mercoledì 28 ottobre 2026
LETTURE
Ap 7,2-4.9-14 Sal 23 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12
COMMENTO
Celebriamo la solennità di tutti i santi. Il termine biblico ‘santo’ deriva da una radice che significa mettere a parte, separare. Dio in quanto santo è distinto e diverso da tutto ciò che è mondano. Egli è il ‘totalmente altro’. “Tu solo sei il Santo” cantiamo nel Gloria quando celebriamo l’Eucaristia. L’incontro con la santità di Dio ha perciò, per l’uomo dell’Antico Testamento, qualcosa di spaventoso. Possiamo incontrare Dio, come Mosè al roveto ardente, solo con il volto coperto (cfr. Es 3,6). Nessun uomo può vedere Dio senza morire (cfr. Es 19,29). Quando Dio appare ad Isaia nel tempio, gli appare in tutto il fulgore della sua divinità, al punto che il profeta viene colto dallo spavento e dal terrore: questa visione lo scuote fin nelle profondità della sua esistenza (cfr. Is 6,1-5). In Osea l’esperienza della santità di Dio è l’esperienza della sua compassione e del suo amore, che sconvolge e capovolge letteralmente tutte le categorie umane e mondane (cfr. Os 11,8 ss.).
Attraverso la sua santità, espressa in una misericordia e in un amore che si comunica, Dio è vicino all’uomo e lo fa partecipare alla propria vita e alla propria santità. Lo ha fatto «molte volte e in diversi modi». Da ultimo lo ha fatto per mezzo del Figlio. «Dio ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente» (2Pt 1,4). «Dio vuole farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Mediante il battesimo i cristiani, fondati sulla pietra angolare che è Gesù, formano, come pietre vive, una casa spirituale: «Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9).
In questo senso i discepoli di Gesù si denominano come «i santi». Essi sono santi perché santificati per mezzo dello Spirito Santo di Dio, e perché lo Spirito abita in loro. «Se uno mi ama - dice Gesù - osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23). La prima Lettera di Giovanni parla della comunione che noi abbiamo con il Padre e con il Figlio suo Gesù (1Gv 1,3). Bellissimo il testo della seconda Lettura di questa domenica: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Mi commuove questo realismo: non siamo figli per modo di dire, in senso moralistico. Per un dono del suo amore lo siamo oggettivamente, partecipando della natura divina. La liturgia terrena della Chiesa rinvia già adesso alla liturgia celeste dell’Agnello e la rende presente anticipatamente. Perciò anche la liturgia della Chiesa e quanto in essa accade può essere santo.
Ma quanti saranno i santi? Ci risponde il libro dell’Apocalisse: «Udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli di Israele. Dopo queste cose vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Tutti costoro stanno in piedi, davanti al trono di Dio e davanti all’Agnello, e sono avvolti in vesti candide. Sta in piedi chi è libero, vittorioso; sta in piedi chi è rivestito della dignità dei figli. E la veste candida è il segno della partecipazione alla vita divina. Come è potuto accadere? Come sarà possibile anche per noi? Quelli che stanno davanti al trono di Dio «tenendo rami di palma nelle loro mani» sono quelli che «hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». È l’accoglienza del dono della vita del Signore, il Crocifisso per amore, che rende bella e santa la nostra vita. La fede in lui illumina di luce vera non solo le nostre vesti, ma tutta intera l’esistenza. È il Risorto che trasfigura il nostro corpo di miseria e lo rende conforme al suo corpo glorioso (cfr. Fil 3,21).
Ma c’è dell’altro. I santi «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione». Ai discepoli di Gesù viene chiesta una resistenza attiva nei confronti delle ‘pressioni’ che vengono dal mondo. Vincerà chi avrà perseverato fino alla fine, con umile e fiduciosa determinazione. Così la santità è un dono, ma anche un compito.
Già nell’Antico Testamento troviamo di continuo l’espressione «siate santi, perché io, vostro Dio, sono santo» (Lv 11,44). E Luca scrive: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). La santità include, dopo il comandamento dell’amore di Dio, anche il comandamento dell’amore del prossimo, e quindi anche la giustizia. Alla santità siamo tutti chiamati, anche se questa affermazione biblica fondamentale è purtroppo spesso caduta in dimenticanza. La santità è stata per molto tempo tenuta sotto sequestro e ritenuta un bene particolare dello stato clericale, dei monaci e dei religiosi. La vocazione alla santità fu spesso concepita non come vocazione dei cristiani ‘normali’, viventi nella quotidianità del mondo, ma come vocazione riservata solo a pochi eletti. I santi furono e sono perciò non di rado considerati come dei cristiani straordinari. Ma le beatitudini del discorso della montagna - che ci vengono proposte anche nella Messa di oggi - valgono per tutti, e i consigli evangelici sono rivolti a tutti coloro che seguono Cristo. La santità è il senso della Chiesa e il motivo della sua esistenza.
Alla solennità di tutti i Santi fa seguito, il 2 novembre, la commemorazione dei defunti. Le due cose stanno insieme. Dice infatti il Signore: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,26). La santità è proprio questo: ricevere dal Signore una vita che non incontrerà più la morte.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Penso a chi è passato. Mi vien da dire che purtroppo non c’è più. Si crea così un confine tra quel che è quel che non è. Una separazione anche nel cuore che fa male. ‘La vita è qui e peccato andarsene’. Persi per sempre e con rammarico torniamo al presente. Dove tuttavia continuano gli effetti di quelle relazioni perdute, esse fanno parte di noi. L’umanità che ci costituisce è diffusa ed ognuno non è solo se stesso. Io non sono neppure solo quello di oggi ma tutte le fasi della vita sono in me, in noi. Sono il bambino dell’altro ieri, il giovane di ieri, sono il mio peccato, i miei autogol, sono il bene che ho fatto, che mi hanno fatto, l’amore ricevuto e il disamore… Sono il desiderio di essere beato alla maniera di Gesù; di essere pulito di cuore, buono, paziente, misericordioso, giusto, sincero… ma del tutto. Ma devo ammettere che ‘non concludo’, molto resta da fare e questo probabilmente vale per tutti. L’essere beato secondo Gesù torna in nostalgia.
Desideriamo la salvezza e a volte la santità e chiediamo allora a questi fratelli che non siano troppo lontani, imprigionati nei santini. Ma rivolgendo a Dio la speranza di essere guariti evochiamo subito le difficoltà, i limiti, le contraddizioni che ci affliggono, connesse sia alla condizione originaria, la natura umana (che però Gesù ha redenta scegliendo di assumerla), sia alle alterne vicende delle nostre relazioni. Quando chiediamo di guarircene supponiamo che Dio ci separi da quelle relazioni, ci difenda da quei condizionamenti, ma è così?
Ho idea invece che guarire dalle nostre ferite, la salvezza che cerchiamo richieda il risanamento del contesto in cui quelle si sono verificate. Le relazioni vanno guarite e in queste le persone coinvolte, e l’unica via è il perdono da dare, da chiedere. Dice Gesù: se portando l’offerta all’altare ti ricordi che hai della ruggine con qualcuno, va’ prima a riconciliarti e poi torna. Questo accade dove viviamo. In famiglia? In famiglia, come altrove. Accade ed è accaduto. Il senso è che una guarigione individuale comporta la guarigione di chi, presente o passato, vi è coinvolto. I morti attendono questo: riconciliarsi con i fratelli, i figli, i padri, le madri, gli amici, come farebbero se fossero vivi tra vivi.
Mi rendo conto che cambia la prospettiva sia in questa realtà sia verso la loro. Il tempo della riconciliazione non è passato, non è passato l’amore, e semmai è stato scarso ora la misura può essere colmata. È il dopo che rivela la qualità del prima. Passate le apparenze siamo più liberi nel cuore ed è più facile essere sinceri e vivere il bene che un tempo non ci ha trovato pronti.
C’è da dire che non c’è gesto più grande, creativo e benefico della preghiera. Abbiamo bisogno di essere benedetti nel profondo, in quelle zone a noi difficili da gestire, in quei giudizi severi troppo severi che portiamo verso noi stessi. Così è anche per i nostri fratelli che non sono fra noi. Chi li perdonerà se non siamo noi a farlo? Chi pregherà per loro perché i loro occhi siano purificati così da contemplare il Padre al quale tutto tende, tutto di noi, il corpo esposto alle caducità e l’anima carica di nostalgia. A lui tende la creazione intera che soffre, dice san Paolo, le doglie del parto in attesa della rivelazione di figli di Dio e finanche gli animali, i nostri fratelli minori, dice san Francesco. Più chiaro ancora san Giovanni nella prima Lettera: “Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Ecco detto a cosa tende la comunione con i santi e con i defunti, anch’essi in vista di santità.
Questa è la nostra fede, dice la Chiesa. Essa, per quanto poco ce ne curiamo, è inscritta nella nostra civiltà, quale fondamento della nostra tradizione e dell’identità culturale. Facciamo ottima cosa a rinnovarla per la giustizia da compiere per il bene dovuto ai nostri cari e perché altrimenti non abbiamo nulla da opporre a chi, venendo da noi, porta con sé una mentalità estranea, sovvertitrice e snaturante.
Valerio Febei e Rita
Ap 7,2-4.9-14 Sal 23 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12
COMMENTO
Celebriamo la solennità di tutti i santi. Il termine biblico ‘santo’ deriva da una radice che significa mettere a parte, separare. Dio in quanto santo è distinto e diverso da tutto ciò che è mondano. Egli è il ‘totalmente altro’. “Tu solo sei il Santo” cantiamo nel Gloria quando celebriamo l’Eucaristia. L’incontro con la santità di Dio ha perciò, per l’uomo dell’Antico Testamento, qualcosa di spaventoso. Possiamo incontrare Dio, come Mosè al roveto ardente, solo con il volto coperto (cfr. Es 3,6). Nessun uomo può vedere Dio senza morire (cfr. Es 19,29). Quando Dio appare ad Isaia nel tempio, gli appare in tutto il fulgore della sua divinità, al punto che il profeta viene colto dallo spavento e dal terrore: questa visione lo scuote fin nelle profondità della sua esistenza (cfr. Is 6,1-5). In Osea l’esperienza della santità di Dio è l’esperienza della sua compassione e del suo amore, che sconvolge e capovolge letteralmente tutte le categorie umane e mondane (cfr. Os 11,8 ss.).
Attraverso la sua santità, espressa in una misericordia e in un amore che si comunica, Dio è vicino all’uomo e lo fa partecipare alla propria vita e alla propria santità. Lo ha fatto «molte volte e in diversi modi». Da ultimo lo ha fatto per mezzo del Figlio. «Dio ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente» (2Pt 1,4). «Dio vuole farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Mediante il battesimo i cristiani, fondati sulla pietra angolare che è Gesù, formano, come pietre vive, una casa spirituale: «Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9).
In questo senso i discepoli di Gesù si denominano come «i santi». Essi sono santi perché santificati per mezzo dello Spirito Santo di Dio, e perché lo Spirito abita in loro. «Se uno mi ama - dice Gesù - osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23). La prima Lettera di Giovanni parla della comunione che noi abbiamo con il Padre e con il Figlio suo Gesù (1Gv 1,3). Bellissimo il testo della seconda Lettura di questa domenica: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Mi commuove questo realismo: non siamo figli per modo di dire, in senso moralistico. Per un dono del suo amore lo siamo oggettivamente, partecipando della natura divina. La liturgia terrena della Chiesa rinvia già adesso alla liturgia celeste dell’Agnello e la rende presente anticipatamente. Perciò anche la liturgia della Chiesa e quanto in essa accade può essere santo.
Ma quanti saranno i santi? Ci risponde il libro dell’Apocalisse: «Udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli di Israele. Dopo queste cose vidi: ecco una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua». Tutti costoro stanno in piedi, davanti al trono di Dio e davanti all’Agnello, e sono avvolti in vesti candide. Sta in piedi chi è libero, vittorioso; sta in piedi chi è rivestito della dignità dei figli. E la veste candida è il segno della partecipazione alla vita divina. Come è potuto accadere? Come sarà possibile anche per noi? Quelli che stanno davanti al trono di Dio «tenendo rami di palma nelle loro mani» sono quelli che «hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». È l’accoglienza del dono della vita del Signore, il Crocifisso per amore, che rende bella e santa la nostra vita. La fede in lui illumina di luce vera non solo le nostre vesti, ma tutta intera l’esistenza. È il Risorto che trasfigura il nostro corpo di miseria e lo rende conforme al suo corpo glorioso (cfr. Fil 3,21).
Ma c’è dell’altro. I santi «sono quelli che vengono dalla grande tribolazione». Ai discepoli di Gesù viene chiesta una resistenza attiva nei confronti delle ‘pressioni’ che vengono dal mondo. Vincerà chi avrà perseverato fino alla fine, con umile e fiduciosa determinazione. Così la santità è un dono, ma anche un compito.
Già nell’Antico Testamento troviamo di continuo l’espressione «siate santi, perché io, vostro Dio, sono santo» (Lv 11,44). E Luca scrive: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). La santità include, dopo il comandamento dell’amore di Dio, anche il comandamento dell’amore del prossimo, e quindi anche la giustizia. Alla santità siamo tutti chiamati, anche se questa affermazione biblica fondamentale è purtroppo spesso caduta in dimenticanza. La santità è stata per molto tempo tenuta sotto sequestro e ritenuta un bene particolare dello stato clericale, dei monaci e dei religiosi. La vocazione alla santità fu spesso concepita non come vocazione dei cristiani ‘normali’, viventi nella quotidianità del mondo, ma come vocazione riservata solo a pochi eletti. I santi furono e sono perciò non di rado considerati come dei cristiani straordinari. Ma le beatitudini del discorso della montagna - che ci vengono proposte anche nella Messa di oggi - valgono per tutti, e i consigli evangelici sono rivolti a tutti coloro che seguono Cristo. La santità è il senso della Chiesa e il motivo della sua esistenza.
Alla solennità di tutti i Santi fa seguito, il 2 novembre, la commemorazione dei defunti. Le due cose stanno insieme. Dice infatti il Signore: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno» (Gv 11,26). La santità è proprio questo: ricevere dal Signore una vita che non incontrerà più la morte.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Penso a chi è passato. Mi vien da dire che purtroppo non c’è più. Si crea così un confine tra quel che è quel che non è. Una separazione anche nel cuore che fa male. ‘La vita è qui e peccato andarsene’. Persi per sempre e con rammarico torniamo al presente. Dove tuttavia continuano gli effetti di quelle relazioni perdute, esse fanno parte di noi. L’umanità che ci costituisce è diffusa ed ognuno non è solo se stesso. Io non sono neppure solo quello di oggi ma tutte le fasi della vita sono in me, in noi. Sono il bambino dell’altro ieri, il giovane di ieri, sono il mio peccato, i miei autogol, sono il bene che ho fatto, che mi hanno fatto, l’amore ricevuto e il disamore… Sono il desiderio di essere beato alla maniera di Gesù; di essere pulito di cuore, buono, paziente, misericordioso, giusto, sincero… ma del tutto. Ma devo ammettere che ‘non concludo’, molto resta da fare e questo probabilmente vale per tutti. L’essere beato secondo Gesù torna in nostalgia.
Desideriamo la salvezza e a volte la santità e chiediamo allora a questi fratelli che non siano troppo lontani, imprigionati nei santini. Ma rivolgendo a Dio la speranza di essere guariti evochiamo subito le difficoltà, i limiti, le contraddizioni che ci affliggono, connesse sia alla condizione originaria, la natura umana (che però Gesù ha redenta scegliendo di assumerla), sia alle alterne vicende delle nostre relazioni. Quando chiediamo di guarircene supponiamo che Dio ci separi da quelle relazioni, ci difenda da quei condizionamenti, ma è così?
Ho idea invece che guarire dalle nostre ferite, la salvezza che cerchiamo richieda il risanamento del contesto in cui quelle si sono verificate. Le relazioni vanno guarite e in queste le persone coinvolte, e l’unica via è il perdono da dare, da chiedere. Dice Gesù: se portando l’offerta all’altare ti ricordi che hai della ruggine con qualcuno, va’ prima a riconciliarti e poi torna. Questo accade dove viviamo. In famiglia? In famiglia, come altrove. Accade ed è accaduto. Il senso è che una guarigione individuale comporta la guarigione di chi, presente o passato, vi è coinvolto. I morti attendono questo: riconciliarsi con i fratelli, i figli, i padri, le madri, gli amici, come farebbero se fossero vivi tra vivi.
Mi rendo conto che cambia la prospettiva sia in questa realtà sia verso la loro. Il tempo della riconciliazione non è passato, non è passato l’amore, e semmai è stato scarso ora la misura può essere colmata. È il dopo che rivela la qualità del prima. Passate le apparenze siamo più liberi nel cuore ed è più facile essere sinceri e vivere il bene che un tempo non ci ha trovato pronti.
C’è da dire che non c’è gesto più grande, creativo e benefico della preghiera. Abbiamo bisogno di essere benedetti nel profondo, in quelle zone a noi difficili da gestire, in quei giudizi severi troppo severi che portiamo verso noi stessi. Così è anche per i nostri fratelli che non sono fra noi. Chi li perdonerà se non siamo noi a farlo? Chi pregherà per loro perché i loro occhi siano purificati così da contemplare il Padre al quale tutto tende, tutto di noi, il corpo esposto alle caducità e l’anima carica di nostalgia. A lui tende la creazione intera che soffre, dice san Paolo, le doglie del parto in attesa della rivelazione di figli di Dio e finanche gli animali, i nostri fratelli minori, dice san Francesco. Più chiaro ancora san Giovanni nella prima Lettera: “Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Ecco detto a cosa tende la comunione con i santi e con i defunti, anch’essi in vista di santità.
Questa è la nostra fede, dice la Chiesa. Essa, per quanto poco ce ne curiamo, è inscritta nella nostra civiltà, quale fondamento della nostra tradizione e dell’identità culturale. Facciamo ottima cosa a rinnovarla per la giustizia da compiere per il bene dovuto ai nostri cari e perché altrimenti non abbiamo nulla da opporre a chi, venendo da noi, porta con sé una mentalità estranea, sovvertitrice e snaturante.
Valerio Febei e Rita

