Vai al contenuto

Briciole dalla mensa

Solo Dio ha il diritto universale

29° Domenica del Tempo Ordinario (anno A) - 18 ottobre 2026

mercoledì 14 ottobre 2026

XXIX DOMENICA T.O.
Is 45,1.4-6 1Ts 1,1-5b Mt 22,15-21
  
“Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni»”. Ciro il Grande (559-530 a.C.), il nuovo padrone del Medio Oriente, che conquista Babilonia senza neppure dare battaglia, viene salutato come un liberatore. Nel testo di Isaia che leggiamo in questa domenica viene chiamato «eletto del Signore». Con la generosità dei forti pratica una politica liberale; lascia in vita i vinti; rispetta i loro beni e garantisce a chiunque la libertà di culto. Come gli altri popoli, anche i Giudei deportati traggono beneficio dalla liberalità del re persiano. Ciro è l’uomo che Dio ha scelto per liberare il suo popolo e ricostruire il tempio.
 
Il testo di Isaia mette sulla bocca di Dio queste parole: «Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca». Il progetto di Dio, che è la giustizia e il diritto, viene realizzato attraverso l’azione di un pagano! Con ogni probabilità gli uditori del Secondo Isaia, lo scrittore anonimo di questa sezione del libro, hanno stentato ad ammettere che un re pagano potesse assolvere un ruolo di così vasta portata religiosa. Ma il profeta taglia corto. È Dio che rende le persone «pronte all’azione», anche se non lo conoscono. E nessuno può contestare l’opera di Dio: “Dirà forse la creta al vasaio: «Che fai?»” (Is 49,9). Dio fa concorrere uomini e cose alla costruzione di un universo dove tutto è concepito e organizzato in funzione della salvezza «perché sappiano dall’oriente all’occidente che non c’è nulla fuori di me».
Non c’è, nel testo di Isaia, un linguaggio servile o opportunista. Il profeta non si inchina davanti al potere, ma si rivolge ai credenti, a noi, per affermare che i padroni della scena politica, lo sappiano o no, anche se non lo vediamo nell’immediato, prendono anch’essi parte alla realizzazione del disegno di Dio. La vita umana e la storia hanno un senso e una direzione. Pur lasciando all’uomo l’esercizio della sua responsabilità, Dio guida la storia e la apre a speranza. E gli strumenti per realizzare i progetti di Dio non sempre portano il titolo di “sua maestà cristianissima” o di “difensore della fede”. Anche un pagano può essere argilla nella mani del Signore.
 
Della seconda Lettura desidero sottolineare brevemente solo alcune cose, che sono fatte continuamente presenti dall’apostolo Paolo. «L’operosità della vostra fede». Non si tratta di avere una fede aperta all’impegno, inteso come approdo della fede stessa, ma di un qualificativo di questa fede che è un atto: la fede è un’adesione a Dio e al suo Cristo che non si esaurisce in un’adesione intellettuale, ma che diventa alleanza, relazione fruttuosa che impegna tutta la vita.
«La fatica della vostra carità». La fede agisce attraverso l’amore: «In Cristo Gesù non è la circoncisione che vale, o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa mediante la carità» (Gal 5,6). E questo è “fatica”, perché chiede di raggiungere con l’amore anche il più lontano: «Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?» (Mt 5,46-47).
«La fermezza della vostra speranza in Cristo Gesù». Il termine qui usato (ypomonè) è molto importante nel NT; è tradotto anche con “costanza”, “pazienza”, “perseveranza”, “resistenza nella prova”. Non si tratta di sottomettersi stoicamente agli avvenimenti, sperando di potercela cavare in qualche modo, ma di una solidità che non ha la sua sorgente in noi, ma in Cristo. Forse questa virtù si rivela come la più specifica del cristiano, e la più necessaria. Oggi, soprattutto, occorre “stare saldi” nel Signore.
 
Il Vangelo ci propone un tema che è di grandissima attualità e che riguarda il nostro rapporto di credenti con il potere. L’occasione è fornita da un incontro, non proprio pacifico, tra Gesù e un gruppo di farisei ed erodiani. C’è molta malizia in questo incontro, perché i farisei avevano tenuto consiglio “per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi”. Dopo averlo blandito con finti apprezzamenti, gli interlocutori chiedono a Gesù: É lecito o no pagare il tributo a Cesare?». C’è da notare che i romani si riservavano il conio delle monete d’argento, segno di sovranità, e il denaro romano portava l’effigie dell’imperatore. Il legame esistente tra moneta e potere rappresentava un caso di coscienza per i Giudei. Pagare le tasse con la moneta imperiale significava riconoscere la sovranità dei romani su Israele, mentre per loro l’unico re del popolo era Dio. E c’era un fatto ancora più grave: l’iscrizione sulla moneta definiva l’imperatore Tiberio “figlio del divino Augusto”, e sul retro era scritto “sommo pontefice”, titolo religioso che esaltava il potere spirituale e politico dell’imperatore.
 
Tutti i sinottici sottolineano la “trappola” preparata nei confronti di Gesù: «Bisogna o no pagare le tasse a Cesare? Dobbiamo o no riconoscere il potere dei romani, pagani ed idolatri?». Gesù non elude la domanda e risponde: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Occorre rendere a Cesare quello che egli può normalmente chiedere, nel caso specifico l’imposta, in funzione del suo potere. 
Gesù non intende affatto sostituirsi a questo potere attraverso l’affermazione di un messianismo politico-religioso, tanto desiderato dal partito degli zeloti, ma anche da numerosi suoi discepoli. Affermando che bisogna rendere a Dio quello che è di Dio, Gesù dichiara la priorità e il primato di Dio su Cesare. Solo Lui, come preghiamo nel “Padre nostro”, è “nei cieli”, sta in alto, “al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione” (Ef 1,21).
Questo implica da parte di Cesare l’assenza di ogni violazione del diritto universale di Dio sull’uomo. L’uomo non può farsi Dio, come era scritto nella moneta: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto”, e non può essere tollerata nessuna violenza nei confronti della creazione provocata da parte dei poteri di questo mondo.
 
L’unica vera immagine di Dio non è impressa sulle monete, ma sul volto dell’uomo vivente. C’è inoltre, nella risposta di Gesù, un invito ad accogliere il regno di Dio, e a riconoscere in Lui il Messia che viene a instaurare questo Regno. Gesù non annuncia un Regno che è in concorrenza con quello di Cesare, non viene per prendere il posto di Cesare e ad affermare un potere che si costruisce con i criteri di questo mondo.
Per noi, discepoli di Gesù, accogliere il Regno è impegnarci per stili di vita coerenti con il Vangelo, è cercare orizzonti di senso che diano valore alla nostra umanità, creata ad immagine di Dio, senza escludere nessuno. È desiderare un Regno dove vince su tutto il perdono e la misericordia. È proprio del potere dominare, spesso con la forza e il sopruso, con atti di violenza e di morte.
É proprio di Dio affermare il suo Regno nella mitezza del cuore, nell’amore per il nemico, nell’offerta di una comunione con tutto e con tutti.
 
Dare a Cesare quello che è di Cesare è dargli solo il tributo, la lealtà nell’osservanza della legge, la disponibilità generosa e intelligente per edificare una vita buona per tutti, vigilando sugli atti di ingiustizia, di corruzione, di interesse privato. Dare a Dio quello che è di Dio è restituire l’intera nostra vita a colui che ne è l’origine.
 
Giorgio Scatto
 
 
“Date a Cesare” sembra più un fatto scontato, stante nella realtà delle cose che un’approvazione del prelievo fiscale. Tra l’altro l’esattore poteva ‘risarcirsi’ fino a quattro volte in più di quanto da lui già versato al tesoro romano. 
Farisei ed Erodiani, religione e Stato, tirano Gesù dentro un sistema fatto di obblighi contingenti. È una realtà di regole pratiche che non rientrano direttamente nell’etica del regno. Tra l’altro disturba l’ipocrisia delle lusinghe dette per invischiare Gesù perché dica quel che pensa per davvero, tanto per tirarlo in trappola: se dice che sì, è giusto pagare il tributo si inimica il popolo che odia i Romani e se dice che no ecco che diventa uno zelota, ribelle e facinoroso perseguibile dai Romani. Il tentativo è sempre quello: giudicarlo con le parole ‘uscite dalla sua stessa bocca’, che giunge ad effetto con Caifa, sommo sacerdote a cui non si può mentire, quando si rivolge all’imputato Gesù chiedendogli di confessare in nome del Dio vivente se egli sia il Figlio. Non perché gli interessi la verità in sé, ma avere un motivo incontrovertibile di condanna. E Gesù che non può mentire su se stesso muore per essere il Figlio, necessariamente. Che trappolone Caifa!
 
Piccoli farisei crescono facendo le prove a tendere trappole. Sulle tasse per ora, una realtà di cui si era occupato Giovanni il Battista ma non Gesù. Va bene, sappiamo come egli risponde. Liquida la questione in breve e passa a quel che più ha a cuore. 
Va da sé che la vita si svolge in un contesto sociale, che ha regole, costi, vantaggi e potere di disporre diritti e doveri in qualunque tempo. È la polis, al cui interno si sviluppa la democrazia. Una compagine statuale deve pur sussistere, per garantire la sicurezza della vita associata e quindi i servizi fondamentali… Tutto viene dal prelievo fiscale che non è il problema esso stesso ma che gravi essenzialmente sul lavoro dipendente. Il problema è l’evasione. Più tardi, secondo l’aumento della partecipazione, avrà carattere etico il controllo politico di come e in cosa si impiegano le risorse. Sanità? Armi?
 
Tanto basta per rimanere nella prima risposta. La scioltezza con cui viene data, si direbbe liquidata, la prima questione sembra indirizzare l’attenzione sulla seconda parte, non richiesta, della sua risposta così da riorientare la stessa domanda capziosa dei piccoli farisei. Vogliono stringerlo al loro sistema di riferimento, ma e Dio? Dov’è, che posto occupa? Ed è già un rimprovero. A quel Dio, dice Gesù, occorre dare tutto. 
Per estensione si può aggiungere che in un sistema di riferimento orientato alla storia e alle sue determinazioni, la legge, le norme dello Stato finiscono per sovrastare sulla coscienza. È un problemaccio. La coscienza viene esaltata invece dal sentimento di Dio. Libertà e sapienza seguono. Sicché san Paolo dice che l’uomo spirituale giudica e non è giudicato. La legge dello Stato non ha egemonia sulla coscienza. È uno dei semi contenuti in germe nelle parole di Gesù che si svilupperanno a poco a poco dando vita a forme di civiltà più elevate, ad approdi ancora inesplorati. Da sudditi a cittadini, per esempio. La strada è lunga ma è segnata.
 
Quanto a noi, succede che si guardi a Dio per richieste da fargli, per averne segni. Misericordia: siamo piccoli. Ma conoscere che cosa ci motiva è motivo di crescita. I farisei di allora erano dei trappoloni volendo resettare Gesù al loro punto di vista e non ebbero la risposta che si aspettavano. Queste manipolazioni non sono infrequenti, ma sempre le risposte di Gesù sono spiazzanti. 
A ciascuno di noi, e meno male che smanettiamo con la sua Parola (ce n’è un’altra?), qualunque sia l’interrogativo che ci muove viene detto: “Date a Dio quel che è di Dio”. C’è qualcosa di nostro per cui si possa dirgli: ecco questo è mio e te lo regalo? Ah già, la misura: Lui, il maestro, da Dio che era (dice san Paolo), ha dato tutto di sé all’uomo come se fosse l’uomo il suo dio.
 
Valerio Febei e Rita