Briciole dalla mensa - 22° Domenica T.O. (anno A) - 30 agosto 2026
LETTURE
Ger 20,7-9 Sal 62 Rm 12,1-2 Mt 16,21-27
COMMENTO
«Vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale». Il Concilio Vaticano II ha profondamente rinnovato la liturgia della Chiesa. Di fronte ai ripetuti tentativi di tornare al passato, papa Francesco aveva riaffermato la necessità di «lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni. Possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Benissimo. Vale per tutti: per quanti han fatto man bassa della liturgia, riducendola a qualcosa di scialbo e banale, e per quanti sognano ancora ‘chiroteche’, muri di candelabri sull’altare, addobbi e merletti, troni e flabelli. Più recentemente anche papa Leone aveva affermato che« ogni riforma deve essere sempre preceduta da un’accurata ricerca teologica, storica e pastorale» (27 maggio 2026).
Resta però ancora scoperto il punto dell’«offrite i vostri corpi» come vero «culto spirituale», su cui ritorna ancora papa Francesco: «La Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri mondani che la rendono sterile». La liturgia è vera se educa a offrire la vita. È quanto Gesù ha detto ai suoi nell’ultima cena: «Questo è il mio corpo dato per voi. Anche voi fate così in memoria di me».
Sant’Agostino, contrapponendo la vita cristiana alla religiosità pagana, spiega che l’unico culto che possa veramente glorificare Dio consiste nell’amare gli uomini con un amore simile a quello con cui Dio li ama, per condurre anch’essi a questo amore (La città di Dio X,3). E san Giovanni Crisostomo: «Vuoi vedere il suo altare? Questo altare è costituito dalle membra stesse del Cristo. Veneralo. Non ti scandalizzare. Tu onori l’altare che riceve il corpo del Cristo, mentre disprezzi l’altare che è il corpo di Cristo e che puoi contemplare ovunque: nelle vie e sulle piazze e ad ogni ora tu puoi sacrificarvi» (Omelia 20, PG:,61, 540).
«Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio». Come si fa a non lasciarci plasmare dallo spirito del mondo? Come possiamo rinnovare continuamente il nostro modo di pensare?
Io credo che ci siano soltanto due vie. La prima è guardare all’altro con uno sguardo di compassione e di tenerezza. Un mio amico vescovo mi diceva: «Ricordati sempre che nel mondo c’è più dolore che peccato». Dobbiamo guardare il dolore, non fuggirlo, non commentarlo, ma abbracciarlo, portarlo dentro di noi per sollevare il fratello. É il vero culto spirituale.
La seconda via è quella della Parola. Sovente essa affascina, entusiasma, seduce - come afferma il profeta Geremia – ma è anche una Parola che ci fa violenza, che ci schiaccia, talmente è pesante; diventa umanamente insopportabile perché, a motivo di essa, siamo «oggetto di derisione ogni giorno». É una Parola che diventa «causa di vergogna e di scherno tutto il giorno», perché è una Parola che molti non vogliono più sentire. Anche nella Chiesa. Si preferiscono le parole d’ordine del proprio leader spirituale, del proprio guru politico, di chi fabbrica notizie false spacciandole per vere. Non si ama più sentirci dire la verità. Verrebbe voglia di smettere, di fare altro, di dedicarci solo a noi stessi: «Non parlerò più nel suo nome!».
Immagino come sarebbe la mia vita privata della luce della Parola: sarebbe un mucchio di cenere dal quale si sprigiona solo un po’ di fumo. Invece, dove c’è la parola vi è un «fuoco ardente», incontenibile. Il fuoco della Parola, che brucia in noi, crea profeti, testimoni e martiri. E il fuoco, a poco a poco, incendierà il mondo intero.
“Da quel giorno, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto…, venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Nella vita di Gesù è maturato il tempo per qualcosa di nuovo. Si passa dalla rivelazione su Gesù Messia a quella sul Figlio dell’uomo sofferente. Nasce anche un nuovo tipo di incomprensione, non più da parte delle folle, ma che è propria dei discepoli: si può accettare che Gesù sia il Messia, ma rifiutare che Egli debba soffrire.
Il testo di Matteo dice che Gesù «doveva» soffrire molto. Non è solo la conseguenza suggerita dalle circostanze politiche negative e dalla posizione assunta dalle autorità religiose, avverse a Gesù. La Passione non è un evento eccezionale, ma una necessità di ordine “teologico”: Gesù ha letto la sua morte nella luce del disegno salvifico di Dio, realizzato attraverso l’offerta della vita del “servo di YHWH”: «Quando offrirà se stesso in sacrificio di espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore» (Is 53,10). Dio non si compiace della sofferenza del Figlio, non la vuole neppure. Egli si compiace piuttosto del fatto che il suo “servo” non esita ad affrontare la sofferenza, e anche la morte, pur di comunicare a tutti che Dio è Padre e ha misericordia di tutti i suoi figli, vicini e lontani, cattivi e buoni.
Ma questo non lo capisce nessuno. Nemmeno Pietro, che si oppone apertamente a Gesù: «Questo non ti accadrà mai!». La tentazione che fu di Gesù, e che ora è dei discepoli, è la tentazione del popolo eletto (e può essere della Chiesa in ogni momento): rifiutare - in nome del Messia glorioso - il «servo di Dio». Meglio gratificanti liturgie e nuvole d’incenso, piuttosto che lavorare duramente nei sotterranei della storia e udire continuamente il grido dei disperati. É più comodo ‘condividere’ una notizia di facebook con un semplice ‘mi piace’, che abitare la complessità dei problemi e delle idee, con un ascolto attento e uno studio laborioso.
Il cammino di liberazione dell’uomo comporta impegno diretto, sacrificio, e spesso anche l’offerta della vita. Chi vorrà ‘salvare’ la propria vita restando a guardare, si perderà. Chi ‘perderà’ la vita, attraverso un fedele, coraggioso, perseverante impegno per i fratelli, troverà centuplicata la sua gioia e restituito in abbondanza il suo dono.
Occorrono tre semplici avvertenze. Rinnegare se stessi, cioè decentrarsi, smettere di essere al centro di tutto. Prendere la propria croce, che vuol dire assumere con fedeltà il progetto del Regno, portando ogni giorno il proprio piccolo contributo. Seguire Gesù. È diventare discepoli, non maestri; è mettersi dietro, non davanti. Se ci mettiamo davanti, diventiamo pietre d’inciampo, Satana. Meglio stare dietro, e camminare con Gesù, senza più perdere tempo.
Giorgio Scatto
Basterebbe far proprie le parole del profeta, rivivere quelle situazioni, che non sono lontane. ‘Non ne volevo più sapere di te, non rispondi alle mie richieste. Basta, io di qua e tu di là, non ci incontriamo infatti. Eppoi che convenienza c’è a passare per credente in contesti ostili, vive meglio chi non ti pensa… Ma una nostalgia mi assilla e riparte la mia ricerca, senza di te non c’è storia. Non so dove sei ma lì ti cerco come al gioco del nascondino. Vengono in mente i due amati del Cantico dei cantici…’.
“Mi hai sedotto, dice Geremia, ed io mi son lasciato sedurre”. La seduzione fa parte dell’amore, lo sappiamo bene. Felicità duratura o infelicità, l’uggia, la noia… sono indicatori utili. Cerchiamo la gioia infatti, che è luce di lampada. A pensarci, ogni nostra storia contiene una misura di amore. Si tratta di vedere da cosa conviene lasciarsi sedurre: una donna, un uomo, la carriera, il narcisismo, l’agiatezza…
Anche Gesù subì vari tentativi di seduzione quando satana lo portò nel deserto e poi su ‘un alto monte’. Sempre rispose: “Nulla di tuo in me”. Il nuovo vicepremier, appena in carica dopo il lampo di luce, Pietro insomma, si lasciò sedurre anche lui. Trattava ormai alla pari con Gesù, ‘lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo’! Pensa te! Davvero nessuno più strambo di lui, fuori come un balcone. ‘Guai a te se dici ancora cose del genere’. Già pensava al potere! Che c’entravano quelle tristi previsioni? Non ci azzeccano neppure gli altri, già nell’elenco del governo prossimo venturo. E noi, oggi, siamo mica tanto disposti a certi oscuri passaggi! Non è questo, non è così, dice Gesù.
Stefano, un ottimo ragazzo, ex tossicodipendente e malato di aids, che raccontando poi la sua storia nelle scuole muoveva i ragazzi al pianto, aveva preso gran confidenza con Gesù, ricambiata tanto che Gesù stesso lo invitava a stargli vicino. Dove? Dietro di lui, sulla croce che è pur sempre un letto a due piazze! Ciao Stefano, poeta.
Ma il problema permane: come si può pensare di avere seguito sulla via del dolore? Passeremmo volentieri tutti dal giovedì alla domenica, saltando il venerdì. Ma è proprio necessario? Altre religioni non prevedono cose del genere. Infatti il cristianesimo è l’unica religione a farsi carico del dolore e della morte e risolverli, tre giorni dopo il venerdì che risulta essere la gloria dell’amore, dato che amare è dare la vita. In concreto: pagare per l’altro, sostituirsi a lui nella difficoltà già ora attenua il dolore e l’angoscia. Per questa via appare più vera la promessa di risorgere e non si tratta più di fantasia.
La croce è necessaria alla giustizia. Ciò la salva nella nostra esperienza dall’idea luttuosa, funebre con cui ci appare. “Nulla di tuo in me”. Cosa è di ‘suo’? L’unica cosa che il tentatore non ha è la gioia, che ha persa opponendosi a Dio e per invidia non vuole che alcuno sia felice. Si abbatte contro Gesù per strappargliela via senza riuscirci per l’amore con cui egli ci ha amati fino alla fine. Non ha perso la gioia.
Paolo esorta a lodare Dio di tutto corpo e questo, dice, è il vero culto ‘spirituale’. Il corpo sta per la realtà di cui siamo fatti e comprende i beni, le capacità, i talenti… D’altra parte non c’è nessuno che sia tanto povero da non avere qualcosa da dare agli altri. L’amore per esempio e prima di tutto. Il corpo è come dire la prassi della carità, dell’accoglienza in forme originali di chi è nel bisogno, è far conto che quel che è mio è tuo… Gesù ha pagato per noi, ma ciò non comporta un risarcimento, una condizione, un dovere… tutto è gratis. Vale solo per vivere della gioia che fu sua. Non si tratta di essere bravi, generosi, ma furbi: se la vita passa senza gioia che vita è? E la gioia è conseguenza dell’amore. Quanti nostri rapporti (e preghiere) sono fatti di pretese, di diritti da esigere, da strane idee di reciprocità… Non funziona e siamo sempre arrabbiati. Infelici. Lasciarsi sedurre dalla gioia: amare e gettar via la chiave.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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