Esorcizzare il potere

Briciole dalla mensa - 4° Domenica T.O. (anno B) - 31 gennaio 2021

 

LETTURE

Dt 18,15-20   Sal 94   1Cor 7,32-35   Mc 1,21-28

 

COMMENTO

 

La parola del Signore non è ad effetto, ma con effetto. Mosé è stato il grande profeta che ha condotto il popolo con la forza della parola del Signore: una Parola capace di liberare Israele della schiavitù e condurlo a salvezza. Perciò Dio si impegna per il futuro del popolo a suscitare un altro pari a Mosé (prima Lettura). Il realizzarsi della Parola sarà la prova che «l’ha detta il Signore»: se non si realizza, «il profeta l’ha detta per presunzione».
La parola del Signore dà la vita (vedi la creazione ad opera di Dio) e stabilisce il legame di amore per la vita (vedi l'alleanza con l'uomo, ad opera sempre di Dio). Per questo la sua "natura" è di essere Parola efficace. Non per questo va pensata che sia in qualche modo "magica". Infatti, la lettura del brano del Deuteronomio mi colpisce per l'insistenza sulla caratteristica che ha il profeta, portatore proprio della Parola: Dio «susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli. Susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli». La Parola è efficace perché è sempre a favore dell'uomo e si pone dentro i rapporti di fraternità fra gli uomini. È una Parola che porta ad effetto il piano di salvezza di Dio perché è una Parola commista all'uomo e alla sua condizione.
Non so se, anche oggi, la Chiesa sia capace di dire una parola che esprima il dialogo di Dio con l'uomo, come nel paradiso, e una parola che sostenga l'uomo nelle sue prove per condurlo a libertà, come nell'esodo dall'Egitto. Forse diciamo ancora troppo una parola resa incapace di parlare alla vita delle persone, perché si concepisce la religione come una realtà staccata dal quotidiano. Oppure diciamo una parola ridotta a povero moralismo, che opprime l'uomo, lo giudica, invece di liberarlo. Oppure diciamo una parola sterilizzata e privata di qualsiasi forza, perché le neghiamo la capacità di consolare, di curare le ferite, di esprimere la vicinanza di Dio alle situazioni umane di povertà.

 

Ancor più ci deve mettere in discussione la constatazione che la gente fa dinanzi alla parola di Gesù: «Insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi… Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». Corriamo sempre il rischio che la parola «scribi» oggi si possa sostituire con la parola «Chiesa». Non è una critica: è uno stimolo alla conversione, tanto predicata ma meno applicata a sé in rapporto alla Parola.
Dopo la chiamata dei primi discepoli, nel Vangelo di Giovanni c'è il segno delle nozze di Cana: Gesù realizza le nozze d'amore fra Dio e l'umanità. Nel Vangelo di Marco, invece, c'è questo episodio di guarigione di un indemoniato: l'amore di Dio per l'uomo si manifesta, in Gesù Cristo, nella liberazione dalle forze del male. Anche ai discepoli che invia ad annunciare il Vangelo, il Risorto darà questo potere: «Nel mio nome scacceranno demoni». Sta qui tutto il potere della Chiesa: annunciare Gesù Cristo facendo arretrare il male. Eppure si assiste spesso alla trappola in cui finiscono anche persone intelligenti e capaci, una volta ricevuto qualche incarico ecclesiastico: si monta in trono e si guarda gli altri con distacco, dall'alto del proprio potere. È necessario tornare, appunto, alla Parola, per esorcizzare il potere, delle volte esercitato "in nome di Dio", ma sopra l'uomo.
In fin dei conti, il demonio, che è tanto infastidito dalla presenza di Gesù, però se ne stava molto tranquillo in quella sinagoga, durante la liturgia, nella predicazione degli scribi! Si può pregare a lungo, senza scomodare il male lì vicino rannicchiato. Questo avviene finchè lo stare davanti a Dio non è accompagnato dall’attenzione a dalla cura per l’uomo. Il loro potere (in ordine alla Parola) era assolutamente innocuo nei confronti del male che abitava l'uomo. Innanzi a Gesù, invece, si scatena immediata la ribellione: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?». Il suo è un potere che, con la sua presenza di solidarietà con l'uomo povero, ha già la forza di separare l'uomo dal male e dalla sua influenza.
C'è un ultimo tentativo dello «spirito impuro» di difendersi dall'azione di Gesù di liberazione dell'uomo e di condanna del male: ricorrere – sorprendentemente - alla dottrina: «Io so chi tu sei: il santo di Dio!». È il tentativo di ridurre la religione a un sapere dogmatico, infarcito di parole, insuperbito dalle proprie conoscenza, ma incapace di chinarsi sull'uomo, sulla storia, sui drammi. In questo modo, il sapere religioso diventa "diabolico". Nei suoi confronti, Gesù esercita tutto il suo potere di una parola liberante l'uomo.

 

La lettura del testo non deve però farci immaginare una spettacolarizzazione dell'esorcismo. Le contorsioni e le grida che l'uomo subisce all’atto dell’uscita dello «spirito impuro» sono il segno di come la parola di Gesù guarisca manifestando il male, facendolo venir fuori, per poi toglierlo. Il dolore era causato anche dal fatto che il male era stato a lungo soffocato dentro l'uomo per non soffrire, e a questo aveva contribuito anche la religione degli scribi.

 

Alberto Vianello

 

 

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