Briciole dalla mensa - 5° Domenica T.O. (anno A) - 8 febbraio 2026
LETTURE
Is 58,7-10 Sal 111 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16
COMMENTO
«Il digiuno che voglio, non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?». Un anonimo profeta predica a Gerusalemme nei primi decenni che seguono alla deportazione in Babilonia (587–538 a.C.) É un tempo in cui c’è molto da ricostruire, in una terra devastata dalle guerre e dalle razzie di ogni tipo. C’è soprattutto da ricostruire una vera vita di fede.
Certo, gli abitanti della Giudea, quelli che sono tornati a Gerusalemme con grande speranza, compiono continuamente, come anche noi che non abbiamo patito un duro esilio, delle pratiche religiose: processioni, preghiere, digiuni, celebrazioni penitenziali. E come noi si lamentano che Dio non li ascolta; sembra che non ci sia nessuno, là in alto, ad esaudire le loro richieste. E Dio, per bocca del profeta, fa loro notare che i loro atti di pietà non valgono niente, perché vanno di pari passo con la mancanza della giustizia più elementare e dell’amore del prossimo. Il vero digiuno, il vero atto di culto, non consiste nel compiere dei gesti di per sé privi di valore, ma piuttosto nel rifiutare ogni ingiustizia e nel mettersi a servizio dei poveri.
Certo, è impossibile onorare il prossimo quando non si rispetta Dio, ma è anche vero il contrario: il culto, la pratica religiosa, spesso ostentata, sono una bestemmia quando non si rispetta il prossimo. Famosi capi della mafia, colpevoli di orrendi delitti, tenevano nei loro covi decine di immagini di santi e di madonne. Ma questi non li salvavano dai loro misfatti. Anche i potenti della terra, che si macchiano di orribili ingiustizie e soprusi e omicidi, hanno giurato, con superba ostentazione, sul libro della Bibbia.
Dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto: non è forse, oggi, dare una risposta globale, generosa e intelligente, al dramma umanitario delle migrazioni? Molti si illudono di risolvere il problema costruendo muri dietro ai quali ricercare una effimera sicurezza che si vorrebbe assoluta.
Leggevo qualche giorno fa al centro della sala da pranzo di una famiglia a cui ho fatto visita: «Quando hai più di quello che ti serve, costruisci un tavolo più lungo, non un muro più alto». Chiudendoci in noi stessi, invece, ci perdiamo, allontaniamo sempre più la speranza di una salvezza che può essere solo collettiva. «Nessuno si salva da solo» ci ricordava continuamente papa Francesco. Dirò di più: non si può proclamare di voler difendere la vita nascente e non mostrare lo stesso rispetto per la vita povera e perseguitata e, agitando la bandiera della lotta al terrorismo, imporre dei marchi di infamia su categorie di esseri umani senza potere, migranti e richiedenti asilo. Non si può giurare sulla Bibbia e calpestare i poveri! E questo ce lo dice esplicitamente anche papa Leone. Lo dice il Vangelo!
«Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». Paolo ci ricorda che l’annuncio cristiano non è l’arte del parlare bene, per cercare di piacere, per lusingare, per ottenere l’applauso delle folle. Nemmeno per convincere ad ogni costo. Il ministero della predicazione non è propaganda. «L’eccellenza della parola» è il vaniloquio, la vuota retorica, e «la sapienza» è un gioco puramente intellettuale, orgoglioso ragionamento, speculazione accademica.
Mi sembra di sentire certi personaggi, anche di Chiesa, che attirano a sé centinaia di migliaia di followers, e poi abbandonano il campo affermando che l’abito che indossavano era “troppo stretto”. L’apostolo, predicando il Vangelo a Corinto, una grande città commerciale, si era imbattuto in uditori curiosi delle ultime novità e del bel linguaggio, e aveva registrato - come anche ad Atene - l’ostilità e la resistenza dei più quando aveva reso testimonianza alla risurrezione di Cristo. A questi cristiani, malati di sufficienza intellettuale, Paolo aveva ricordato che tutta la loro sapienza doveva essere Cristo e, ciò che più conta, Cristo crocifisso, divenuto per noi «sapienza e giustizia, santificazione e redenzione». La fede non è adesione ad una dottrina, ad una ideologia religiosa, ma l’incontro con una persona vivente. La dottrina è rigida - ci ricordava ancora papa Francesco - mentre la carne di Cristo è tenera, ci tocca e ci guarisce, ci mette sempre in gioco.
Criticando una certa “sapienza umana” Paolo dà prova di una straordinaria profondità di pensiero e di riflessione. Sottomesso alla grazia, fedele al dono di Dio, ha rinunciato alla gloria passeggera; ma manifesta largamente, e in modo nuovo, la sua capacità di sapienza spirituale. Illuminato dallo Spirito, l’apostolo di Cristo si presenta «nella debolezza e con molto timore e trepidazione», ma alla fine si trova elevato ad una grandezza nuova. Invitandoci a seguire semplicemente Gesù, il crocifisso per amore, in un itinerario misterioso e sconosciuto dalla sapienza mondana, egli si vede già associato al «Signore della gloria».
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?».
Così dice il Vangelo di oggi. È interessante mettere in luce i diversi usi del sale e i loro significati simbolici nell’antichità orientale. Pensiamo all’importanza che questo elemento ha nel cibo, al potere conservativo del sale, alla sua azione sterilizzatrice. Il cristiano sarebbe dunque chiamato a dare “sapore” alla vita degli uomini, a essere custode di una alleanza, conservandola nella sua irrevocabile bellezza, a impedire - come il sale che brucia - il dilagare del male? Anche questo è vero.
Ma il parallelismo che unisce nel testo di Matteo il «sale della terra» con la «luce del mondo» obbliga a vedere nella prima figura una realtà che i discepoli non si accontentano di incarnare in sé stessi, perché implica una comunicazione ad altri. Si sa che il sale viene usato nell’antichità anche come concime, e dunque i cristiani avrebbero la funzione di rendere fecondo, di far crescere, di far fruttificare il mondo. Come possiamo tradurre in realtà tutto questo?
Io penso che i cristiani possono essere «sale della terra» quando restano quello che sono, vivendo una vita in armonia con ciò che hanno ricevuto. Un cristiano che perde la sua forza si trova nell’impossibilità di esercitare la funzione che gli compete, è incapace e inadatto ad agire nel mondo e trasformarlo. Non gli resta altro che «essere gettato via e calpestato dalla gente». Essere gettati via: suggerisce un giudizio di condanna nell’ultimo giorno. Calpestato dalla gente: sovente la gente comune anticipa il giudizio di Dio. La gente, come può accettare una Chiesa, una comunità, dei preti e dei laici, anche dei vescovi, che non vivono più secondo la profezia del Vangelo, che non ne trasmettono la gioia, che non dicono nulla di buono con la loro vita e anzi diventano talvolta pietre d’inciampo, scandalo per i piccoli e i semplici?
«Voi siete la luce del mondo».
Gli oracoli del profeta Isaia consideravano Israele «luce delle nazioni» (Is 42,8; 49,6). Secondo san Paolo il popolo che possedeva la Legge, per il semplice fatto di esserne depositario, presumeva di essere «guida dei ciechi, luce di chi è nelle tenebre» (Rm 2,19). Per Matteo tale compito è affidato ormai al nuovo popolo di Dio. Dice infatti Gesù ai suoi discepoli, giudei e pagani che lo hanno accolto: «Siete voi la luce del mondo». Ma aggiunge subito: «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio (un recipiente per cereali), ma sul candelabro». Si è luce compiendo le “opere buone”, che già nel giudaismo comprendevano l’elemosina, la carità verso i poveri, l’ospitalità, l’educazione degli orfani, il riscatto dei prigionieri, la cura dei defunti. Non ultima la protezione degli stranieri. Solo che non si guarda più alla ricompensa che ci si potrebbe attendere, o al plauso degli uomini: il discepolo di Gesù si guarderà bene da ogni ostentazione. Gli basta essere fedele, credendo che, vedendo le opere buone, gli uomini possano rendere gloria al Padre che è nei cieli.
Giorgio Scatto
Che cosa commentare? Forse da far eco. La pagina di Isaia è chiara. Quando la religione si manifesta come pratica è lecito fare qualche ragionamento. Il digiuno è considerato una pratica religiosa in quanto gesto penitenziale. In tal senso prende le mosse il discorso di Isaia. Di per sé il digiuno è una pratica che allena la volontà, cosa ottima, ottimizza il metabolismo e affina la mente. Tutti possono fare digiuno, pochi lo fanno. Il fariseo che pregava ricordando tra i suoi meriti la pratica del digiuno, il pagamento delle decime bastò a sé stesso. Rimase fariseo.
Isaia tuona: è forse questo il digiuno che io voglio? La mortificazione? Il coprirsi di cenere e di vesti stracciate? Dio sa di che siamo fatti, sa i nostri errori prima che li facciamo, inutile piangersi addosso. Non ne ha nessun piacere. Piuttosto ripartire con quella pratica nuova della giustizia e della carità.
Tanto per rimanere irresponsabili prendiamo questo richiamo alla leggera. In fondo Dio chi è se non un gran prete che dice le cose che un prete deve dire e questo è tutto. Può darsi, ma anche no: ci sono molti che fanno proprio così come è detto nell’elenco di Isaia. Molti altri li ammirano per il coraggio e la determinazione ma vi partecipano sostenendo i primi in un modo o nell’altro, limitati dall’età e da circostanze, allora quel poco che possono una volta fatto diventa molto.
Comunque le profezie di Isaia sono le più vicine al Vangelo. Giustizia io voglio e non sacrificio. “Non si può dare per carità quel che deve essere dato per giustizia” ripeteva don Oreste Benzi, servo di Dio. Nella sua città ci fu negli anni Ottanta l’iniziativa presa di comune accordo fra l’ente pubblico e la diocesi di istituire una ‘mensa per i poveri’, bella iniziativa, vero? La gente di Rimini respirava meglio all’idea, poteva mangiare in pace a casa loro. Il prete allora tuonava in giro: “Per la vostra vergogna!”. Gli affamati han fame di relazioni non di un piatto. Fateli entrare a pranzo da voi e non ci sarà bisogno di mense per i poveri”. Isaia alla lettera, visto e sentito con questi occhi ed orecchi. Ci sono copie di un libro presso la Piccola Famiglia che racconta e testimonia.
Che altro? Questo è il culto che Dio chiede e questa è la luce del mondo: Gesù, in lui anche i suoi seguaci.
-Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”-.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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