Quanto valgono due monetine?

Briciole dalla mensa - 32° Domenica T.O. (anno B) - 7 novembre 2021

 

LETTURE

1Re 17,10-16   Sal 145   Eb 9,24-28   Mc 12,38-44

 

COMMENTO

 

«Guardatevi dagli scribi», dice Gesù ai suoi. Come subito dopo dirà di guardarsi dai falsi cristi, dai falsi annunciatori della fine, dal sonno anesticizzante dell'indifferenza (cfr. Mc 13,5.9.23.33). Dunque le lunghe vesti degli scribi e la loro ricerca di onori nella società non sono solo una ridicola caricatura religiosa. Il loro comportamento rappresenta la fine di un mondo, sancita da Gesù e dalla sua «purificazione» del tempio. Quel sistema religioso è fallito, e Gesù ne denuncia la perversione (come vedremo nell'episodio dell'offerta della vedova).
Ma si tratta di un sistema religioso che sempre si tenta di restaurare, anche oggi. Meglio dire: ancora peggio oggi. Le lunghe vesti e le rapine nei confronti dei poveri sono ciò che Gesù ha fatto morire sulla sua croce, con il dono della sua vita, perché Egli vi ha invece affermato l'amore per il prossimo come vera devozione a Dio, il porsi al servizio degli altri, il vivere la povertà come apertura fiduciosa agli altri: sono i Vangeli delle precedenti domeniche. Chi anche oggi si serve di quello "stile" nega la novità che è Gesù Cristo.

 

«Gli scribi amano…»: letteralmente Marco usa il verbo «volere», ma proprio nel senso di «amare», come è tradotto. Una vita che «ama» rimirarsi ed essere ammirata. Proprio loro, gli scribi: i cultori della Legge, i maestri della fede, i campioni della sana dottrina. Solo uno di loro (Vangelo di domenica scorsa) aveva osato ascoltare Gesù sul primo comandamento: l'insegnamento della Scrittura sull'amore per Dio e per i fratelli. Tutti gli altri, invece, amavano se stessi e i riconoscimenti di se stessi. Amori inconciliabili. Da questo si capisce come anche oggi esista un certo snobbare la lettura del Vangelo; preferendo forme religiose che esaltino il proprio ministero (sacerdotale) e non scomodino all'amore fraterno.
«Amano le lunghe vesti»: era un lungo vestito esterno (tallith), che serviva ai rabbini in certe occasioni ufficiali come la preghiera o l'esercizio dell'attività giudiziaria; poteva essere anche l'abito di festa indossato nel giorno di sabato. Dunque è un modo di vestirsi per distinguersi dai comuni mortali, per sottrarsi alla ferialità, per affermare la propria eminenza.
«Amano ricevere saluti»: amano che gli altri salutino per primi come segno della propria superiorità. «Amano i primi seggi, i primi posti», sono le collocazioni d'onore: nella sinagoga erano i seggi a parte rispetto alla folla, a tavola erano quelli accanto al padrone di casa. Insomma, gli scribi vivono di tutto ciò che esteriormente li fa sentire e li fa apparire superiori agli altri. Sembra quasi che Marco voglia farci vedere questo "spettacolo" di assurda esaltazione e mostra di se stessi.
Devo confessare (e forse è un peccato di eccessiva critica) che in certi ambiti ecclesiastici talvolta faccio fatica a relazionarmi; laddove c'è un'esibizione della propria (pretesa) sapienza e del proprio (esibito) impegno, che vanno a costituire un tale senso di superiorità da farmi ritirare nel mio silenzioso angolo. Bisogna allora che sia io il primo a verificare e a togliere da me stesso ciò che residua di questi amori.

 

«Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere». Qui la denuncia di Gesù mostra un'assurda contraddizione del cuore umano. Infatti sono messi insieme due gesti assolutamente opposti: portare via ai poveri e pregare Dio. Perché quel Dio che pregano gli scribi è il Dio di Israele, ovvero il Dio dei poveri, perché Israele era il più povero dei popoli e perché Dio interviene nella storia solo per soccorrere i poveri (cfr. Es 3,7). Come si può pregarlo mentre si portano via i beni alle vedove, cioè alle persone povere per antonomasia?! Questa giustapposizione esprime tutta la falsità religiosa che gli atteggiamenti devoti possono nascondere.

 

L’episodio della povera vedova, che mette gli unici due spiccioli che aveva per vivere nelle offerte del tempio, può essere interpretato sulla stessa linea di denuncia da parte di Gesù.
Infatti si può dare alle sue parole un tono polemicamente critico, per esprimere la paradossalità della situazione. Quella povera donna si era sentita costretta, per mantenere un minimo di consenso sociale, di farsi vedere nell'offrire al tempio quel pochissimo che aveva, rinunciando così addirittura alla propria sussistenza. Ponendo l'attenzione di tutti su questo gesto, Gesù si mette a criticare un sistema religioso, imposto dagli scribi, che obbligava la povera gente a privarsi del necessario. Egli aveva già denunciato questa distorsione religiosa con l'esempio negativo di chi era costretto a versare al tempio ciò che invece gli serviva per sostenere economicamente i propri genitori (cfr. Mc 7,10-13). «Di cose simili ne fatte molte»: come togliere gli spiccioli del pane alla povera vedova.
Per Gesù, il bisogno della persona prevale su qualsiasi dovere religioso, anche sull'offerta all'altare, cioè a Dio. Due monetine valgono più di Dio (meglio: per il suo culto), se servono per vivere. Così Gesù ci invita a pensare non solo a una Chiesa che non porti via ai poveri, ma, soprattutto, a una Chiesa che abbia un vero "culto" per la giustizia sociale e per i poveri.

 

Alberto Vianello

 

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