La conversione è una trasfigurazione

Briciole dalla mensa - 3° Domenica T.O. (anno A) - 26 gennaio 2020

 

LETTURE

Is 8,23-9,3   Sal 26   1Cor 1,10-13.17   Mt 4,12-23

 

COMMENTO

Saputo dell'arresto del Battista, «Gesù si ritirò nella Galilea». Come da piccolo, i luoghi della sua vita non sono scelti, ma sono gli esili a cui lo costringe la ingiusta e brutale violenza degli uomini del potere (cfr. Mt 2,14.22). Il Figlio di Dio diventato uomo non porta una facile pace, ma - si potrebbe dire - suscita e fa venire fuori il male che c'è nel mondo. Ci è, così, di esempio di responsabilità e di condivisione umana nel non evitare le sofferenze del male, ma nell’attraversarle, nell’assumerle sulla propria carne, per darne evidenza, e poi, da qui, vincerle e toglierle dalla schiena piegata dell'umanità.

 

«Da allora Gesù cominciò a predicare»: non è un tempo, ma una situazione, la Galilea, appunto. Trovandosi nella «Galilea delle genti», la terra mescolata con i pagani, quelli che sono senza Dio, il Figlio si è lasciato interrogare sul senso di quel suo stare lì. La sua missione è annunziare e portare il regno di Dio: che non fosse proprio quel luogo dei senza-Dio (per gli uomini religiosi) dove fare risuonare per primo quella parola nuova?! Evidentemente Gesù si è lasciato provocare proprio per quella sua presenza dove, religiosamente, «non c'è nulla di buono» per portare tutta la bontà di Dio per l'uomo. Non ha aspettato di raggiungere Gerusalemme, il cuore della fede, dove verrà, invece, rifiutato, ma ha iniziato da qui. E si è così affettivamente legato nella fede a quella terra che, alla fine, rinvierà di nuovo i suoi discepoli alla Galilea per incontrarlo risorto (cfr. Mt 28,10.16). E, con i piedi su quella terra, il Risorto annuncerà che sarà con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28,20).

 

Così «il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce»: Dio con noi e per noi, nella carne umana di Gesù. Da allora, il Signore ama e predilige quelle che papa Francesco chiama le periferie esistenziali: lì lo possiamo trovare più facilmente, accanto a vite povere, contraddittorie o provate. Del resto, in ciascuno di noi c'è un po' di «Galilea delle genti»: cioè quella parte di noi stessi che non accettiamo e che mettiamo ai margini. Forse il giudizio negativo e il rifiuto degli altri, soprattutto se poveri, nasce in noi dall'incapacità di accoglierci anche nelle nostre parti negative. Eppure, è proprio lì che si rende presente il Signore, ed è lì che ci fa vivere del suo Regno: questo c'insegna il Vangelo di questa domenica.

 

«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Colpisce il fatto che Gesù usi le stesse parole di Giovanni Battista (cfr. Mt 3,2). Evidentemente Matteo ne vuole sottolineare la continuità. Però, fra i due, cambia probabilmente il punto sul quale cade l'accento della frase. Per Giovanni era il «convertitevi»; per Gesù, invece, sta nel «perché il regno dei cieli si è fatto vicino». La conversione non è più una necessaria condizione per evitare il ferreo giudizio divino, come Giovanni annunciava, con la venuta del Messia. Ora la conversione è la spontanea apertura al Signore, in conseguenza del suo annuncio del Regno. In Gesù il Regno si è fatto vicino a noi: questo fatto ci cambia la vita, la trasfigura progressivamente conformandola alla luce della vita divina. Di conseguenza, ci impegna ad aprire le nostre opere a tale luce. Perciò, la conversione non consiste tanto nel miglioramento del nostro comportamento, ma nel credere che il Regno operi in noi questa trasformazione della nostra umanità. Il Regno consiste nella realizzazione del progetto di salvezza del Padre. Quella salvezza che rende l'uomo sempre più umano, liberandolo dai condizionamenti del male e aprendolo a tutte le potenzialità positive della nostra umanità, in riferimento alle relazioni filiali e fraterne.

 

Gesù incarna un modo di essere Signore davvero originale. Dopo aver cominciato ad annunciare il suo Regno nelle periferie più marginali, ora esprime la sua estrema autorità nel chiamare alla sua personale sequela i primi discepoli, ma che sono dei semplici e ignari pescatori della Galilea. Sono degli uomini che stupiranno Gerusalemme con la loro predicazione, dopo la Pasqua di Gesù, perché la gente «si rendeva conto che erano persone semplici e senza istruzione» (At 4,13). Il nostro patriarca Marco Cè diceva che Dio ama fare cose grandi in coloro che sono piccoli, anzi, proprio perché siamo piccoli Egli vuole operare meraviglie in noi. Noi restiamo piccoli, ma il Signore vuol farci vivere delle esperienze grandi: come i pescatori galilei che Gesù ha chiamato, e che non hanno smesso di seguirlo e di stare con Lui (le cose grandi), anche se Lui li stupiva continuamente con la sua apertura e il suo amore verso tutti, mentre loro erano spesso preoccupati per se stessi, lottando per il potere e rinnegando il Maestro (l'essere piccoli).
Eppure, quel «venite dietro a me» è la frase più decisiva nelle sorti del mondo: li ha resi testimoni del Figlio di Dio e della sua opera di salvezza, che essi hanno poi ha annunciato instancabilmente. I cuori degli uomini, oggi, sono molto spesso distratti e superficiali. Dobbiamo tornare alla radicale sequela di Gesù: ordinando la nostra umanità alla sua luce, essendo disponibili a non anteporre nulla alla sua sequela, impegnando anche il nostro futuro nella durata, nella perseveranza e nella definitività. Solo vivendo tale esperienza potremo essere capace di parlare al cuore profondo degli uomini, dove il desiderio di Dio rimane autentico, anche se nascosto, in tutti.

 

Alberto Vianello

 

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