Il fondamento dell'azione pastorale di Gesù

Briciole dalla mensa - 16° Domenica T.O. (anno B) - 18 luglio 2021

 

LETTURE

Ger 23,1-6   Sal 22   Ef 2,13-18   Mc 6,30-34

 

COMMENTO

Gesù invita gli apostoli, ritornati dalla missione, ad uno stacco e al riposo: li vuole formare alla presa di distanza da tanto attivismo, che è un po' il rischio di molti pastori anche oggi. Da un lato, Gesù è sempre stato disponibile nei confronti della gente, anche quando Lui aveva altri progetti: come è narrato alla fine di questo brano evangelico. Ma, da un altro lato, Gesù è stato anche molto attento a prenderne le dovute distanze: innanzitutto per non entrare nella logica di fermarsi a raccogliere i frutti di un successo («Tutti ci cercano…!», cfr. Mc 1,37), e poi, appunto, per non cadere nell'illusione ingannevole del proprio fare.
La richiesta diffusa («Erano molti che andavano e venivano») rischia di creare una situazione "disumana": «Non avevano neanche il tempo di mangiare». Il problema non è la pancia, ma la relazione. I tanti incontri da tenere sono un bel paravento per nascondere, per esempio, la negligenza nello stare insieme tra preti. Infatti, il fare tante cose fa nascondere dietro il ruolo e porta a trascurare le relazioni personali. L'enunciare le iniziative pastorali è illusione di essere efficaci, ma nasconde l'immaturità di non essere capaci di vivere la gratuità dell'incontro con l'altro. Ma la pastorale dei numeri e degli eventi sta tramontando, perché ormai la società si è scollata dalla Chiesa: provvidenzialmente andiamo verso la pastorale dei volti singoli e dei momenti personali, ove si incontra veramente l'altro, magari dentro la sua storia così lontana dai canoni "parrocchiali".

 

Gesù li conduce verso «un luogo deserto». Lì, poi, si troveranno sprovvisti di cibo, per le folle che li hanno comunque seguiti. Gesù compirà, allora, il segno della moltiplicazione dei pani; e, perciò, il «luogo deserto» diventa simbolo di una situazione nella quale non si può contare sui propri mezzi per un'efficacia pastorale, ma unicamente sulla presenza del Signore e della sua provvidenza "miracolosa".
Perciò, il ritirarsi, oltre ad essere un antidoto all'attivismo illusorio, è espressione della coscienza della propria debolezza ed esercizio di affidamento al Signore e alla sua azione. Il ritirarsi non è il momento del conteggio superbo delle proprie opere o di una considerazione orgogliosa della propria chiamata: è, invece, distacco dal proprio ruolo e sincera accettazione del non essere migliori degli altri. Allora si potrà davvero accogliere tutti e vivere pacificamente l'essere «servi inutili»: che non significa non-utili, ma senza-utile, cioè senza onorificenze. Le cose che si fanno sono solo per passione dell'uomo e del regno di Dio, e il poterle fare è la vera ricompensa: poter lavare i piedi ai fratelli.

 

«Sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro»: questo amore - espresso con il verbo che fa riferimento all'amore materno per il proprio piccolo - è l'unico fondamento dell'azione pastorale di Gesù. È solo il suo sguardo misericordioso, compassionevole, tenero, attento, preoccupato, coinvolto che detta lo stile del suo annuncio. Se è così, è impossibile pensare a un Gesù esigente, rimproverante, preoccupato del rispetto della Legge religiosa.
Chi prova per le persone con le quali viene a contatto lo stesso amore che prova una mamma – in forma essenzialmente donativa e oblativa - sarà solo disponibile, accogliente, attento all'altro, rispettoso e comprensivo. Un piano pastorale non potrà che essere espressione di tali «viscere materne di misericordia»: esprimere, cioè, tutte le maniere nelle quali è possibile prendersi cura delle persone, nelle situazioni concrete delle loro vita.

 

Questo profondo e reale amore materno di Gesù per le persone che incontrava era dettato dalla loro situazione: «Perché erano come pecore che non hanno pastore». Gesù vede il loro smarrimento, la loro mancanza di riferimenti e della possibilità di sentirsi tenuti e accompagnati. A chi vive anche oggi così, che cosa siamo capaci di offrire loro?
Non li può certo interessare una pastorale capace di proporre solo contenuti "freddi" di fede, oppure iniziative atte più che altro a mostrarsi sui giornalini parrocchiali più che a toccare la vita ferita delle persone. Oggi c'è tanto smarrimento nella gente: non si tratta di pensare cosa fare per loro, ma come essere veramente coinvolti con loro con un amore tenero e appassionato come quello di Gesù.
Le pecore si sono smarrite perché i pastori le hanno abbandonate e hanno curato solo i loro interessi e i loro piaceri (prima Lettura). Dio allora interviene: «Io stesso radunerò il resto delle mie pecore». Interviene con l'amore materno di Gesù, che è la più forte critica ai pastori che non hanno curato il gregge di Dio. Se c'è un mea culpa da fare non riguarda una mancanza di autorità, ma di amore e di cura. E questo può davvero avviare un piano pastorale in linea con il regno di Dio: come amare e curare gli smarrimenti di tante persone.

 

Alberto Vianello

 

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