Interpellati, non insigniti

Briciole dalla mensa - 25° Domenica T.O. (anno A) - 23 agosto 2020

 

LETTURE

Is 22,19-23   Sal 137   Rm 11,33-36   Mt 16,13-20

 

COMMENTO

 

Anche per il Vangelo di questa domenica iniziamo dalla geografia. È a Cesarea di Filippo, ovvero nel luogo più lontano dal centro religioso di Gerusalemme, che Gesù interroga i suoi discepoli sulla sua identità e affida le «chiavi del regno dei cieli» a Pietro. Siamo, quindi, nel posto più periferico rispetto ai luoghi del potere religioso. Così, attraverso la simbologia geografica, appare chiaro che Gesù non vuole dare a Pietro un primato e un'autorità religiosa, ma un incarico che lo pone al servizio, e quindi all'ultimo posto. Questo dato è un richiamo sempre valido e necessario in ogni situazione, anche per il nostro oggi. Un dato per dare un'idea: è singolare che, ancora oggi, una delle parole più usate nel Codice di diritto canonico sia potestas, mentre, nel Vangelo, Gesù ne conferisce un'unica ai suoi discepoli: quella di scacciare i demoni.

 

In ogni modo, Gesù inizia il discorso dalle relazioni con Lui: «Chi sono io per la gente, chi sono io per voi». È solo dentro tale relazione che si può fondare una responsabilità da portare a edificazione del Regno.
La sua domanda non cerca risposte teologiche o catechistiche: c'è sempre il rischio di ridurre la fede ad un insieme di nozioni cristiane su Dio, che possono portare sino a paradossi antievangelici come quello - purtroppo diffuso oggi - di proferire perfettamente il Credo ogni domenica a Messa e poi disprezzare e insultare gli immigrati.
E la caratteristica della relazione con Gesù deve essere come quella della vera relazione con tutte le altre persone: lasciare che l'altro sia per me una domanda. Cioè siamo chiamati a rapportarci con lui credendo che c'è in quella persona qualcosa che non posso comprendere del tutto, che fa parte del suo mistero, rispetto al quale io devo rimanere aperto. E questo soprattutto vale con chi conosciamo di più, o che pensiamo di conoscere molto bene, come chi ci vive accanto. L'altro non è mai del tutto "il solito", ma sempre una possibilità di sorpresa: solo così gli permettiamo di essere se stesso e di venire fuori positivamente, anche in maniera inaspettata.
E se questo vale per il rapporto con gli altri, vale ancora di più nel rapporto con il Signore: non può mai essere semplicemente un Dio saputo, magari dentro una tradizione religiosa. Sarebbe un simulacro, non un Dio vivo. Non lo possiamo nemmeno racchiudere nell'esito di una nostra ricerca, fosse pure generosa. Dio deve essere colui che mi sorprende, magari dentro le inaspettate e faticose pieghe della vita. E lì, dietro quelle svolte, ascoltiamo la Voce a interrogare il nostro cuore: «Ma io, chi sono per te?!». Ed è lasciandosi smuovere da tale domanda che possiamo sperimentare tutta la sua prossimità e la sua cura per la nostra vita.

 

Pietro sa cogliere, in questa occasione, l'essenziale della realtà di Gesù: Egli è il rivelatore unico e definitivo del volto del Padre celeste in mezzo agli uomini («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»). Gesù è il volto umano di Dio: è la sua definitiva assunzione dell'umanità, e quindi è costante comunione divina con l'uomo.
Riconoscere che Gesù è il rivelatore di Dio non è un'intuizione spontanea di Pietro, ma una rivelazione donatagli dal Padre. Solo Lui, attraverso la sua Parola, ci può mostrare e donare chi è veramente Gesù: come è avvenuto nell'umiltà del suo battesimo al Giordano e nella bellissima luce della trasfigurazione.

 

Soltanto fondandosi su tale stabile esperienza, Pietro può ricoprire un ruolo di stabilità nella comunità cristiana che il Signore va costituendo a partire dalla sua Pasqua. Pietro sarà un riferimento dell'edificio-Chiesa: non è la Chiesa, che è composta da tutti i battezzati, costituiti «pietre vive» (1Pt 2,5), che insieme danno vita a quell'edificio spirituale nel quale ogni uomo può trovare Dio. Né Pietro costituisce il fondamentale riferimento: la pietra d'angolo è solo Cristo, che è passato attraverso il rifiuto da parte degli uomini religiosi.

Cristo ci tiene talmente insieme che «le potenze degli inferi non prevarranno». Oggi più che mai, dobbiamo invocare la comunione fraterna, minacciata in tante situazioni proprio dal «diavolo», cioè dal «divisore»; sicuri, però, che questo non può essere più forte del Signore.
Ed è proprio in ordine a ciò che Pietro riceve le «chiavi del regno dei cieli»: il detto sul legare e sciogliere, che esplica la funzione delle chiavi, ricorre anche in Mt 18,18, dove tale potere riguarda il riconciliare con la comunità il fratello che vi ha provocato qualche ferita. Dunque l'incarico affidato da Gesù a Pietro (e poi anche agli altri discepoli) è la responsabilità di lavorare sempre a favore della comunione fraterna nella Chiesa: accogliendo, curando, amando, correggendo, pazientando … Se lo scopo è la comunione, anche le prese di distanza devono essere in funzione di tale fine: bisogna lavorare sempre al recupero dei fratelli, se ci fossero stati dei problemi. E la comunione all'interno della comunità può essere vissuta solo se si riconosce veramente (non solo nominalmente) che l'altro per me è un fratello, comunque, anche se diverso o addirittura irriducibile a me, e se, insieme, lavoriamo a prenderci cura gli uni degli altri.

 

Alberto Vianello

 

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