2020

 

LETTURE

Is 49,3.5-6   Salmo 39   1Cor 1,1-3   Gv 1,29-34

 

COMMENTO

«E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe. Io ti renderò luce delle nazioni» (prima Lettura). «Io non lo conoscevo. Ho contemplato lo Spirito discendere su di lui» (Vangelo). C'è uno scarto di un'inaspettata novità tra la missione originaria del servo - ristretta a Israele - e la chiamata a portare la salvezza a tutto il mondo; fra il non conoscere il Messia da parte Giovanni Battista e il suo testimoniarlo in pienezza. L'azione profetica - ma anche ogni azione di fede - deve essere aperta e disponibile alla novità, a qualcosa di non pensato, conosciuto, sperimentato prima. Questa novità è lo spazio di Dio.
Fa perciò impressione quando nella Chiesa si rimane assolutamente inchiodati al già saputo, al già vissuto: la cosa vale solo se è già presente nella Chiesa. Non c'è alcun spiraglio per un novum. Se il Signore è sempre lo stesso, «ieri, oggi e sempre», la modalità umana di viverlo e testimoniarlo può e deve cambiare, come cambia l'uomo e la storia. Perché è Dio che calibra e trasforma la sua opera di salvezza, secondo il modo necessario di declinarla nel mondo. Infatti non c'è salvezza, se non è sperimentata dall'uomo. Essere fedeli solo al passato, impedisce di essere fedeli al futuro, nel quale si offre la novità di Dio.
La figura di Messia che Gesù ha incarnato è stata fedele alle promesse (passate), ma anche ricca di novità inaspettate. Ciò che ha permesso al Battista di annunciarlo e presentarlo («Ecco l'agnello di Dio…») è stata la sua coscienza di non conoscerlo - anche se annunciava il promesso dalle Scritture - così da essere aperto alla sua novità.
Questa settimana mi ha colpito una frase: «Se non c'è strada, falla». Oggi l'uomo ha smarrito qualsiasi strada a Dio: il Signore è ormai estraneo al suo sentire e operare. Bisogna costruire una nuova strada che torni a far scoprire l'importanza di Gesù Cristo per la nostra vita umana. Ma non si possono ripristinare vecchie e passate strade: apprezzabili, ma per il passato, non per il futuro. Chi rimanere ancorato al già vissuto nella Chiesa è segno della non conoscenza autentica di Gesù Cristo, cioè della sua novità, che deve essere «nuova», cioè valida, per l'uomo di oggi.

 

«Ecco l'agnello di Dio». L'agnello, in origine, è immagine di inoffensività e di sottomissione. Per questo, un tale animale diventa la principale offerta sacrificale, quella di Pasqua: l'assoluta mancanza di qualsiasi comportamento violento (nemmeno difensivo) ne garantiva quella purezza per la quale gli si poteva addossare i peccati commessi da altri. Perciò, nella testimonianza di Giovanni, in quanto «agnello», Egli è «colui che toglie il peccato del mondo».
Proprio per questo, non riesco a pacificarmi del fatto che l'uomo "evoluto" della nostra società, ignorando normalmente Dio nella sua vita, immancabilmente lo evoca negativamente quando capita qualcosa di male: è Dio che manda la malattia, la disgrazia, la morte. Dio non lo riconosci mai nella tua vita, finché non lo sperimenti nel male che patisci: è una completa bestemmia!
Dio è, in Gesù, l'agnello, quindi è assolutamente incapace di concepire e operare qualsiasi cosa di negativo. Si offre indifeso, patisce Lui purché non patiscano gli altri. Dio è solo bontà e bene, vita e promesse di felicità. Invece lo si vede come una specie di diavolo portatore di sventura! Davvero il male è all'opera in questa perversione dell'immagine di Dio. Sembra che l'uomo abbia bisogno di riconoscere comunque, in Dio, una forza. E, nella sua ignoranza, non sa far altro che attribuirgli la forza della negatività. Perciò l'uomo di oggi rimane refrattario alla forza vera, quella del bene (per gli altri, prima che per se stessi), della bontà, dell'amore, dell'apertura della propria vita. Meglio pensare a un Dio punitivo, piuttosto che doversi impegnare come uomini disponibili agli altri.

 

Giovanni ha «contemplato lo Spirito discendere e rimanere» sopra l'uomo Gesù. Anche noi, oggi, siamo chiamati a riconoscere la discesa dello Spirito sull'uomo, cioè la sua presenza attiva nella storia e nella vita degli uomini. Lo Spirito è visibile tramite i suoi «frutti: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23). Se questi sono i suoi frutti, non possiamo non dedurre che quella dello Spirito è una presenza trasversale: dentro, ma anche fuori della Chiesa. Da sempre, la caratteristica dello Spirito, nella Bibbia, è di debordare fuori dei confini religiosi. E, oggi, davvero trovi i suoi frutti in tante persone e situazioni estranee alla Chiesa. Mentre la Chiesa, talvolta anche nei suoi giovani, è vecchia nella difesa dei propri ruoli e privilegi. Ogni uomo può produrre frutti buoni dello Spirito, perché ogni uomo è costituito da Dio come albero buono, e quindi è in grado di produrre frutti conseguenti. «Da i loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,20), non dall'abito religioso che indossano.

 

Alberto Vianello

 

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