Briciole dalla mensa - 1° Domenica di Quaresima (anno A) - 22 febbraio 2026
LETTURE
Gen 2,7-9; 3,1-7 Sal 50 Rm 5,12-19 Mt 4,1-11
COMMENTO
Scrive san Paolo nella Lettera ai Romani: «Se per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti». E ancora: «Come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,15.19). Il fallimento che ciascuno di noi conosce nella propria vita, è vinto da quel «solo uomo, Gesù Cristo» che, nella prova, è rimasto obbediente e unito fedelmente al suo Signore.
«Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo». Nei tre Sinottici il racconto della tentazione di Gesù segue immediatamente a quello del battesimo e della teofania, quando la voce dal cielo lo designa come Figlio di Dio. Viene immediatamente prima del ritorno di Gesù in Galilea, dove dà inizio ai suo ministero pubblico. Lo Spirito Santo agisce nella cornice di un soggiorno di Gesù nel deserto, che è luogo, per l’uomo, di prova e di tentazione, di amore e di infedeltà. Gesù si mostrerà vincitore proprio là dove il popolo era stato sconfitto amaramente.
«Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame». C’è evidentemente un’allusione ai quarant’anni durante i quali Israele dimorò nel deserto (cfr. Dt 8,2-5), ma possiamo anche pensare all’esperienza di Elia, che camminò quaranta giorni e quaranta notti fino alla montagna di Dio (cfr. 1Re 19,8). Infine, con grande intensità, il nostro testo evoca anche Mosè il quale, sul Sinai, passò quaranta giorni e quaranta notti in preghiera senza bere e mangiare (cfr. Es 34,28). La fame indica la condizione di debolezza di Gesù. Il Figlio di Dio, incarnandosi, ha assunto la precarietà della umana esistenza, destinata alla morte.
«Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Il diavolo mette in discussione la proclamazione fatta nel battesimo. É questo il suo mestiere: insinuare, mettere dubbi, provocare, corrompere la verità. Allora, se veramente sei Figlio di Dio, compi un miracolo: «Di’ che queste pietre che diventino pane». Gesù viene provocato a riguardo della sua parola: tu puoi giocare con le parole, puoi trarne vantaggio, puoi dire quello che vuoi, costruendoti una fama. Tu, con le tue parole, puoi cambiare il mondo, e le folle ti verranno dietro.
La risposta di Gesù al tentatore rivela che lui è il vero «povero in spirito», che non ha parole sue, che non vuole rivendicare nulla che gli torni a vantaggio mediante l’uso di un linguaggio diretto e forte, mediante l’uso di una sapienza mondana. Non si procura il pane vendendo parole. Gesù è colui che vive della Parola e della grazia di Dio, che sono sempre state a fondamento della sua vita. Il Figlio è innanzitutto un povero, sottomesso alla Parola che diventa la sua vita e il suo nutrimento. Ecco la prima lezione appresa da Gesù nei quaranta giorni di permanenza nel deserto.
«Il diavolo lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù”». Ancora una volta il tentatore mette in dubbio il fatto e il significato del titolo di «Figlio» attribuito a Gesù. Il punto più alto del tempio, nella città santa: viene evocata una atmosfera escatologica quando, nell’avvento glorioso del Messia, gli angeli avrebbero avuto un ruolo spettacolare da assolvere. Ѐ come se il diavolo dicesse a Gesù: «Mostra a tutti, apertamente, che tu sei il Messia, che vieni da Dio». Innalzato sulla croce, Gesù ha udito che tutti gli dicevano: «Buttati giù, scendi, se Dio è con te!». Ma è rimasto lì, uomo fino in fondo, senza pretendere scorciatoie o privilegi. Il diavolo, per tentare Gesù, utilizza la Sacra Scrittura, come aveva fatto Gesù stesso per rispondere alla tentazione del pane. Lì si trattava di non forzare la parola per soddisfare un proprio bisogno ma di abbandonarsi fiduciosamente alla Parola del Padre che «nutre gli uccelli del cielo, che non seminano e non mietono» (Mt 6,26). Ora la filiazione divina viene messa in discussione anche a proposito della interpretazione di questa stessa Parola: «Se tu sei il Figlio di Dio, sei colui che decide dell’esegesi definitiva della Parola di Dio, puoi interpretarla a tuo piacimento». «No – risponde Gesù – perché solo Dio è il Signore; non si può tentarlo, sostituendosi a lui nel dare il significato ultimo alle parole della Promessa». All’interpretazione del diavolo, «fondamentalista», e letterale, Gesù oppone una interpretazione equilibrata che si fonda sull’unità delle Scritture e sull’analogia della fede; ad un testo particolare, estraniato dal suo contesto, Gesù oppone una Parola in cui la volontà del Signore si rivela chiaramente: «Non metterai alla prova il Signore tuo Dio».
Mettere alla prova Dio non significa soltanto piegare le Scritture a proprio piacimento, volendo trovare in esse la giustificazione di una religiosità esibizionista e spettacolare, ma significa anche altro. Si mette alla prova Dio quando – soprattutto persone consacrate e religiose – credono di potersi permettere tutto, pensano di potersi esporre orgogliosamente ad ogni sorta di pericolo morale, presumendo che Dio, dal momento che sono della “ditta”, li verrà sempre a salvare, inviando i suoi angeli: non permetterà che i suoi figli, cadendo, si facciano del male. Ѐ una tentazione triste, che ha spesso degli esiti disastrosi.
L’evangelista, ponendo Gesù sul pinnacolo del tempio, lo presenta non come un prodigioso taumaturgo, ma come il vero maestro che interpreta la Parola. E’ colui che sta più in alto di tutti. «Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria». Per tre volte Gesù viene portato in qualche luogo: il deserto, terra senza strade, affollata di tentazioni terribili; la città santa e il suo tempio, dove l’esperienza di Dio ti può dare le vertigini; e ora un altissimo monte, dalla cui cima si può assaporare il brivido del potere.
La questione sollevata è ancora più fondamentale di quelle precedenti, perché riguarda la persona stessa del “Signore Dio tuo”. Il tentatore si presenta e dice a Gesù: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Domandiamoci: chi è il nostro padrone? Perché ognuno è servo di colui che l’ha vinto. Se ci ha vinto il potere, il denaro, la bramosia delle cose, il nostro Dio è quello, e non possiamo fingere altro.
Gesù ha un unico Signore, e ciò gli permette di smascherare il diavolo, chiamandolo per nome, «satana», colui che fa lo sgambetto e impedisce di raggiungere la meta della libertà desiderata e promessa.
Ancora una volta le parole usate da Gesù sono attinte dalla grande tradizione scritturistica di Israele, suggerite e poste nel cuore dal medesimo Spirito che ha condotto Gesù nel deserto. É nella forza dello Spirito che anche noi, come Gesù, possiamo affrontare il combattimento decisivo e definitivo contro la potenza del male. La vera adorazione filiale è propria di colui che si fa povero davanti a Dio, aderendo alla sua Parola di vita e rinunciando a prostrarsi davanti ai tre idoli che affiorano dalla lettura del testo evangelico, e che riassumono ogni sorta di tentazione: l’idolo dell’avere, il culto ossessivo della propria persona, la brama del potere.
Vivere l’itinerario quaresimale, dentro la complessità della nostra esperienza umana, è imparare a poco a poco una illimitata fiducia nella paternità di Dio, unico Signore.
Giorgio Scatto
Mi ha sempre intrigato molto quella frase in cui si dice:” Si accorsero di essere nudi”, che anche fuori dal contesto biblico evoca notevoli suggestioni sul piano psicologico. Per esempio, quando, perché ci si accorge di essere nudi? Ed anche: ci accorgiamo tutti di essere nudi? Beata la purezza di cuore. Nella liturgia di domenica sono molto i passaggi di rilievo.
L’uomo alla domanda che lo inchioda dice: “La donna che Tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero…”. Forse da qui nasce quella tiritera, quel luogo comune, che vuole la donna causa di ogni danno. Ma lei parimenti scarica sul serpente: la colpa è sempre di qualcun altro. Funziona così. Oggi ci si mette anche la psicologia deterministica che i fatti e i misfatti sono conseguenze di situazioni e circostanze varie sicché le responsabilità di quelli si perdono nelle nebbie del passato. Così la modernità dribla il sentimento del peccato, dell’errore. Se siamo senza peccato, se non combiniamo mai pasticci rimaniamo nell’opacità dell’incoscienza e non c’è bisogno neppure di Cristo.
Qui c’è una della cause della caduta di senso del Cristianesimo nella società moderna. L’economia della salvezza parte dalla disobbedienza di Adamo ed Eva.
Lo dice bene Paolo: ma come da un uomo è partita la disobbedienza a cui la Legge avrebbe dovuto porre rimedio, cos’ dall’obbedienza di un uomo riparte la Grazia, il reintegro dell’amicizia con Dio.
E’ pur vero che i contesti familiari e sociali giocano una parte importante nella crescita umana e per questo tutti sono chiamati alla responsabilità. Ma nessuno è obbligato al peccato perché nessuno è privo della coscienza che seppur tacitata è testimone presente alle nostre scelte.
Il problema di Adamo e di Eva e di tutti i discendenti, che siamo noi, è nell’accettare la vergogna e il dolore di aver mancato, tradito, di non aver amato abbastanza…ne faremmo volentieri a meno! Ma questo è il momento in cui passa la Grazia: il toccar con mano l’esser privi di bene, di giustizia, di onestà può diventare un’invocazione, una supplica, un desiderio di rinascere. Riscoprire che Gesù è quel bene assoluto e in quanto tale, diffusivo di sé, vale a dire che non ci ama a condizione ma prima e a prescindere di ogni condizione. Con Lui riprende quota il disegno originario di Dio, la creazione interrotta dalla disobbedienza originaria dovuta al cedimento, alla concupiscenza, ai cortocircuiti terreni. La creazione riparte con la resistenza alle tentazioni, all’uso godereccio delle cose, al potere e al possesso.
Là dove Adamo ed Eva si piegarono e cedettero, Gesù resiste e rimedia. Sembra dire: - Si poteva fare, si può fare. Lo ha fatto per noi, Lui, il bene assoluto.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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