Il Risorto «sta in mezzo» al mondo

Briciole dalla mensa - 2° Domenica di Pasqua (anno B) - 11 aprile 2021

 

LETTURE

At 4,32-35   Sal 117   1Gv 5,1-6   Gv 20,19-31

 

COMMENTO

 

«La sera di quel giorno… Otto giorni dopo»: ormai il tempo è definitivamente scandito dal mattino della risurrezione di Cristo dai morti. Questo riguarda anche la nostra sorte e la nostra condizione personale. Infatti già i Padri della Chiesa dicevano che, con il Battesimo, la morte ci sta ormai alle spalle, almeno come definitività: perché, battezzati-immersi nella morte di Cristo, siamo uniti alla sua condizione di risorto. Così, ogni giorno è per noi risurrezione, è vittoria sul male, è relazione viva con Dio e con gli altri. Siamo solo a livello di «segni», ma essi impegnano definitivamente il Signore con la nostra sorte finale.

 

Ma se mattino di Pasqua è segnato dalla pietra tolta via del sepolcro, «la sera di quel giorno» - per i discepoli di Gesù - porta ancora le caratteristiche della morte: «Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano». Così pure otto giorni dopo, nonostante Gesù sia apparso loro. Perciò la sua non è una "semplice apparizione", ma una essenziale presenza, come risorto, per dare vita a una comunità di credenti in Lui, nella quale si affermi la pace invece che la paura, la fiducia invece che l'incertezza, la libertà invece della chiusura. Senza la fede nella risurrezione, la comunità cristiana rischia di rimanere chiusa e autoreferenziale: separata, sulle difensive per la fobia del mondo esterno. Non è questione di stile ecclesiale, ma di fede nel Risorto.
Da notare: Gesù non apre le porte chiuse dei suoi discepoli; Egli si fa trovare presente nonostante tale sbarramento. Saranno i discepoli a doverle aprire, per uscire a compiere la missione che il Risorto affida loro di portare la riconciliazione di Dio a tutti. E il Vangelo di Giovanni ha la capacità di sintetizzare tutto con una semplicissima frase: «Gesù stette in mezzo». In quanto risorto e come risorto, Gesù Cristo abita ogni situazione e ogni realtà. Infatti la risurrezione non è una condizione che lo allontani dagli uomini e dalla storia. La risurrezione dice tutta la dimensione divina che abita il corpo umano del Gesù storico. Dunque la sua presenza al mondo passa essenzialmente attraverso la realtà di Dio e, in quanto tale, ha la capacità di irraggiarsi infinitamente. Lungo la sua vita terrena, Gesù ha raggiunto un numero limitato di luoghi e di persone. Come risorto, invece, la sua umanità può farsi prossima ad ogni condizione umana, e così davvero è «colui che sta in mezzo».

 

«Mostrò loro le mani e il fianco»: leggo questa ostensione che Gesù fa del suo corpo con i segni della passione - davanti ai suoi discepoli - come la risposta alla richiesta dei Giudei, all'inizio del Vangelo di Giovanni, al segno della cacciata dei venditori dal tempio: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Proprio il suo corpo risorto, con le mani e i piedi forati e il fianco trafitto, è il segno del nuovo e definitivo tempio, cioè del luogo per l'incontro con Dio, a cui gli uomini potranno accedere. Non serve più alcuna offerta perché «Cristo si è offerto una sola volta per togliere il peccato di molti» (Eb 9,28). Non serve più alcuna purificazione, perché è attraverso l'umanità come la nostra, crocifissa e risorta, di Cristo che si incontra Dio. Non serve più un luogo spirituale per attingere alla vita, perché quel corpo trafitto ha consegnato lo Spirito Santo al mondo nell'atto della sua morte.
L'evangelista Giovanni, che era presente fra i discepoli, avrà meditato a lungo su quel corpo risorto che si è dato da vedere con le sue piaghe, se, al termine della sua vita, scrivendo il libro dell'Apocalisse, ha incentrato tutto sulla «visione» di un nuovo vivere fra gli uomini (la Gerusalemme celeste) nel quale non c'è «alcun tempio: il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22). Allora la Pasqua non è il distacco e il saluto di Cristo nella sua risurrezione, ma è lo scendere della «Gerusalemme nuova», «la tenda di Dio con gli uomini. Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli» (Ap 21,2-3).

 

Tra i discepoli manca Tommaso, che pretende poi di vedere il corpo risorto del Signore. Otto giorni dopo, Gesù si fa vedere di nuovo e si rende disponibile a farsi toccare da Tommaso, come egli chiedeva. Tommaso viene così accolto da Gesù nella sua pretesa, che forse esprimeva la sua sfiducia nella risurrezione. In questo modo, il discepolo fa esperienza di essere amato da Gesù proprio nella sua incredulità. Credo che sia stata questa condiscendenza non giudicante, ma umile e accogliente - da parte del Signore - a vincere le resistenze di Tommaso e ad aprirlo alla fede.

 

La conclusione del Vangelo di Giovanni - a cui segue l’aggiunta del cap. 21 - descrive il Vangelo come una raccolta selezionata di «segni scritti», che sono capaci di suscitare la fede in chi legge. Bisogna lasciarci penetrare da questi segni, sino a diventare segno: la nostra povera umanità diventa luogo dell'opera di salvezza di Dio, cioè di esperienza di comunione di vita con il Signore.

 

Alberto Vianello

 

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