Gesù in quarantena

Briciole dalla mensa - 1° Domenica di Quaresima (anno A) - 1 marzo 2020

 

LETTURE

Gen 2,7-9; 3,1-7   Sal 50   Rm 5,12-19   Mt 4,1-11

 

COMMENTO

Gesù passa la "quarantena" - 40 giorni nel deserto - per risultare, alla fine, "sanamente" uomo: perché non si è messo al posto di Dio (far diventare le pietre pane, buttarsi giù per farsi prendere dagli angeli) né si è abbassato al livello del diavolo (prostrarsi a lui per avere «tutti i regni del mondo»). Questa "quarantena" di Gesù richiama i 40 anni del popolo di Israele nel deserto, «per metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Dt 8,2). Perché le tentazioni sono le prove che vengono dall'imprevedibilità della vita. In queste prove si può cedere alla possibilità del male che attraversa il cuore. Ma, in esse, si può, all'opposto, custodire il proprio essere persone umane: cioè l'essere fatte a immagine e somiglianza di Dio, fatte quindi per il bene, non per il male.

 

La prima tentazione è la prova del deserto e della sua durezza, come quella delle pietre. Il deserto è assenza di vita e degli elementi per vivere. Nella nostro percorso, può capitare che la realtà ci sembri infeconda e improduttiva, tanto da mettere in discussione la vita stessa. Questo avviene davanti a sconfitte, a delusioni, a ferite che ci troviamo a subire.
A questa tentazione Gesù risponde con le parole della Scrittura: «Non di solo pane vivrà l'uomo». Egli si riconosce, innanzitutto, «uomo». Accetta, in totale cordialità, la sua condizione umana, non vedendola negata nelle aridità e nelle durezze della vita. Si può vivere anche fra le pietre, senza che, per ritrovarsi, debbano diventare per forza pane. Perché il vero essenziale, la parola che esce dalla bocca di Dio, la sua relazione positiva con noi, non sarà mai tolta. Gesù ha saputo integrare anche le sue sconfitte nel suo rapporto con il Padre. Come quando lo ha ringraziato per aver scelto per Lui la via dei «piccoli», e non quella dei «sapienti e dotti», quando il suo ministero di annuncio del Regno in Galilea si è concluso con un sostanziale insuccesso: solo i rifiutati lo seguivano.

 

La seconda tentazione è quella del misconoscimento di Dio. Metterlo alla prova chiedendogli un segno eclatante è una dimostrazione evidente dell'incapacità o della non volontà di aprirgli uno spazio di relazione autentica nella propria vita. E’ quello che viene oggi: Dio non appartiene più all'essenziale, e nemmeno al facoltativo. Soprattutto presso le nuove generazioni, Dio è relegato nell'angolo dell'indifferenza. Perché la generazione dei loro genitori è venuta meno alla trasmissione della fede (ma è venuta meno anche agli altri contesti educativi).
Gesù risponde anche a questa seconda tentazione citando la Scrittura; che, in questo caso, avverte di «non mettere alla prova il Signore Dio tuo», come il popolo nel deserto, che guardando avanti e vedendo tanta aridità si chiedeva: «Dio ci darà acqua per vivere?». La preoccupazione, l'attenzione morbosa e ansiosa verso la propria vita, l'allarmismo, il pessimismo trasformano (l'inevitabile) incertezza di certe situazioni della vita in ribellione contro gli altri, contro il destino, contro le conseguenze di tali situazioni, contro Dio (!). Bisogna, invece, evitare di scaricare su altro da sé la personale prova che si vive. Gesù ha fatto proprio così: tentato di venir meno, davanti alla prova della passione che stava per subire, ha chiesto al Padre di aver la forza di essere se stesso con la sua dignità e fortezza, che proprio con la croce gli uomini gli volevano negare e togliere. Non ha puntato il dito accusatorio contro i suoi carnefici, non ha alzato mani supplicanti a Dio per essere risparmiato, non ha convocato folle di angeli e discepoli a sua difesa. Con le sue mani ha lavato i piedi agli uomini, anche a colui che lo tradiva, segno di un amore senza riserve.

 

La terza tentazione comprende la vertigine della grandezza e la depressione della sua disillusione. Da giovani si ha una sana spinta a fare qualcosa di significativo nella propria vita: sono i sogni. Serve a mettere il meglio di se stessi e delle proprie energie in ciò che sta davanti. Ma talvolta questo sfocia in piccole manie di grandezza oppure in amarezze e retromarce, dinanzi alle difficoltà. Allora si diventa rinunciatari e ritirati in un piccolo mondo ripiegato su di sé ed egoista. Non possiamo rapportarsi agli altri a partire da un proprio potere, né possiamo negare una forza positiva (divina) che spinge avanti il mondo, solo perché noi siamo cinici e chiusi nel risentimento.
Bisogna avere, invece, la libertà, come quella di Gesù, di accogliere, più che di conquistare. Lui ha saputo fare di ogni incontro e di ogni situazione un occasione per imparare dalla vita e dal Padre. La sua risposta («solo a Dio renderai culto») è proprio la denuncia che la Scrittura rivolge alla gente di Israele che considerava la terra non più un dono di Dio, ma una conquista delle proprie mani. Siamo chiamati a riconoscere ogni giorno i doni della vita e del Signore: sono regali, e non conquiste. In essi riconosciamo e viviamo la bellezza e la preziosità di essere persone umane. Così le prove umane ci fanno crescere, invece che farci condurre al male.

 

Alberto Vianello

 

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