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Gesù si prepara alla missione vivendo la povertà

Briciole dalla mensa - 3° Domenica T.O. (anno A) - 25 gennaio 2026

 

LETTURE

Is 8,23-9,3   Sal 26   1Cor 1,10-13.17   Mt 4,12-23

 

COMMENTO

 

La pericope evangelica proposta per questa domenica, inizia così: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea». Leggendo il vangelo di Matteo, ho notato che questo evangelista, forse più di altri, ama ricordare numerosi “ritiri” vissuti da uomini giusti, davanti a minacce di persecuzione. Basta pensare ai Magi, che scelgono di non tornare da Erode, e fanno ritorno al loro paese per un’altra strada; o a Giuseppe che, avvertito della volontà di Erode di uccidere il bambino, si rifugiò in Egitto; o a quando lo stesso Giuseppe, rientrato nella terra di Israele, si ritirò nella regione della Galilea per paura di Archelao, che dominava la Giudea.
Il “ritiro” di Gesù è motivato dall’arresto di Giovanni: è una fuga? Ѐ paura di dover subire la stessa sorte? No, ma preparazione alla missione che gli sta davanti. Non una preparazione nelle biblioteche specializzate in teologia, o nelle “bet sefer, case del libro” che sorgevano accanto ad ogni sinagoga, dove si apprendeva il sapere attraverso i libri, ma una “preparazione” vissuta nella precarietà, come un povero, sapendo che la via aperta da Giovanni sarebbe stata anche la sua via, e che la morte del Battista sarebbe stata anche annuncio profetico del suo destino di morte.

 

Leggiamo nel Vangelo di Giovanni che, quando i Giudei decisero di uccidere Gesù, egli «si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove rimase con i discepoli» (Gv 11,54). Era una città dei Samaritani, e la tradizione dice che Gesù vi si trattenne per un periodo di quaranta giorni. Come il lungo digiuno nel deserto aveva preparato Gesù al ministero pubblico, affrontando tentazioni e ogni sorta di prove, così quaranta giorni di preghiera prepareranno Gesù al combattimento decisivo, che culminerà con la sua passione e morte.
Penso allora che la decisione di Gesù di ritirarsi nella Galilea, non sia una fuga, ma una precisa determinazione, una preparazione alla missione che lo attende. E vive tutto questo in una condizione di povertà, di precarietà, perché sente che la sua esistenza è come quella del “Servo sofferente”, sta sul solco della vita tribolata di tutti i profeti, è stata anticipata dalla testimonianza e dal martirio del Battista.

 

«Andò ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali». Cafarnao viene nominata cinque volte nel vangelo di Matteo, ed è il terreno privilegiato dell’agire di Gesù nella regione del lago, al punto di suscitare la gelosia degli abitanti di Nazareth (cfr. Lc 4,23). Lo stesso Matteo ci avverte però, riportando i violenti rimproveri di Gesù, che questa città, nonostante i segni e i prodigi operati da Gesù, non si era affatto convertita.
Gesù non aveva scelto un terreno facile. Nel 732 a.C. l’esercito assiro aveva invaso questa regione, deportando tutta la popolazione e minacciando il resto del paese. Ѐ allora che Isaia fece udire il suo messaggio di speranza: «In passato umiliò la terra di Zabulon e di Neftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Questa luce, annunciata dal profeta, è la luce del Messia. Gesù, dopo il suo prolungato ritiro nella Galilea, non sceglie a caso questo territorio, segnato «dalle tenebre e dall’ombra di morte». Inizia da lì il suo ministero per compiere le Scritture, in radicale obbedienza alla Parola, prolungando nella storia il suo battesimo che lo immerge sempre più in un mondo di peccato, nel “mistero dell’iniquità”.

 

Ѐ per questo che apprezzo molto tutti coloro che, senza calcoli e interessi, ma per pura obbedienza all’amore, si inabissano nei sotterranei della storia, nei luoghi della miseria e della disperazione, della solitudine e della violenza, portando semi di speranza. A mani nude. Con un cuore ferito dalla compassione e uno sguardo che vede nell’altro solo il volto di un fratello. Tante volte sono i non credenti a insegnarci questo. Apprezzo meno i discorsi sui poveri, le conferenze ben pagate nelle quali una platea compiaciuta si sente tranquilla perché è d’accordo con il conferenziere che parla dei drammi di mezzo mondo; ho un senso di rigetto per le frasi ad effetto o per le immagini violente che vogliono buttarci in faccia la realtà, suscitando la pietà di un momento. Poi si passa a cani e gatti, e al loro cibo preferito. Talvolta anche noi monaci ricerchiamo la bellezza dei luoghi, la salubrità dell’aria, la vicinanza a siti storici che richiamano molte persone a motivo dell’arte e della cultura, dove poter costruire le nostre dimore. Siamo invece sordi al grido dei poveri e ci teniamo lontani dalla loro amara esistenza. Ancora una volta mi domando cosa voglia dire, per me e per voi, «abitare sulla riva del mare», cioè condividere la vita, la fatica e il dolore, la solitudine e la paura, la gioia e la speranza di tutti. Quella che il grande monaco Thomas Merton chiamava la vera «vita comune».
Mi domando, e lo domando a voi, cosa voglia dire: «Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino» (Mt 4,17). Non vuol dire, forse, dedicare meno tempo agli affari della Chiesa e delle sue strutture, e di più al Vangelo e alla vita delle persone? Non vuol dire coinvolgersi maggiormente con tutti quelli che incontriamo «lungo il mare di Galilea»?

 

Gesù vide due fratelli, Simone chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, e disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»”. L’annuncio del Vangelo mette in moto degli uomini, invitandoli a conversione: all’inizio solo quattro pescatori di Galilea, poi una folla numerosa proveniente «dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano» (Mt 4,25). Sono persone che normalmente erano ritenute inadatte a mettersi in relazione con la sacralità del mondo religioso. Nella «Galilea delle genti» nasce, dalla parola di Gesù, il nuovo popolo di Dio, fatto con pietre di scarto, edificato dallo Spirito con tutti coloro che non avevano diritti da esibire o buone opere da ostentare. Un popolo di peccatori.
Però tutti coloro che sono chiamati, e nello stesso istante amati e purificati, sono anche mandati: «Vi farò pescatori di uomini». Se uno cade nel mare, muore affogato: lo sappiamo, perché è una tragica verità di ogni giorno, che ormai, dopo tanti anni, non fa più notizia. Il mondo intero sta affogando, e a noi non importa niente; siamo ciechi e sordi. A quanti sono chiamati ad essere discepoli viene mostrato il loro compito: strappare uomini alla morte. Vincere l’indifferenza. Impegnare una vita, perché la vita di tutti sia degna di essere vissuta. C’è urgente bisogno di pescatori di uomini.

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

 

 

Convertici, Signore, e saremo convertiti. Del resto non hai fatto così con Paolo che poi è diventato il tuo profeta più efficace? E facciamola questa rivoluzione così ce la troviamo fatta! Magari, una volta per tutte. Invece, ogni giorno e per questo solo giorno occorre il sacrificio della lode, la preghiera, l’esercizio della fede, l’innalzamento del pensiero, della speranza, del ben fare… Non ci sono cadute da cavallo risolutive, si va su e giù come su un’altalena, sulla cresta dell’onda ci sembra di sapere, nel cavo le acque ci sovrastano. Ad ogni giorno basta la sua pena, e talvolta avanza pure.

 

Che cosa ci manca, Signore? La terra di Neftali e di Zabulon, ai limiti di Israele, già abitata da gente che, senza profeti, pregava un dio che non può salvare, proprio là prese inizio l’annuncio: ecco tra di voi il regno, la vita secondo Dio e giù segni, guarigioni, liberazioni…
Ecco cosa ci manca, Signore, e sono molti a dirlo: la distanza fra quegli eventi e noi è tale che la forza, l’energia contenuta in essi si è esaurita. Il cristianesimo ha fallito! Si dice così.
Il cristianesimo ha fallito, che vuol dire? Il lavoro di Paolo e di altri prima e dopo di lui (ché questo dice con mezza verità chi disconosce valore a Cristo), ha fatto il suo tempo? E noi che ci sforziamo di tenere fisso lo sguardo alla luce che rifulse già ai margini di Israele, che siamo? Noi che stiamo dentro l’agonia del tempo, Signore, che siamo? Si lamentava Israele con il suo Dio che non usciva più con le sue schiere e lo lasciava in balia degli avversari… Anche noi possiamo dirlo: dove sei; Signore, e dove finiscono le parole che tu non ascolti e ci lasci ammutoliti di fronte al nostro male e al tuo silenzio?

 

Come a volte fanno i Salmi che tornano a ricordare la misericordia di DIO, è il momento di tornare alle origini, al Dio che nel Figlio mostrò agli uomini chiaramente di che è fatto il mondo, quale ne fosse il superamento. Egli fece di tutto per liberarci dall’angoscia della morte e dal peso del male sulla nostra coscienza. Le guarigioni ne erano la documentazione. Capiamo così che il mondo, cioè questo spazio tempo che diciamo ‘realtà’ e peggio: sola realtà è un imbroglio della scienza, la tecnica, che ha usurpato il campo della filosofia e della religione da tre secoli in qua. Capiamo che il Regno che Gesù ci rivela è la realtà vera e riguarda il dentro e il fuori, il passato e il futuro, che tutto è presente, le nostre esperienze più amate e i nostri errori coperti dalla misericordia, i nostri genitori e gli amici che diciamo morti e l’amore che ci lega ad essi è sensato.

 

Al contrario capiamo che non avrebbe senso una realtà che fosse solo la scena che passa oggi sotto la luce di un proiettore. Che senso avrebbe la vita presente se di lì a poco svanisse? Gesù è   il Signore del sabato ma anche della domenica, del lunedì e così via. È Signore del tempo di cui egli è la porta: chi per essa entrerà andrà avanti e indietro e troverà pascolo, nel Regno dei cieli, così si legge in Giovanni 10, 9. Noi, se siamo solo materia (o carne), lo diceva Leopardi, siamo i più infelici tra i viventi.
Marta, tu credi che tuo fratello risorgerà? Sì, Signore, alla fine dei tempi. Sembra dire, sì doman l’altro. Ma Gesù: la risurrezione è adesso, io sono la risurrezione e la vita. E quindi il segno: Lazzaro, torna di qua. Dov’era Lazzaro prima che tornasse? Certo non nel suo corpo in via di decomposizione. Si può dedurre che la sua persona, il suo io cosciente, l’anima, la coscienza. Insomma Lazzaro era vivo ma altrove…
Di questo si tratta: la vita è eterna e di amore vibra l’energia che permea il visibile e l’invisibile. Con questa domenica inizia per davvero il Vangelo, la predicazione di Gesù.

 

Valerio Febei e Rita

 

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