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Essere le mani, i piedi, la voce e il cuore di Gesù

Briciole dalla mensa - Battesimo del Signore (anno A) - 11 gennaio 2026

 

LETTURE

Is 42,1-4.6-7   Sal 28   At 10,34-38   Mt 3,13-17

 

COMMENTO

 

La prima ‘epifania’ narrata dai vangeli è la visita dei Magi a Gesù: «Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». Questi saggi venuti dall’Oriente riconoscono in «colui che è nato» il Messia atteso, «il re dei Giudei». La seconda ‘epifania’ è il battesimo di Gesù nelle acque del Giordano. La terza è quando, a Cana di Galilea, Gesù «manifestò la sua gloria e i discepoli credettero in lui», dopo aver visto il segno dell’acqua divenuta vino.
In questo breve commento ci soffermiamo sul battesimo di Gesù al Giordano.

 

Il fatto del battesimo di Gesù è uno dei dati più sicuri della sua vita, avvenuto attorno all’anno 28. Dal momento che Giovanni predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati», non sarebbe venuto in mente a nessuno di inventare un episodio così imbarazzante, che non avrebbe potuto fare altro che creare maggiori difficoltà ai discepoli di Gesù.
I problemi posti dal suo battesimo sono soprattutto due. Il primo: se Gesù ha accettato di farsi battezzare da Giovanni, è dunque inferiore a lui? E il secondo: se Gesù è sceso nel Giordano confessando i peccati, come facevano tutti, significa allora che anche lui è un peccatore? Troviamo una risposta a queste domande scorrendo le pagine dei Vangeli.

 

Marco afferma: «Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni». Il primo evangelista riporta semplicemente il fatto, senza porsi troppe domande, ma aggiunge subito dopo che, uscendo dall’acqua, «vide squarciarsi i cieli e lo Spirito scendere verso di lui come una colomba», e udì una voce che gli diceva dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato». In questo modo tutti potevano comprendere che, in realtà, Gesù è quel personaggio «più forte» di cui parlava il Battista, colui che sarebbe dovuto venire dopo di lui e battezzare «in Spirito Santo».
Matteo fa un passo ulteriore. Quando Gesù si avvicina a lui per essere battezzato, il Battista cerca di dissuaderlo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Gesù gli risponde: «Lascia fare, per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Ѐ una frase misteriosa, che in sostanza vuol dire che Dio ha deciso di realizzare la sua opera di salvezza (la giustizia) attraverso Gesù il quale, obbedendo alla missione affidatagli, la compie facendosi solidale in tutto e per tutto con la nostra fragile condizione umana: Gesù assume una carne di peccato.

 

Luca, l’evangelista dei poveri che sperimentano la misericordia di Dio, parla del battesimo come di una cosa già avvenuta. Scrive: «Mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo…». Per lui è importante quello che avviene dopo, quando «il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea». Coglie Gesù in preghiera, come tante altre volte leggiamo nel racconto del Vangelo di Luca. Sottolineando il fatto che Gesù «stava in preghiera» l’evangelista Luca vuole esprimere un senso di intenso raccoglimento, che dura nel tempo. Non si tratta di una preghiera frettolosa, come le nostre. Gesù è l’orante, colui che, assunto nella gloria, intercede sempre in nostro favore presso il Padre.

 

Scendendo nelle acque del Giordano Gesù si rende solidale con i peccatori, si mette in fila con loro, vuole far parte interamente di questo popolo, condividendo con esso ogni istante della sua vita. Vuole essere riconosciuto come uno di loro. Nello stesso tempo, mentre Gesù è immerso nella vita di un popolo di peccatori, il suo volto, illuminato dalla luce che brilla sul volto del Padre, esprime una tensione verso Dio, che accoglie sempre i suoi figli, anche se peccatori.
Il IV evangelista non racconta nemmeno il battesimo di Gesù: il Battista è solo il testimone che indica Gesù come «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Mentre Giovanni ha battezzato con acqua, egli viene a battezzare con lo Spirito Santo.

 

Continuiamo ora con il vangelo di Matteo: «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli». Il cielo che si apre è il segno che la comunione tra l’orante e Dio è avvenuta; é il segno che Gesù è colui che unisce la terra e il cielo, l’umano con il divino; é il segno che, in Gesù, Dio si comunica all’uomo e gli rivela tutto il suo amore.

 

«Ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui». La colomba richiama lo Spirito di Dio che «aleggiava sulle acque» all’inizio della creazione. Ma indica anche la sposa, l’amore dei suoi occhi e del suo cuore, fatta splendente dallo Spirito, per la quale Gesù è venuto e per la quale offrirà la sua vita. Con Gesù ha inizio una nuova creazione. Con lui la nostra terra «non è più detta “Devastata”, perché il Signore trova in lei la sua delizia» (cfr Is 62).
“Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento»” . La “voce dal cielo” è in realtà la citazione di tre passi della Scrittura: Il salmo 2, inno regale per l’intronizzazione del re; Gen 22, dove Isacco è chiamato “l’amato”, ed è colui che dovrà essere dato in offerta; Is 42, il primo canto del Servo sofferente.
Nel battesimo Gesù viene proclamato dalla voce dello Spirito il Figlio che Dio ama e che lui stesso ha scelto per la missione (in te mi sono compiaciuto). Gesù inizia al Giordano il suo ministero pubblico come il Servo, di cui parla Isaia 42 e 53, che porrà tutta la sua vita per il popolo dell’elezione, umiliato e oppresso. Sarà il Figlio, il Re Messia, il Pastore grande delle pecore, che Dio ha inviato per condurre un popolo disperso e diviso. Sarà l’Amato, come il figlio unico di Abramo, al quale Dio ha chiesto di «offrirlo in olocausto sul monte». Da allora Gesù si dedicherà completamente alla missione: chiamare il popolo ad accogliere il suo Dio; destare la speranza nei cuori spezzati; lavorare per l’avvento del Regno, che è fatto di poveri e di peccatori che hanno incontrato, lungo la strada, i segni potenti e indelebili della misericordia del Signore.

 

Ora Gesù, risorto e asceso al cielo, non cammina più per le nostre strade: non ha più piedi, non ha più mani. Assomiglia a quel crocifisso che una volta, accompagnando un mio amico prete all’ultima dimora, ho visto appeso, mutilato, sulla parete di una chiesa di periferia. Vuoi essere tu le sue mani? Vuoi essere tu i suoi piedi, la sua voce, il suo cuore? Lasciati incontrare da lui, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Giorgio Scatto

giorgio.scatto@gmail.com

 

 

 

 

Il Battesimo è all’inizio della missione, come un rito iniziatico, non celebrativo come intendiamo spesso i nostri riti. Giovanni vorrebbe opporsi, vede chiaramente che non c’è nulla in lui, Gesù, di cui far penitenza. Nel concetto di Giovanni Gesù è separato, sacro perché santo. Tuttavia procede: si deve compiere ogni giustizia. Quale, di che tipo?
Gli episodi del Vangelo, questo come tutti gli altri, hanno la funzione di modificare, accrescendola, la nostra consapevolezza, la coscienza, perché si prepari o si apra alla conoscenza della Sapienza di Dio, comunicando ad essa. Non sono parole generiche, ma la descrizione dell’obiettivo della preghiera: la conoscenza del Padre e lì di noi stessi, vocazione di ognuno. Se no, perché stare qui? Conoscere poi implica un percorso, uno studio, un discepolato esistenziale.

 

E il primo passo è quello che si fa da Giovanni: riconoscere quel che ci separa. Gesù stesso lo compie, lui che per sé non ne aveva bisogno: riparte dalla ‘nostra’ colpa. Questa è ‘ogni giustizia’, la condivisione dello stato di peccatori cioè di separati, nel vischio della materia. E infrange la logica della ‘giustizia’ come causa escludente e muro di separazione. La parola e la pratica di ogni giustizia è la condivisione. E il Padre se ne compiace. Qui si può leggere la differenza tra il cristianesimo e le altre religioni.

 

Quando questo gesto di Gesù diventerà profondamente nostro la nostra coscienza sarà allargata fino a ‘capire’ Dio ed essere ‘capita’ da lui. Si compie nel rito della confessione, ma non è sufficiente un rito, dicevo. La sua, di Gesù, è una condivisione dello stato di peccato e di dolore, si sostituisce all’altro e carica su di sé il suo peso. Chi fa così se non un amico fraterno? Ma le parole umane sono rovinate da esperienze contrarie. Ne viviamo aspetti, presentendo che chiunque potrebbe trovarsi in quella situazione e ciò basta per sentire di esserci. È la coscienza che si allarga e prova misericordia, vera giustizia. Il resto viene dopo, in un accompagnamento di amicizia che conferma l’uscita dallo stato di separazione. Serve un buon confessore che non rimanga esterno ma che scenda nel dolore e nella vergogna e pianga con chi piange lacrime vere. Io l’ho trovato molti anni fa. Da lì ripartii.

 

 Perciò ‘ogni giustizia’ è la condivisione che cancella le identità finora differenti. Non capiamo facilmente, torniamo a distinguerci per differenti interessi spesso in competizione, preoccupati di tutto quel che ci riguarda. Viviamo di fatto come singoli che la convenienza spinge all’inurbamento ma ciascuno fa i propri conti. È il modello economicista. I valori comuni? Sbiaditi e retorici. Questa è la realtà, chi parla del bene comune, della madre terra, del rispetto delle creature, di cooperazione… parla di auspici, di valori immaginari, volatili, spirituali… La realtà è materia e chi più ne approfitta è bravo. Quanto si stabilì che agli Indiani fossero concesse delle riserve un capo disse: “Si può dividere la pelle della propria madre?”. Si può. Salmo 12: “Mentre gli empi si aggirano intorno, emergono i peggiori tra gli uomini” e salgono al governo delle nazioni. Non è così, non è così!

 

Se vogliamo, la coscienza vince l’idea della separatezza e capisce che la realtà non è materia più di quanto sia spirito. Anche la scienza indaga l’invisibile da questo punto di vista e rigetta lo scientismo. Ma abbiamo Gesù che scende tra noi e rivela che Dio è relazione, per dirla in termini attuali ‘connessione’. Ma anche comunione, che è di più. Oltre quanto se ne vuol sapere, siamo tutti correlati e non è un’immagine ecologista, da anime belle. La realtà, anche quella visibile, è fatta così. Ogni cellula è connessa, ogni cosa vivente ed ogni atomo è connesso perché tutto è uno.
Il regno di Dio è olistico, nessun individuo si può posizionare sulle alture, pena l’effimero e il male causato a sé e agli altri. La follia del mondo sta su questa idea. Siamo creature partecipi della Coscienza universale, il Padre: non dice la Genesi che ci ha fatti a sua immagine e somiglianza? Non saremo a posto se non quando avremo ‘coscienza’ di essere sua immagine e sua somiglianza. Gesù ce ne dà consapevolezza e ci riapre la strada col gesto della nostra condivisione.
Tutto questo non si conclude come un concetto, un’acquisizione mentale, ma con l’esperienza personale ed interiore. Quanto più meditiamo la Parola, come quella di oggi, e la nostra coscienza vi aderisce, tanto più facciamo esperienza di essere parte di Dio. L’esperienza cristiana tende essenzialmente ad essere comunione mistica. 

 

Valerio Febei e Rita

 

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