martedì 6 ottobre 2026
Letture: Is 25,6-10 Sal 22 Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14
Il testo della prima Lettura è preso da una raccolta di oracoli chiamata “Apocalisse di Isaia”. Questi capitoli, redatti forse dopo la conquista di Babilonia da parte di Ciro nel 539, pongono in parallelo la sorte di due capitali: da una parte Babilonia, simbolo della città del male, fortezza dei superbi caduta in rovina, e dall’altra Gerusalemme, la città santa, il cui tempio è stato ricostruito e le mura restaurate, dopo il ritorno degli esuli. Della prima si dice che in essa «è cessata la gioia della cetra, non si beve più il vino tra i canti»; invece nella città riedificata «preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti». Bisognerà leggere questo brano nella prospettiva del giudizio finale: i nemici del Signore saranno irrimediabilmente condannati in un fragore da fine del mondo, mentre a Gerusalemme, in un tripudio di gioia e di canti di lode, si apriranno le porte del regno dei cieli.
«Eliminerà la morte per sempre. Asciugherà le lacrime su ogni volto. Farà scomparire l’ignominia del suo popolo». A molti può sembrare una descrizione troppo bella per essere vera, una fantasiosa proiezione dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni. A questa “ermeneutica del sospetto” si può rispondere facendo osservare che la nostra fede si basa su interventi reali di Dio nella storia, dall’uscita dall’Egitto fino alla risurrezione di Gesù dai morti: ciò che sembra impossibile all’uomo è possibile a Dio. Si può anche rispondere constatando che è proprio la speranza di un cambiamento radicale della società, a favore dell’uomo umiliato e oppresso, che spinge molti a impegnarsi sul fronte della lotta politica, della resistenza nonviolenta, del volontariato, della solidarietà quotidiana. Perché impegnarsi se questi sforzi fossero soltanto un’inutile perdita di tempo, una pia illusione, di fronte ad una realtà che mostra con prepotenza il suo volto violento e irreformabile?
Sottolineo qui due cose. Il Signore stesso preparerà il banchetto: non è in gioco soltanto l’operosità dell’uomo, ma l’azione potente di Dio. È lui che decide il cambiamento delle sorti. Nella sua lotta al nazismo, che lo ha condotto al martirio, Bonhoeffer diceva: «Dobbiamo osare la pace per fede».
La seconda sottolineatura: il banchetto sarà preparato «per tutti i popoli». Avete letto bene: per tutti, nessuno escluso. Questa visione etica e spirituale, umana e divina, sostiene lo sforzo di molti, al di là della dura esperienza di tutti i giorni, dove l’esclusione sociale, l’ostilità, l’odio, sembrano prevalere. «Per tutti»: se saremo sostenuti da questa prospettiva, che alla fine sarà certamente vincente, scopriremo la via, vinceremo le difficoltà, abbatteremo i muri del pregiudizio. Troveremo la strada per praticare anche una politica migliore. Certo, fa male vedere come anche molti cristiani abbiano inghiottito il veleno della propaganda che diffonde paure e pregiudizi, indifferenza e ostilità, seminati a piene mani dagli imbonitori di turno.
Matteo colloca la parabola del banchetto nuziale nel contesto dei discorsi e delle controversie che occupano gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme e che precedono i racconti della Passione. «Il regno dei cieli è simile ad un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». L’evangelista paragona Dio ad un re che inaugura l’era messianica preparando la festa di nozze di suo figlio. Questo figlio è Gesù, «lo sposo» (Mt 9,15). Comprendiamo subito che il regno di Dio è una festa con molti invitati. Sì, ciò che Gesù introduce nella storia degli uomini è una gioia e una festa che durano sempre. Il suo è proprio un “lieto annuncio”. Un Vangelo.
«Il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire». C’è subito un primo rifiuto, molto deciso: «Questi non volevano venire». Il re non si perde d’animo e rinnova il suo invito: «Ho preparato il mio pranzo; venite alle nozze!». Ma anche a questo secondo invito corrisponde un rifiuto. Gli invitati hanno altre preoccupazioni, ritenute più urgenti e importanti: la campagna, gli affari. Probabilmente, al racconto originale, lo scrittore a questo punto aggiunge del suo: «Presero i servi, li insultarono e li uccisero». È la sorte dei messaggeri inviati da Dio in tutti i tempi al suo popolo: il loro messaggio non è stato accolto; in più, spesso sono stati rifiutati e perseguitati. Forse Matteo vede in quelli che oppongono un netto rifiuto ai ripetuti inviti proprio i capi ebrei e gli esponenti più in vista della religione.
«Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli uomini e diede alle fiamme la loro città». Attenzione: qui non viene narrata la vendetta di Dio, ma ci viene offerta una lettura sapienziale della storia umana e del popolo eletto in particolare. La città data alle fiamme, molto probabilmente, è Gerusalemme, distrutta dai romani nel 70 d.C., dopo un lungo assedio. Questo doloroso evento, che ha cambiato per sempre la storia millenaria di Israele, non viene letto solo con categorie politiche, come la vittoria del più grande impero del mondo su una piccola nazione, ma con il linguaggio della “teologia della storia”: il male e la morte non sono provocate da Dio, ma sono la conseguenza inevitabile di stili di vita ingiusti e idolatri.
Nonostante tutto questo il re manda ancora altri servi «ai crocicchi delle strade» a radunare tutti quelli che trovavano, «cattivi e buoni», finché la sala del banchetto, finalmente, si riempie di commensali. È una bellissima e realistica immagine della comunità cristiana: nessuno degli invitati, a questo punto, può accampare dei diritti, ognuno è presente per una scelta gratuita e misericordiosa del suo Signore. E non sono tutti «buoni». Sono invitati anche i «cattivi», quelli che noi disprezziamo e allontaniamo.
Nella sala del banchetto nessuno è più degli altri, e nessuno da meno. Tutti siamo stati presi «ai crocicchi delle strade», che è come dire mentre stavamo davanti ai semafori, a mendicare qualcosa per sopravvivere.
«Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale». Come si può immaginare che degli invitati raccolti dalla strada e condotti al banchetto abbiano potuto procurarsi anche l’abito adatto alla festa? Non è possibile attendersi una risposta plausibile, e dunque il significato va cercato in un’altra direzione.
Qualcuno ha parlato - impropriamente - della veste battesimale. Altri della “giustizia” richiesta a coloro che vogliono appartenere alla comunità dei salvati. Io vedo invece un’altra cosa. Non si partecipa ad una festa di nozze solo per mangiare, ma per vivere assieme a tutti gli altri invitati la gioia dell’incontro con gli sposi, con gli amici, con i vicini di tavola, con tutti. L’abito delle nozze, allora, è una relazione segnata fortemente dall’amore. L’abito è il desiderio di comunione. Se ti escludi dagli altri, nascondendo la testa nel tuo piatto, se escludi anche solo qualcuno dall’orizzonte del tuo amore, non sei adatto, occupi un posto che non è più tuo. Sperimenti il buio della notte e l’amarezza di una vita solitaria. L’ho notato sovente: quelli che escludono gli altri, che non accettano le persone diverse da loro, spesso vivono in una triste solitudine. E qualche volta abbaiano alla luna.
«Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». La chiamata a partecipare al banchetto, assolutamente universale, non garantisce automaticamente la risposta dell’uomo e l’ingresso nel Regno: il banchetto non è preparato per spettatori ignavi e non disponibili ad amare e ad accogliere il fratello.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Dopo le domeniche della vigna, vale a dire del vivere ed operare nel mondo, è la volta in cui il regno di Dio è rappresentato con un banchetto. La vita è un banchetto, uno spazio di prossimità, di condivisione, di festa. Comune è la natura, l’aria che si respira, la pioggia che cade, il caldo di questa estate, l’effetto bianco della neve… Comune è la storia che si svolge sotto il sole. Cronaca particolare a parte.
C’è stato un tempo in cui l’appartenenza era una percezione diffusa, scontata, in nome di una ‘cultura’ e di usanze condivise. Si sapeva chi era l’altro sia che fosse noto sia ignoto: era il prossimo con cui ci si salutava, buongiorno buonasera, incontrandosi per la strada e gli adulti, vedendo i ragazzini far cose cattive, intervenivano che fossero i figli propri o di altri. Durante i giorni del triduo pasquale o alla vigilia delle solennità la radio trasmetteva solo musica sacra o sinfonica…. Parlare del bel tempo che fu è privo di senso. Solo per dire che la vita scorreva con un ritmo e un respiro a misura d’uomo se è vero, come è vero, che il riconoscersi reciprocamente aiuta a vivere. Immagini diverse queste che richiamano l’idea della vita come banchetto a cui tutti i viventi sono invitati, generazione dopo generazione.
Ma in questa ecumene di per sé felice poi le contraddizioni ci sono tutte: si chiamano interessi di parte, privilegi, delitti, conflittualità, guerre… quanto basta per corrompere la natura della terra come regno di DIO.
Il Vangelo spiega come vanno le cose, non solo come andarono. Gli invitati erano i maggiorenti del regno, gente altolocata, i vip, proprietari di terreni o di bestiame, intellettuali o la categoria dei sapienti e supponenti, come sempre, come storicamente dall’Illuminismo in poi, gente che si autodetermina e non dipende, non riconosce valore al banchetto comune, a colui che lo ha imbandito e al figlio da onorare. Si tratta della gente che conta su di sé e si autoafferma. E seppure c’è gusto a elevarsi in società, nessuno si è fatto da sé davvero e siamo tutti creature. Il ramo tagliato per un certo tempo rimane verde e la coda spezzata della lucertola si agita e par che abbia vita. Così è il self made men. Quelli che ‘possono’, i facoltosi, non sono interessati, cercano scuse, chi va da una parte chi dall’altra, chi agli affari, chi all’interesse ed infine, scocciati da messaggeri del re, li fanno fuori. Sono i profeti, i martiri di ogni tempo. Si procurano guai, ignoti al momento del loro rifiuto.
Via libera poi a tutti, non importa il colore, le convinzioni, la lingua, il carattere. Alti e bassi, agiati e disagiati, simpatici e non, “buoni e cattivi”, eccoci dunque al banchetto, accolti immeritatamente, nel senso che non abbiamo fatto nulla per esserci. Ciò non toglie un minimo di consapevolezza ci occorre: sapere dove ci troviamo, riconoscendo il motivo di quel banchetto, far onore allo sposo. Ci si dà una lavata e si indossa il vestito buono e il cuore festante. Questa è la prospettiva del Vangelo che rimette le cose a posto, il punto di partenza e di arrivo. La questione allora diventa un’altra. ci sappiamo invitati?
Valerio Febei e Rita
Is 25,6-10 Sal 22 Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14
Il testo della prima Lettura è preso da una raccolta di oracoli chiamata “Apocalisse di Isaia”. Questi capitoli, redatti forse dopo la conquista di Babilonia da parte di Ciro nel 539, pongono in parallelo la sorte di due capitali: da una parte Babilonia, simbolo della città del male, fortezza dei superbi caduta in rovina, e dall’altra Gerusalemme, la città santa, il cui tempio è stato ricostruito e le mura restaurate, dopo il ritorno degli esuli. Della prima si dice che in essa «è cessata la gioia della cetra, non si beve più il vino tra i canti»; invece nella città riedificata «preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti». Bisognerà leggere questo brano nella prospettiva del giudizio finale: i nemici del Signore saranno irrimediabilmente condannati in un fragore da fine del mondo, mentre a Gerusalemme, in un tripudio di gioia e di canti di lode, si apriranno le porte del regno dei cieli.
«Eliminerà la morte per sempre. Asciugherà le lacrime su ogni volto. Farà scomparire l’ignominia del suo popolo». A molti può sembrare una descrizione troppo bella per essere vera, una fantasiosa proiezione dei nostri desideri e delle nostre aspirazioni. A questa “ermeneutica del sospetto” si può rispondere facendo osservare che la nostra fede si basa su interventi reali di Dio nella storia, dall’uscita dall’Egitto fino alla risurrezione di Gesù dai morti: ciò che sembra impossibile all’uomo è possibile a Dio. Si può anche rispondere constatando che è proprio la speranza di un cambiamento radicale della società, a favore dell’uomo umiliato e oppresso, che spinge molti a impegnarsi sul fronte della lotta politica, della resistenza nonviolenta, del volontariato, della solidarietà quotidiana. Perché impegnarsi se questi sforzi fossero soltanto un’inutile perdita di tempo, una pia illusione, di fronte ad una realtà che mostra con prepotenza il suo volto violento e irreformabile?
Sottolineo qui due cose. Il Signore stesso preparerà il banchetto: non è in gioco soltanto l’operosità dell’uomo, ma l’azione potente di Dio. È lui che decide il cambiamento delle sorti. Nella sua lotta al nazismo, che lo ha condotto al martirio, Bonhoeffer diceva: «Dobbiamo osare la pace per fede».
La seconda sottolineatura: il banchetto sarà preparato «per tutti i popoli». Avete letto bene: per tutti, nessuno escluso. Questa visione etica e spirituale, umana e divina, sostiene lo sforzo di molti, al di là della dura esperienza di tutti i giorni, dove l’esclusione sociale, l’ostilità, l’odio, sembrano prevalere. «Per tutti»: se saremo sostenuti da questa prospettiva, che alla fine sarà certamente vincente, scopriremo la via, vinceremo le difficoltà, abbatteremo i muri del pregiudizio. Troveremo la strada per praticare anche una politica migliore. Certo, fa male vedere come anche molti cristiani abbiano inghiottito il veleno della propaganda che diffonde paure e pregiudizi, indifferenza e ostilità, seminati a piene mani dagli imbonitori di turno.
Matteo colloca la parabola del banchetto nuziale nel contesto dei discorsi e delle controversie che occupano gli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme e che precedono i racconti della Passione. «Il regno dei cieli è simile ad un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». L’evangelista paragona Dio ad un re che inaugura l’era messianica preparando la festa di nozze di suo figlio. Questo figlio è Gesù, «lo sposo» (Mt 9,15). Comprendiamo subito che il regno di Dio è una festa con molti invitati. Sì, ciò che Gesù introduce nella storia degli uomini è una gioia e una festa che durano sempre. Il suo è proprio un “lieto annuncio”. Un Vangelo.
«Il re mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire». C’è subito un primo rifiuto, molto deciso: «Questi non volevano venire». Il re non si perde d’animo e rinnova il suo invito: «Ho preparato il mio pranzo; venite alle nozze!». Ma anche a questo secondo invito corrisponde un rifiuto. Gli invitati hanno altre preoccupazioni, ritenute più urgenti e importanti: la campagna, gli affari. Probabilmente, al racconto originale, lo scrittore a questo punto aggiunge del suo: «Presero i servi, li insultarono e li uccisero». È la sorte dei messaggeri inviati da Dio in tutti i tempi al suo popolo: il loro messaggio non è stato accolto; in più, spesso sono stati rifiutati e perseguitati. Forse Matteo vede in quelli che oppongono un netto rifiuto ai ripetuti inviti proprio i capi ebrei e gli esponenti più in vista della religione.
«Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli uomini e diede alle fiamme la loro città». Attenzione: qui non viene narrata la vendetta di Dio, ma ci viene offerta una lettura sapienziale della storia umana e del popolo eletto in particolare. La città data alle fiamme, molto probabilmente, è Gerusalemme, distrutta dai romani nel 70 d.C., dopo un lungo assedio. Questo doloroso evento, che ha cambiato per sempre la storia millenaria di Israele, non viene letto solo con categorie politiche, come la vittoria del più grande impero del mondo su una piccola nazione, ma con il linguaggio della “teologia della storia”: il male e la morte non sono provocate da Dio, ma sono la conseguenza inevitabile di stili di vita ingiusti e idolatri.
Nonostante tutto questo il re manda ancora altri servi «ai crocicchi delle strade» a radunare tutti quelli che trovavano, «cattivi e buoni», finché la sala del banchetto, finalmente, si riempie di commensali. È una bellissima e realistica immagine della comunità cristiana: nessuno degli invitati, a questo punto, può accampare dei diritti, ognuno è presente per una scelta gratuita e misericordiosa del suo Signore. E non sono tutti «buoni». Sono invitati anche i «cattivi», quelli che noi disprezziamo e allontaniamo.
Nella sala del banchetto nessuno è più degli altri, e nessuno da meno. Tutti siamo stati presi «ai crocicchi delle strade», che è come dire mentre stavamo davanti ai semafori, a mendicare qualcosa per sopravvivere.
«Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale». Come si può immaginare che degli invitati raccolti dalla strada e condotti al banchetto abbiano potuto procurarsi anche l’abito adatto alla festa? Non è possibile attendersi una risposta plausibile, e dunque il significato va cercato in un’altra direzione.
Qualcuno ha parlato - impropriamente - della veste battesimale. Altri della “giustizia” richiesta a coloro che vogliono appartenere alla comunità dei salvati. Io vedo invece un’altra cosa. Non si partecipa ad una festa di nozze solo per mangiare, ma per vivere assieme a tutti gli altri invitati la gioia dell’incontro con gli sposi, con gli amici, con i vicini di tavola, con tutti. L’abito delle nozze, allora, è una relazione segnata fortemente dall’amore. L’abito è il desiderio di comunione. Se ti escludi dagli altri, nascondendo la testa nel tuo piatto, se escludi anche solo qualcuno dall’orizzonte del tuo amore, non sei adatto, occupi un posto che non è più tuo. Sperimenti il buio della notte e l’amarezza di una vita solitaria. L’ho notato sovente: quelli che escludono gli altri, che non accettano le persone diverse da loro, spesso vivono in una triste solitudine. E qualche volta abbaiano alla luna.
«Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». La chiamata a partecipare al banchetto, assolutamente universale, non garantisce automaticamente la risposta dell’uomo e l’ingresso nel Regno: il banchetto non è preparato per spettatori ignavi e non disponibili ad amare e ad accogliere il fratello.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Dopo le domeniche della vigna, vale a dire del vivere ed operare nel mondo, è la volta in cui il regno di Dio è rappresentato con un banchetto. La vita è un banchetto, uno spazio di prossimità, di condivisione, di festa. Comune è la natura, l’aria che si respira, la pioggia che cade, il caldo di questa estate, l’effetto bianco della neve… Comune è la storia che si svolge sotto il sole. Cronaca particolare a parte.
C’è stato un tempo in cui l’appartenenza era una percezione diffusa, scontata, in nome di una ‘cultura’ e di usanze condivise. Si sapeva chi era l’altro sia che fosse noto sia ignoto: era il prossimo con cui ci si salutava, buongiorno buonasera, incontrandosi per la strada e gli adulti, vedendo i ragazzini far cose cattive, intervenivano che fossero i figli propri o di altri. Durante i giorni del triduo pasquale o alla vigilia delle solennità la radio trasmetteva solo musica sacra o sinfonica…. Parlare del bel tempo che fu è privo di senso. Solo per dire che la vita scorreva con un ritmo e un respiro a misura d’uomo se è vero, come è vero, che il riconoscersi reciprocamente aiuta a vivere. Immagini diverse queste che richiamano l’idea della vita come banchetto a cui tutti i viventi sono invitati, generazione dopo generazione.
Ma in questa ecumene di per sé felice poi le contraddizioni ci sono tutte: si chiamano interessi di parte, privilegi, delitti, conflittualità, guerre… quanto basta per corrompere la natura della terra come regno di DIO.
Il Vangelo spiega come vanno le cose, non solo come andarono. Gli invitati erano i maggiorenti del regno, gente altolocata, i vip, proprietari di terreni o di bestiame, intellettuali o la categoria dei sapienti e supponenti, come sempre, come storicamente dall’Illuminismo in poi, gente che si autodetermina e non dipende, non riconosce valore al banchetto comune, a colui che lo ha imbandito e al figlio da onorare. Si tratta della gente che conta su di sé e si autoafferma. E seppure c’è gusto a elevarsi in società, nessuno si è fatto da sé davvero e siamo tutti creature. Il ramo tagliato per un certo tempo rimane verde e la coda spezzata della lucertola si agita e par che abbia vita. Così è il self made men. Quelli che ‘possono’, i facoltosi, non sono interessati, cercano scuse, chi va da una parte chi dall’altra, chi agli affari, chi all’interesse ed infine, scocciati da messaggeri del re, li fanno fuori. Sono i profeti, i martiri di ogni tempo. Si procurano guai, ignoti al momento del loro rifiuto.
Via libera poi a tutti, non importa il colore, le convinzioni, la lingua, il carattere. Alti e bassi, agiati e disagiati, simpatici e non, “buoni e cattivi”, eccoci dunque al banchetto, accolti immeritatamente, nel senso che non abbiamo fatto nulla per esserci. Ciò non toglie un minimo di consapevolezza ci occorre: sapere dove ci troviamo, riconoscendo il motivo di quel banchetto, far onore allo sposo. Ci si dà una lavata e si indossa il vestito buono e il cuore festante. Questa è la prospettiva del Vangelo che rimette le cose a posto, il punto di partenza e di arrivo. La questione allora diventa un’altra. ci sappiamo invitati?
Valerio Febei e Rita
Is 25,6-10 Sal 22 Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14

