Briciole dalla mensa - 20° Domenica T.O. (anno A) - 16 agosto 2026
LETTURE
Is 56,1.6-7 Sal 66 Rm 11,13-15.29-32 Mt 15,21-28
COMMENTO
Premetto al commento della XX domenica un piccolo preambolo che riguarda la solennità dell’Assunzione della beata vergine Maria.
Nel Credo professiamo la nostra fede nella “risurrezione della carne” e nella “vita eterna” come fine e senso ultimo del nostro pellegrinaggio sulla terra. Più si è attratti dal Signore Gesù, e più la nostra vita diventa un dono totale per il mondo. È avvenuto così anche per Maria. La sua beatitudine è tutta compresa nell’ascolto umile e totale della Parola e nella sua consacrazione ad essa, fino a generarla nella carne. Pure noi: più aderiamo alla Parola, più diventiamo fecondi. Più ci svuotiamo del nostro io, diventando vergini e poveri, più veniamo innalzati. Fino al cielo, come Maria. La grande sfida di oggi è come trascinare “in alto” il mondo intero; e come ciò potrebbe avvenire se non gettando la nostra vita intera, senza risparmio, nella edificazione del Regno? Consacrarsi a Gesù, diventarne discepoli, come Maria, è percorrere le vie dell’abbassamento, fino a penetrare negli oscuri sotterranei della storia, dove giace una umanità sofferente e umiliata. E prenderla per mano, salendo faticosamente fino al “cielo”, meta ultima della nostra speranza, piena realizzazione dell’umano. È la via percorsa da Gesù, prima che da Maria.
Con il capitolo 56 inizia la terza parte del libro di Isaia. Durante i primi decenni che seguono la fine dell’esilio di Babilonia (587-538 a.C.), nella comunità di Gerusalemme il gruppo degli stranieri - più numeroso che mai a causa delle molte invasioni - manifesta qualche timore a proposito della sua accoglienza in seno al popolo eletto: «Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!». Ci sono altre minoranze, che si sentono «alberi secchi» e che perciò hanno paura di venire espulsi come pietre di scarto.
Il profeta anonimo che scrive queste pagine, annuncia a questo punto uno degli oracoli più aperti e più universalistici dell’AT: nessuno si deve sentire escluso dalla comunità di salvezza; tutti i figli di Adamo possono farne parte, anche gli stranieri. Pone un’unica condizione: osservare il diritto e praticare la giustizia. Questa duplice raccomandazione è tradizionale in Israele, negli scritti profetici, nei Salmi e nei testi sapienziali e legislativi. Giustizia e diritto sono qualità che appartengono a Dio. Attenersi alla giustizia e al diritto equivale ad attenersi all’alleanza proposta dal Signore. Per fare questo non si richiede che uno sia figlio di Giacobbe, che appartenga cioè al popolo eletto, basta che sia figlio di Adamo. Per il profeta anche gli stranieri, un tempo sfruttatori di Israele, potranno diventare essi stessi membri del popolo di Dio, chiamati a condividere la fede, la preghiera, i benefici che il Signore elargisce ai suoi figli. “Oracolo del Signore Dio, che raduna i dispersi di Israele: «Io ne radunerò ancora altri, oltre quelli già radunati»" (Is 56,8).
Questa profezia non ha trovato facile accoglienza in Israele. Avveniva allora quello che accade anche oggi. Sempre più spesso basta solo udire la parola “straniero”, o “profugo”, per alzare subito muri di diffidenza, di paura e anche di aperta ostilità. Da molti anni ormai assistiamo ad una opposizione violenta e irrazionale contro lo straniero, che obbedisce solo alle parole d’ordine di nuovi capipopolo, piuttosto che alla parola alta, esigente e liberante della Scrittura. Non sappiamo più avere lo sguardo lungimirante del profeta, preoccupati solo di mettere in salvo il nostro immediato interesse. E anche nella terra di Israele, dove domina una intollerabile violenza contro il popolo palestinese, da tempo non sanno più cosa sia la giustizia e il diritto.
Mi interrogo sempre più spesso sulla vita di don Lorenzo Milani, di Gandhi, di Luther King, di Helder Camara, di Romero, e di moltissimi altri testimoni, profeti e martiri, e mi domando come sarebbe stata la loro vita, la nostra vita, quella del mondo, se avessero obbedito alla cultura dominante che insegnava l’esclusione, l’emarginazione dei poveri, la disuguaglianza sociale, la sottomissione ai potenti. Io credo che la povertà morale, il diffondersi di un pensiero debole, la chiusura narcisistica attorno al proprio io, dipenda in gran parte da una radicale e colpevole ignoranza della storia e della sua drammatica complessità e, per i cristiani, anche da una grave e colpevole ignoranza delle Scritture.
Il Vangelo è rivoluzionario, ma molti preferiscono assopirsi al caldo di rassicuranti pratiche religiose, che non promuovono l’impegno solidale verso gli altri. Contro una religione rituale ed estetica lo stesso Gesù tante volte ha alzato la voce: «Guai a voi, farisei, che pulite l’esterno del piatto e del bicchiere, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria» (Lc 11,39). Il brano del Vangelo sottolinea, ancora una volta, l’apertura del Regno anche ai popoli pagani: anch’essi sono chiamati a sedersi a tavola con i figli, condividendo il medesimo pane. Non si possono accontentare di qualche briciola.
A una prima lettura il racconto di Matteo sembra assumere una posizione piuttosto rigida: Gesù sarebbe venuto unicamente per gli ebrei; la grande fede della donna pagana gli avrebbe strappato un miracolo che sarebbe solo una eccezione alla regola (v. 28). Il racconto di Marco, invece, rivela una posizione più moderata: prima i giudei e poi i pagani (Mc 7,27).
Possiamo dire che Matteo ha adattato il racconto di Marco, che è la sua fonte letteraria, al suo ambiente giudeo-cristiano, nel quale appaiono parecchie difficoltà a spalancare ai pagani, agli stranieri, le porte della Chiesa. Mi domando allora se le nostre comunità cristiane di oggi siano più vicine alla mentalità chiusa e legalistica delle comunità alle quali si rivolge Matteo, o piuttosto all’apertura, cordiale e fraterna, delle comunità di Marco, formate prevalentemente da giudei della diaspora e dal ceto proletario delle grandi periferie urbane, di Roma in particolare. Il povero accoglie più facilmente il povero.
«Pietà Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio!». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Secondo la mentalità di quel tempo, ogni malattia era dovuta all’influsso di uno spirito cattivo, e ogni guarigione era legata all’efficacia di un esorcismo. Ma Gesù, di fronte alla richiesta della donna, tace. «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Qualcuno traduce: «Mandala via!». Gesù risponde con una frase che sembra ribadire la sua precisa volontà di non intervenire: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute di Israele». É una posizione intransigente, di netta chiusura. Esprime in realtà la netta chiusura della comunità giudaico-cristiana nei confronti degli stranieri.
Stupisce l’insistenza della donna: «Signore, aiutami!». E ancora una volta una risposta durissima: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Nella mentalità corrente gli ebrei sono i «figli» e tutti gli altri sono «cani». Il diminutivo attenua solo un poco il senso di disprezzo. Non è consentito gettare il pane dei figli ai cani. Ai figli tutto; agli altri niente.
A questo punto la madre disperata si aggrappa al timido barlume di speranza che affiora nella risposta negativa di Gesù: per me almeno le briciole che cadono dalla tavola del padrone! Di fronte alla fede di questa donna, Gesù è obbligato a cedere: «Grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». É come se Gesù dicesse a noi di imparare ad avere uno sguardo diverso, un cuore più aperto.
In conclusione, la fede personale ha ragione sull’appartenenza religiosa, qualsiasi essa sia. Saremo giudicati sulla fede che fiorisce nell’amore e nel dono di sé, piuttosto che sull’esibizione di presunte culture cattoliche o sulla custodia di generici valori cristiani, che non sappiamo nemmeno più quali siano. Il grido dei poveri, come quello disperato della donna cananea che ha saputo spalancare l’orizzonte della salvezza anche a Gesù, ci svegli dal nostro sonno e ci apra all’incontro con il fratello.
Dio vuole offrire per tutti una zattera di salvezza, e questo avviene solo nell’incontro tra umani, senza esclusioni.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Che ci si pensi o no, tutti, prima o dopo, qualunque fede si professi, a Dio si ricorre e non è più argomento da salotto: una figlia malata, artigliata dal demonio, dalla droga, da una situazione che soffoca la vita, allora la distanza si ricuce e si lanciano appelli al cielo. Certe volte sono necessarie le maniere forti perché si riprendano le fila di un vecchio discorso. Tante volte nei Vangeli è così e quella necessità aguzza l’ingegno, scoperchia i tetti, sfida le buone maniere. Gesù spesso non risponde subito perché quel suo silenzio permetta di scendere alle vere ragioni, al vero bisogno.
Il silenzio di Dio parla, eccome! Vuoi la sicurezza, la liberazione da questo o da quello? Vuoi cose da lui o vuoi lui? Su questo mare navighiamo. La domanda della Cananea era chiara: si trattava della figliola, era chiara la domanda di Giairo, del lebbroso, del centurione, della donna che perdeva sangue, dei mille e mille. A tutti è chiesta la fede che diventa il mezzo, il modello del rapporto con colui al quale si chiede: l’obiettivo della fede è consistere in lui.
Oggi Dio non è argomento corrente, salvo urgenze. Senza contare che una cura efficace non risolve la fame di Dio, presente in tutti. Che è quel che a Gesù preme. La fede anzi è il prerequisito del miracolo atteso. “Avvenga secondo la tua fede”, sicché il miracolo è per metà nostro per metà suo.
L’episodio della Cananea descrive un modo per far breccia nella volontà di Dio. Non giri di parole, preghiere che sono delle teologie, lezioni di giustizia sociale, chiacchiere per l’udito di chi parla. Non se ne può più. Chi vuol pregare ‘intret et oret’ diceva san Benedetto, sia parco di parole. L’esempio è dato nel confronto tra il pubblicano semplice ed umile e l’oratoria del fariseo. A volte le nostre preghiere son delle tiritere distratte e i salmi delle ore liturgiche scorrono via senza attenzione. Dove siamo in realtà?
La rispostaccia che Gesù dà alla Cananea è dura. Poi il paragone con i cani… Quel primo rifiuto servì alla donna per farsi tutt’uno con la scelta di salvare la figlia. Non c’era altro in lei, nessuna punta di orgoglio o riserva da tenere per sé: essa era l’amore per la figlioletta. Se vuoi una cosa quella devi volere, senza recedere. Se vuoi bene a qualcuno devi aver fede. Ci sta che lei si pieghi a terra per raccogliere le briciole contendendole ai cani. Ci sta l’umiltà a vantaggio della persona amata, la totale sincerità del cuore. Ma che roba! Temo che me ne sarei risentito, offeso e avrei detto ‘ciao, se ci ripensi fammi un fischio’. E sarei tornato a disperarmi per quella figlia.
Non la Cananea, appartenente ad un popolo pagano perciò testimone del fatto che di fronte a problemi seri non c’è credenza che tenga. C’è Gesù, ci vado. La Cananea resta lì, raccoglie la prova e risponde con una sagacia che sorprende lo stesso Gesù, per la fede mostrata, certo, ma anche per la prontezza, la determinazione tale da togliere a Gesù il tempo di un'altra battuta. Ha vinto!
Noi maschi, boccaloni, non abbiamo la risposta pronta ed arguta. Che forza le donne. La lingua pronta e folgorante è un dono di Dio. Se poi viene usata per il bene, fanno anche miracoli.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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