Il Messia sconvolge le attese degli uomini

Briciole dalla mensa - 3° Domenica di Avvento (anno A) - 15 dicembre 2019

 

LETTURE

Is 35,1-6.8.10   Sal 145   Gc 5,7-10   Mt 11,2-11

 

COMMENTO

Se la seconda domenica di Avvento presentava la figura di Giovanni e il suo ministero di preparazione della gente alla venuta del Messia, la terza domenica ci mostra il confronto con la figura di Messia che Gesù ha, effettivamente, incarnato. Per Giovanni non è stato per niente facile e scontato: infatti c'è uno scarto tra il suo annuncio profetico dell'Inviato divino e lo stile di Gesù. Dietro a questo c’è l’attesa di quale intervento Dio avrebbe assunto per realizzare il suo piano di salvezza. Giovanni misurava la criticità e la negatività dell'ambiente religioso e di quello civile del suo tempo, e per questo si attendeva un Messia forte, deciso e incisivo nelle situazioni della realtà. I giudei aspettavano un Cristo che li liberasse dai romani, Giovanni uno che liberasse la religione ebraica e la società dalle ipocrisie della fede asservita all'affermazione sociale e alle prevaricazioni del potere. Gesù riveste, invece, i panni teneri e dimessi di Colui che è attento a tutte le povertà, che vuole dar vita a dei credenti che sanno amare anche i nemici, un Messia che non è venuto a condannare ma ad aprire strade di bene.
Per questo, alla domanda di Giovanni riferita a Gesù: «Sei tu…?», Gesù mostra la sua opera di cura dei deboli e di annuncio della speranza per i poveri (annuncio del Regno). E termina dicendo: «E beato colui che non trova in me motivo di scandalo!». Così Egli ammette che non sia così chiaro ed evidente il suo essere il Messia: c’è uno scarto, un salto da superare, perché nemmeno Giovanni si attendeva un Messia povero e disarmato in questo mondo. La domanda di Giovanni esprimeva tutto il suo dubbio: non è il dubbio della fede, ma il fatto che la fede è fatta anche di dubbi, di sani dubbi. Perché il porsi delle domande rende aperti a ciò che non ci si aspettava: aiuta a colmare la distanza tra l'immagine della venuta del Signore che ci si è fatti e quella che il Signore effettivamente rivela di sé. Così la crisi di Giovanni, che si trovava in carcere e nella prospettiva della morte, diventa apertura a una diversa figura del Messia, di cui lui stesso ne rivestirà la parte con il suo martirio: non eroicità ma assunzione della propria debolezza invece che della rivalsa.

 

Ma Gesù sa ricuperare pienamente la figura del Battista anche dentro un suo ministero così diverso dalle attese. Egli parla della marginalità di Giovanni: uno che sta nel deserto, che non è «una canna sbattuta dal vento», cioè non va dietro alle mode, né veste «abiti di lusso», come avviene nei palazzi dei re. Andavano tutti a farsi battezzare da Giovanni, anche i capi religiosi e i potenti, per fingersi persone di fede (come avviene oggi da parte di certi personaggi pubblici), senza rendersi conto che smentivano con la loro vita il senso del battesimo praticato da Giovanni. Esso consisteva non in indecente e falsa esibizione religiosa di se stessi, ma nella necessità dell’umiltà e del cambiamento di vita per vivere la fede. Il deserto è il luogo del non-potere e dell’esperienza della fragilità umana. Oggi corrisponde alle periferie esistenziali di cui parla papa Francesco. La Chiesa deve ripartire da lì, per aprirsi all’annuncio del Regno da parte di Gesù Cristo. Un annuncio che non si può udire e vedere all’opera nei palazzi dei ricchi e dei potenti. Così Gesù recupera pienamente la figura del Battista: egli è il profeta-messaggero unico nel preparare la venuta del Signore. Non è solo una vicinanza cronologica fra Giovanni e Gesù. Il Battista si è collocato nel deserto, là dove il Signore avrebbe attirato il suo popolo, la sua sposa per legarsela con vincoli di amore e di sponsalità (cfr. Os 2,16-25).

 

Ma Gesù supera infinitamente la figura del Battista: «Fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Il «più piccolo» è il discepolo. Gesù aveva iniziato come discepolo di Giovanni. Quindi, in una considerazione solo storica, Gesù non è apparso superiore a Giovanni e il suo ministero non ha suscitato lo stesso scalpore di quello di Giovanni. Tanto è vero che il più grande storico del tempo, Giuseppe Flavio, parla diffusamente di Giovanni Battista, ma non nomina Gesù. Ma, nella logica del Regno, Gesù è il più grande perché è il Messia. Gesù non donerà soltanto la sua vita umana, come farà Giovanni con il suo martirio, ma anche la sua vita divina. Ma lo farà sottostando a ciò che di negativo gli uomini gli vorranno fare, in una completa docilità e attesa. Chi rinuncia ad affermarsi si apre all’intervento di Dio Padre. Ed è proprio facendosi più piccolo dell’attesa di grandezza umana del popolo di Israele, che Gesù la supererà infinitamente e aprirà orizzonti del tutto inaspettati, ma stupendi. Un Dio per tutti, un Dio con tutti. Perciò la Chiesa non può essere un’èlite chiusa.

 

Alberto Vianello

 

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