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Testimoniare Gesù di Nazaret

Briciole dalla mensa - 2° Domenica T.O. (anno A) - 11 gennaio 2026

 

LETTURE

Is 49,3.5-6   Salmo 39   1Cor 1,1-3   Gv 1,29-34

 

COMMENTO

 

Iniziamo il nostro breve commento dal vangelo di Giovanni. “Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!». Chiediamoci innanzitutto che cosa significa un’espressione del genere, che udiamo ogni volta che andiamo a Messa, poco prima della comunione.
Secondo l’esegesi più probabile il titolo vuol mostrare in Gesù il «Servo di Yahwe». Nei testi del profeta Isaia il «servo» viene paragonato ad un agnello di cui viene sottolineata l’innocenza e l’umile accettazione davanti ad un trattamento crudele. Il «servo» porta su di sé il peccato di molti per espiarlo con un amore che giunge fino alla morte. La tradizione ebraica identifica il Servo con il popolo di Israele, chiamato ad essere luce delle nazioni, sopportando le sofferenze per il bene del mondo e diffondendo la Legge di Dio. La tradizione cristiana vede nel Servo di Iahvé una chiara prefigurazione di Gesù, che si è caricato dei peccati del mondo per liberarci dal male. I sinottici, descrivendo il battesimo di Gesù, si riferiscono anch’essi al profeta Isaia, quando scrivono della voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (Mt 3,17).
Credo che sia superfluo sottolineare che Dio non si compiace delle sofferenze patite dal suo Figlio, ma si compiace della sua fedeltà e della sua obbedienza alla missione ricevuta, nonostante tutti i patimenti e le sofferenze subite.

 

Nel suo Vangelo, Giovanni vuol affermare che Gesù, puro da ogni peccato, ha deciso di prendere su di sé il peccato di tutti, ottenendo così la nostra definitiva liberazione, non solo dal peccato, ma anche dalla morte stessa. Ѐ una scelta ben diversa da come il Battista, nella tradizione riportata dai primi tre evangelisti, aveva previsto il compito e la missione del futuro Messia. Egli infatti apostrofava con parole durissime le folle che accorrevano a lui: «Razza di vipere!», e parlava di un Messia che sarebbe venuto come giudice di giustizia, con la potenza del fuoco che divora e distrugge.
Quando, dopo tutti gli altri, Giovanni scrive il quarto Vangelo, ha capito che Gesù ha meritato il titolo di agnello di Dio solo in forza della sua passione e morte. Ma sarà questa morte che gli darà la vittoria. Lo stesso Giovanni, nel libro dell’Apocalisse, vedrà l’agnello immolato diritto in piedi davanti al trono dell’Altissimo. Matteo, citando ancora Isaia, aveva scritto: «Egli ha preso le nostre infermità, si è caricato delle nostre malattie» (Is 53,4; Mt 8,17). Allora possiamo capire perché Gesù toglie il peccato del mondo: lo toglie perché lo porta su di sé, fino a rimanere schiacciato sotto il suo peso. Ѐ per questa sua mite fedeltà «fino alla fine» che Dio lo ha innalzato e gli ha dato «sapienza e forza, onore, gloria e benedizione» (Ap 5,12).

 

«Egli è colui del quale ho detto: ”Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». Nell’antichità, colui che veniva dopo di un altro, in una famiglia o in un gruppo sociale, era considerato meno degno del primo, solo per il fatto che veniva dopo. Qui è il contrario: colui che viene dopo il Battista è riconosciuto superiore a lui. Giovanni ha trascritto due volte la frase che stiamo commentando, perché deve opporsi, con maggior forza dei sinottici, alle pretese sollevate dai seguaci del Battista che volevano fare del loro profeta l’alfiere dei tempi messianici. Mentre i primi tre evangelisti fondano la superiorità di Gesù di fronte al Battista sulla maggiore potenza di Gesù («Colui che viene dopo di me è più forte di me; io vi battezzo nell’acqua, egli vi battezzerà in Spirito Santo»), Giovanni attribuisce la superiorità di Cristo alla sua stessa condizione divina.

 

«Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni Battista, che annunciava la venuta imminente del Messia, non sapeva di Gesù, non lo “conosceva” nel mistero della sua origine divina. Ѐ la venuta visibile dello Spirito su Gesù che gli permetterà di riconoscerlo come Messia e Figlio di Dio e di conoscere anche la sua missione futura: egli avrebbe battezzato “nello Spirito Santo”: sulla croce il suo costato aperto dalla lancia diventerà il fonte battesimale dal quale sgorgherà l’acqua viva dello Spirito, abbondante come un fiume.
Questo Spirito Giovanni lo vede “scendere” e “rimanere” su Gesù. Il verbo “rimanere”, tipico di Giovanni, sottolinea il carattere permanente del dono divino: pieno per sempre di Spirito Santo, Gesù è il Messia che apre definitivamente i tempi dell’avvento del Regno e segna l’inizio di una nuova creazione.

 

«E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Giovanni parla di ciò che ha visto e udito, di ciò che ha conosciuto di persona. Ci comunica che “testimoniare” è comunicare l’emozione e la verità di un incontro. Parte da un fatto che appartiene alla storia, di un avvenimento che è il presupposto della fede. Si tratta si trasmettere un’esperienza che sorregge una verità più alta, della quale si vogliono fare partecipi gli altri. La testimonianza è una “visione” che apre alla fede. Giovanni può attestare pubblicamente il compimento delle Scritture a proposito del «servo di Dio» e dell’effusione dello Spirito promesso per gli ultimi tempi.

 

Gesù è il Messia atteso, il Figlio di Dio, il dispensatore dello Spirito. Si avvera in lui la profezia di Isaia a riguardo dell’eletto di cui Dio si compiace (cfr. Is 42,1) e del quale è scritto: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).
Io mi domando, in questo tempo che molti definiscono post-cristiano, un tempo in cui sempre più si sente parlare di post-verità, cioè di una verità inventata e imposta dalla massiccia ed efficace propaganda dei mezzi di comunicazione di massa, quale debba essere ancora il compito dei discepoli di Gesù. Mi pare che la risposta non possa essere che questa: continuare a testimoniare che Gesù è il Signore; credere con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti; fare dell’intera nostra esistenza un’offerta ai fratelli, come esercizio di vero culto nella quotidianità della vita; prenderci cura dei poveri; tessere legami fraterni, come profezia di un mondo finalmente liberato dall’oppressione e dalla forza; non spegnere la speranza. Questo sarà il nostro modo di rendere testimonianza a Gesù di Nazareth, «insieme a tutti coloro che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro» (1Cor 1,2).

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

 

Siamo ancora sul Giordano, dopo il battesimo. Giovanni sembra commentare ai suoi quel che è già stato, la portata di quell’evento. Sappiamo dalle sue parole che non è andato a battezzare di sua iniziativa, come esito di una ricerca spirituale, a conclusione di un cammino ascetico. Colui che mi ha mandato, dice, mi ha rivelato che Gesù è il suo Figlio che battezzerà nello Spirito.
Che vuol dire? Esistono in noi due nature: quella determinata dalle esperienze materiali, dalla formazione e quindi quella dello Spirito. Insoddisfatti della prima, e come potremmo, ci rivolgiamo alla seconda, con vario successo. la prima è quella visibile, ne siamo fatti, la seconda è quella che non vediamo ma c’è, ci assicura la Parola.

 

È il campo della fede che ridetermina la realtà riducendo il peso della materia sulla nostra coscienza.  Giovanni 5: “… e questa è la vittoria che ha vinto il mondola nostra fede”. La sostanza del Vangelo è l’invito a credere, ad aver fede non solo in Gesù, ma in ciò che noi stessi desideriamo. È come dire che noi, la nostra coscienza ha potere di ricreare la realtà che non è quindi unidirezionale, univoca. D’altra parte possiamo facilmente intendere che la realtà o ciò che diciamo essere la realtà in parte siamo noi stessi a definirla.
Quando interveniamo a definire una tal situazione avviene quella che i fisici chiamano collasso della funzione d’onda: la coscienza che osserva influisce sulla situazione che infatti si presenta secondo l’inconscio dell’osservatore. Non vediamo le cose accadere secondo il punto di vista pregresso? La fede è il potente fattore di cambiamento. Ed è la nostra parte, poiché nulla ci viene dato senza che noi lo vogliamo. Dice Gesù: se chiedete qualcosa abbiate fede di averlo già ottenuto. Ma io non vedo nulla! È il tempo della fede, appunto. Senza non ci si eleva dalle determinazioni passate, dalle influenze e dalle narrazioni nefaste della realtà, dal giudizio su noi stessi e sulle cose. Proviamo a pensare che a volte le cose ‘avverse’ sono permesse o determinate dalla nostra stessa volontà negative che vuole l’avversità a conferma del proprio stato negativo, tale è l’influenza degli insegnamenti ricevuti nell’infanzia. ‘Ecco, vedi, avevo ragione’. Il Signore ci liberi da tale distruttività.

 

Questa è la via normale, il risveglio è il frutto di un reindirizzamento dalla propria coscienza. Si tratta di ricacciare i pensieri inibitori e depressivi venienti dal passato cioè dall’inconscio, allineare il desiderio, l’anelito, la preghiera con la fede. Credi tu questo? Dice Gesù al cieco. Ti sia fatto secondo la tua fede. Se quello avesse dubitato…?
Molto tempo passo nelle preghiere prive di convinzione e le cose rimangono come sono, senza evidenze di futuro. Signore, accresci la nostra fede.

 

Valerio Febei e Rita

 

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