venerdì 6 novembre 2026
LETTURE
Sap 6,12-16 1Ts 4,13-18 Mt 25,1-13
COMMENTO
Tra i libri sapienziali della Bibbia, quello della Sapienza è certamente il più interessante dal punto di vista dottrinale e il più vicino al N.T. L’autore anonimo, che scrive in greco all’inizio del primo secolo a.C., pone il suo insegnamento sulle labbra del re Salomone, dando così autorevolezza al suo scritto, com’era in uso in quel tempo.
«La sapienza è splendida e non sfiorisce». A prima vista si potrebbe pensare ad una descrizione di qualche aspetto della divinità, ma tutto il contesto fa pensare piuttosto alla radiosa bellezza di una giovane donna, corteggiata e amata. Altri versetti confermano la verità di questo confronto e lasciano intravedere nella Sapienza un’amica o una sposa: “È lei che ho amato e corteggiato fin dalla mia giovinezza; ho bramato di farla mia sposa, mi sono innamorato della sua bellezza” (Sap 8,2). Si ama la sapienza come si desidera e si ama la donna amata.
«Si lascia trovare da quelli che la cercano». Questo versetto mi ricorda molto il gioco a nascondino che facevamo da bambini: tutti ci si nascondeva, ma eravamo tutti là, pronti a balzare fuori. E chi cercava non si perdeva d’animo, perché sapeva di non essere rimasto da solo. Sì, il giusto ama la Sapienza, la desidera, parte alla sua ricerca “di buon mattino”, e la trova “seduta alla sua porta”. Per ricevere il dono inestimabile della Sapienza occorre essere mendicanti, o innamorati, o cercatori di perle preziose, o discepoli, felici di frequentare il più possibile la casa del maestro. La Sapienza stessa “va in cerca di quelli che sono degni di lei”. Ma il nostro tempo non sembra un tempo nel quale sia considerato “intelligenza perfetta” riflettere sulla Sapienza, come afferma il testo biblico. Oggi la sapienza l’abbiamo perduta e l’intelligenza che prospera è solo quella “artificiale”. Sapienza e Intelletto sono doni dello Spirito Santo.
La Sapienza è come una sorgente nascosta. Scriveva Etty Hillesum: “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda e in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e di sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. Disseppellire Dio nel cuore dell’uomo è “rintracciare il minuscolo essere umano, sepolto sotto la barbarie dell’insensatezza e dell’odio”. Etty scriveva queste parole ad Auschwitz, dove venne internata come ebrea. E dove morì il 30 novembre 1943. È da lì che scrive ancora: “Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”. Cercare la Sapienza è attingere un senso nuovo alla vita anche dentro ai pozzi profondi della nostra miseria e desolazione. E non diventare apatici e insensibili dinanzi al dolore degli altri. È trovare in ognuno una ‘parte migliore’, una sorgente nel cuore, seppellita tra pietre e sabbia.
«Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo»: così inizia il Vangelo di questa domenica. Non si deve pensare che il regno di Dio sia paragonabile a dieci ragazze ancora da sposare, ma piuttosto che il regno di Dio è come una festa di nozze alla quale occorre andare preparati, svegli e con tutto il necessario.
Le dieci ragazze sono amiche e compagne della sposa. Cinque di esse vengono definite stolte, prive di sapienza, e cinque sagge, giudiziose. A proposito di sapienza, possiamo trovare qui un certo aggancio con la prima Lettura di questa domenica.
Nel vocabolario di Matteo il saggio è colui che ha costruito la propria casa sulla roccia, perché ascolta le parole di Gesù e le mette in pratica; è anche il servo fedele che, obbedendo alle istruzioni ricevute, distribuisce il cibo a tutti coloro che sono nella casa. Il termine sta dunque ad indicare una certa intelligenza del mistero di Dio.
Sap 6,12-16 1Ts 4,13-18 Mt 25,1-13
COMMENTO
Tra i libri sapienziali della Bibbia, quello della Sapienza è certamente il più interessante dal punto di vista dottrinale e il più vicino al N.T. L’autore anonimo, che scrive in greco all’inizio del primo secolo a.C., pone il suo insegnamento sulle labbra del re Salomone, dando così autorevolezza al suo scritto, com’era in uso in quel tempo.
«La sapienza è splendida e non sfiorisce». A prima vista si potrebbe pensare ad una descrizione di qualche aspetto della divinità, ma tutto il contesto fa pensare piuttosto alla radiosa bellezza di una giovane donna, corteggiata e amata. Altri versetti confermano la verità di questo confronto e lasciano intravedere nella Sapienza un’amica o una sposa: “È lei che ho amato e corteggiato fin dalla mia giovinezza; ho bramato di farla mia sposa, mi sono innamorato della sua bellezza” (Sap 8,2). Si ama la sapienza come si desidera e si ama la donna amata.
«Si lascia trovare da quelli che la cercano». Questo versetto mi ricorda molto il gioco a nascondino che facevamo da bambini: tutti ci si nascondeva, ma eravamo tutti là, pronti a balzare fuori. E chi cercava non si perdeva d’animo, perché sapeva di non essere rimasto da solo. Sì, il giusto ama la Sapienza, la desidera, parte alla sua ricerca “di buon mattino”, e la trova “seduta alla sua porta”. Per ricevere il dono inestimabile della Sapienza occorre essere mendicanti, o innamorati, o cercatori di perle preziose, o discepoli, felici di frequentare il più possibile la casa del maestro. La Sapienza stessa “va in cerca di quelli che sono degni di lei”. Ma il nostro tempo non sembra un tempo nel quale sia considerato “intelligenza perfetta” riflettere sulla Sapienza, come afferma il testo biblico. Oggi la sapienza l’abbiamo perduta e l’intelligenza che prospera è solo quella “artificiale”. Sapienza e Intelletto sono doni dello Spirito Santo.
La Sapienza è come una sorgente nascosta. Scriveva Etty Hillesum: “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda e in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e di sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. Disseppellire Dio nel cuore dell’uomo è “rintracciare il minuscolo essere umano, sepolto sotto la barbarie dell’insensatezza e dell’odio”. Etty scriveva queste parole ad Auschwitz, dove venne internata come ebrea. E dove morì il 30 novembre 1943. È da lì che scrive ancora: “Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio”. Cercare la Sapienza è attingere un senso nuovo alla vita anche dentro ai pozzi profondi della nostra miseria e desolazione. E non diventare apatici e insensibili dinanzi al dolore degli altri. È trovare in ognuno una ‘parte migliore’, una sorgente nel cuore, seppellita tra pietre e sabbia.
«Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo»: così inizia il Vangelo di questa domenica. Non si deve pensare che il regno di Dio sia paragonabile a dieci ragazze ancora da sposare, ma piuttosto che il regno di Dio è come una festa di nozze alla quale occorre andare preparati, svegli e con tutto il necessario.
Le dieci ragazze sono amiche e compagne della sposa. Cinque di esse vengono definite stolte, prive di sapienza, e cinque sagge, giudiziose. A proposito di sapienza, possiamo trovare qui un certo aggancio con la prima Lettura di questa domenica.
Nel vocabolario di Matteo il saggio è colui che ha costruito la propria casa sulla roccia, perché ascolta le parole di Gesù e le mette in pratica; è anche il servo fedele che, obbedendo alle istruzioni ricevute, distribuisce il cibo a tutti coloro che sono nella casa. Il termine sta dunque ad indicare una certa intelligenza del mistero di Dio.
Analogamente, lo stolto non indica soltanto lo sciocco privo di intelligenza, ma anche l’empio che è abbastanza pazzo da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a dire nel suo cuore: «Dio non c’è» (Sal 14,1). In Matteo il termine indica colui che ha costruito sulla sabbia, colui che ascolta la parola di Gesù senza metterla in pratica.
Nella parabola odierna, in che cosa consiste la stoltezza? Nel non aver fatto riserva di olio: «Non presero con sé l’olio». Si sa che le piccole lucerne in terracotta richiedevano di essere incessantemente alimentate. Il Vangelo non mette sotto accusa solo una sbadataggine, una semplice dimenticanza, ma un atteggiamento spirituale. Anche nella comunità cristiana, invece che vivere responsabilmente il tempo dell’attesa per l’avvento dello sposo, per le nozze imminenti, si può cogliere solo l’ebbrezza di un momento, l’emozione che evapora in un istante, senza pensare a ciò che ci aspetta, senza costruire il futuro attraverso una buona riserva di olio nella lampada, senza tenere accesa la tenue fiammella della speranza.
«Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono». Nel contesto del discorso escatologico in cui Matteo inserisce la parabola, questo elemento assume un rilievo straordinario. È l’intera comunità dei discepoli, raffigurata nell’immagine delle dieci vergini, che viene sorpresa dal sonno perché delusa dalla troppo lunga attesa del ritorno di Gesù. Il sonno rappresenta la mancanza di fede e di vigilanza cristiana.
«All’orizzonte si levò un grido: ”Ecco lo sposo! Andategli incontro!”». Questo grido nella notte drammatizza la scena. Abitualmente l’arrivo dello sposo era segnalato dai canti e dalla musica del corteo che lo accompagnava. Lo si udiva in lontananza, si avvicinava progressivamente, senza alcuna sorpresa. Qui, invece, il grido sorprende tutti. Sembra che voglia alludere a qualcosa d’altro: forse al grido dell’angelo dell’Apocalisse che invita al grande festino di Dio, alla fine dei tempi? (cfr. Ap 19,17). O anche all’avvento improvviso del Figlio dell’uomo, come ci avverte ancora Matteo: «Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo» (Mt 24,27).
«Arrivò lo sposo, e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa». La parabola insegna che le vicende narrate in questa storia sono analoghe alle vicende del Regno: Dio può arrivare all’ora che gli pare. La sua venuta sorprende sempre. Non è che Dio si compiaccia a sorprendere, ma è piuttosto l’uomo che talvolta prende gusto a dormire. Siamo anche noi una Chiesa che dorme? A volte lo penso, e lo osservo pure. Dio ci avverte: siate sempre preparati: se arrivi in ritardo, ti trovi la porta chiusa in faccia!
Nella parabola odierna, in che cosa consiste la stoltezza? Nel non aver fatto riserva di olio: «Non presero con sé l’olio». Si sa che le piccole lucerne in terracotta richiedevano di essere incessantemente alimentate. Il Vangelo non mette sotto accusa solo una sbadataggine, una semplice dimenticanza, ma un atteggiamento spirituale. Anche nella comunità cristiana, invece che vivere responsabilmente il tempo dell’attesa per l’avvento dello sposo, per le nozze imminenti, si può cogliere solo l’ebbrezza di un momento, l’emozione che evapora in un istante, senza pensare a ciò che ci aspetta, senza costruire il futuro attraverso una buona riserva di olio nella lampada, senza tenere accesa la tenue fiammella della speranza.
«Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono». Nel contesto del discorso escatologico in cui Matteo inserisce la parabola, questo elemento assume un rilievo straordinario. È l’intera comunità dei discepoli, raffigurata nell’immagine delle dieci vergini, che viene sorpresa dal sonno perché delusa dalla troppo lunga attesa del ritorno di Gesù. Il sonno rappresenta la mancanza di fede e di vigilanza cristiana.
«All’orizzonte si levò un grido: ”Ecco lo sposo! Andategli incontro!”». Questo grido nella notte drammatizza la scena. Abitualmente l’arrivo dello sposo era segnalato dai canti e dalla musica del corteo che lo accompagnava. Lo si udiva in lontananza, si avvicinava progressivamente, senza alcuna sorpresa. Qui, invece, il grido sorprende tutti. Sembra che voglia alludere a qualcosa d’altro: forse al grido dell’angelo dell’Apocalisse che invita al grande festino di Dio, alla fine dei tempi? (cfr. Ap 19,17). O anche all’avvento improvviso del Figlio dell’uomo, come ci avverte ancora Matteo: «Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo» (Mt 24,27).
«Arrivò lo sposo, e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa». La parabola insegna che le vicende narrate in questa storia sono analoghe alle vicende del Regno: Dio può arrivare all’ora che gli pare. La sua venuta sorprende sempre. Non è che Dio si compiaccia a sorprendere, ma è piuttosto l’uomo che talvolta prende gusto a dormire. Siamo anche noi una Chiesa che dorme? A volte lo penso, e lo osservo pure. Dio ci avverte: siate sempre preparati: se arrivi in ritardo, ti trovi la porta chiusa in faccia!
Nel contesto attuale, cosa significa avere sapienza, prendere con sé olio in piccoli vasi, attendere vigilanti? Rispondo con le parole di Etty Hilesum: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio”. Difendere fino all’ultimo la casa di Dio in noi: è l’unica cosa che conta.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
La liturgia, con la seconda Lettura, resta sugli ultimi tempi, morte e risurrezione. Paolo ci torna con maggior spazio nella Prima Corinti in cui chiarisce quel che attende ogni uomo. Evidente che l’argomento era sentito: come c’entra la risurrezione di Gesù col nostro destino? Ieri come oggi, anche se oggi se ne parla di meno perché si entrerebbe in discorsi di fede e fin là non ci si compromette.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
La liturgia, con la seconda Lettura, resta sugli ultimi tempi, morte e risurrezione. Paolo ci torna con maggior spazio nella Prima Corinti in cui chiarisce quel che attende ogni uomo. Evidente che l’argomento era sentito: come c’entra la risurrezione di Gesù col nostro destino? Ieri come oggi, anche se oggi se ne parla di meno perché si entrerebbe in discorsi di fede e fin là non ci si compromette.
In Prima Corinti la visione di Paolo sembra più matura, la vicenda naturale del nascere e del morire è compresa in un movimento di maggior respiro e il morire è rinascere in altra forma più evoluta. Scrive in 15,42-44: “Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale”. Ecco cosa va inteso nel brano ai Tessalonicesi, alle parole in cui dice che saremo con Cristo chi prima (i morti in Lui) e chi dopo (quanti alla sua venuta troverà ancora in piedi. Paolo infatti come altri credeva che Cristo sarebbe ritornato presto).
In piedi e vigilanti, raccomanda il Vangelo. La settimana scorsa, mi spiegavo la contiguità della festa dei Santi con la commemorazione dei defunti, stabilita dalla Chiesa, a motivo della comunione dei Santi e della fede nella risurrezione. La vicinanza tra le due date richiama il loro corrispondersi a motivo della gloria che i primi già godono e che i secondi attendono grazie anche alle nostre preghiere.
In piedi e vigilanti, raccomanda il Vangelo. La settimana scorsa, mi spiegavo la contiguità della festa dei Santi con la commemorazione dei defunti, stabilita dalla Chiesa, a motivo della comunione dei Santi e della fede nella risurrezione. La vicinanza tra le due date richiama il loro corrispondersi a motivo della gloria che i primi già godono e che i secondi attendono grazie anche alle nostre preghiere.
Tutto ciò dice che la morte non costituisce una separazione definitiva, ineluttabile. Ciò sostiene la memoria affettiva e la sollecitudine a far del bene. Chi muore in Cristo risorge con Lui, dice san Paolo.
Vale anche per i viventi di oggi, esortati per questo a vigilare. Le parabole del Regno hanno nomi diversi: la vigna, il campo, il banchetto, le nozze, lo sposo che arriva di notte, improvviso come un ladro….
A volte ci si chiede quale senso abbia il tempo, i giorni che si susseguono uno dopo l’altro, come nelle poesie cantate da Tenco. A volte ci si annoia, si devono fare cose, trovare emozioni. Ma il tempo, che sempre ci è dato, non ci annoia se è un tempo di vigilia, di attesa. C’è la possibilità di essere beati da qualche parte, di stare ‘nel tempo’ con un cuore pulito, mite, semplice, paziente, misericordioso… Le occasioni capitano da sé, non c’è bisogno di cercarle. Un incontro casuale, una risposta da dare, la vicinanza di qualcuno, di un familiare… Piccole cose di grande effetto.
A volte ci si chiede quale senso abbia il tempo, i giorni che si susseguono uno dopo l’altro, come nelle poesie cantate da Tenco. A volte ci si annoia, si devono fare cose, trovare emozioni. Ma il tempo, che sempre ci è dato, non ci annoia se è un tempo di vigilia, di attesa. C’è la possibilità di essere beati da qualche parte, di stare ‘nel tempo’ con un cuore pulito, mite, semplice, paziente, misericordioso… Le occasioni capitano da sé, non c’è bisogno di cercarle. Un incontro casuale, una risposta da dare, la vicinanza di qualcuno, di un familiare… Piccole cose di grande effetto.
Dei morti la corrente mentalità non si cura. Per la verità essa è smemorata in molte cose. La morte, come la storia, non insegna più nulla col rischio che il sonno della ragione rigeneri mostri. Occorre sempre una coscienza vigile, ma è una scelta. I più smemorati, per natura, sono i giovani, schiacciati sul presente, alla ricerca di emozioni da spendere subito. La realtà passa sul display mentre occorre pensare, prevedere, scegliere, avere scorte di olio.
Siamo nell’Ottavario dei defunti e novembre è il mese ad essi dedicato. Sorge da sé la domanda sul tempo e l’eternità, il qui ora e il dopo altrove. Non ci sono molti elementi di conoscenza oltre la Scrittura, san Paolo, il Magistero della Chiesa. Ma del mondo si fa rappresentante il pensiero laico cui è estranea la domanda sul senso del tempo e della stessa storia. Miti, si dice. Del resto non c’è niente che si possa dire oltre parola di Dio: il tempo ci è dato per la conversione.
Valerio Febei e Rita
Siamo nell’Ottavario dei defunti e novembre è il mese ad essi dedicato. Sorge da sé la domanda sul tempo e l’eternità, il qui ora e il dopo altrove. Non ci sono molti elementi di conoscenza oltre la Scrittura, san Paolo, il Magistero della Chiesa. Ma del mondo si fa rappresentante il pensiero laico cui è estranea la domanda sul senso del tempo e della stessa storia. Miti, si dice. Del resto non c’è niente che si possa dire oltre parola di Dio: il tempo ci è dato per la conversione.
Valerio Febei e Rita

