Domenica 27 giugno 2021: prete da cinquant'anni.

 

«Per condizione un pellegrino senza terra, per azioni gran peccatore, per grazia di Dio uomo e cristiano».

 

Sono prete da cinquant'anni!
Per l'unzione dello Spirito, che è come il vento e il fuoco.
Per il Vangelo, potenza di Dio più forte del rombo del tuono.
Per un Pane che sazia il desiderio dell'uomo.
In cammino con un popolo di umili e schiavi, liberati a prezzo di sangue, quello di un Dio.
Inviato per essere servo, e mai padrone. Per stare in basso e mai in alto.
In una Chiesa ricca di santi e impastata, come me, di fragilità e di peccato. Talvolta impaurita di fronte al mondo.
Un mendicante di bellezza, che cerca i segni della vita di Dio nell'arsura dei deserti, nel volo leggero delle farfalle e nei volti di ogni uomo e di ogni donna.
Mandato a evangelizzare i poveri, che hanno rapito il mio cuore e che sono diventati carne della mia carne, la parte più spirituale della mia vita.
Fratello e padre in una piccola famiglia di monaci e monache che il Signore mi ha donato per custodire la mia vita errabonda, e per coltivare insieme la speranza del Regno.
Dopo cinquant'anni il passo si è fatto più lento, e il respiro più affannoso, ma mi trovo ancora sulla strada, grazie a Dio, a cercare con gioia il senso delle cose, a lodare e benedire il Signore per tutti i suoi doni. Anche per i miei peccati e le sofferenze patite, antiche e recenti. Convinto che il più e il meglio stanno sempre davanti, perché Dio ci viene incontro dal futuro.
Ripercorro le tappe del mio ministero: Marano Veneziano, con le gioie e le fatiche dei primi anni, del resto straordinariamente vivaci e creativi; San Lorenzo di Mestre, accanto a preti di grande valore, come mons. Vecchi, don Franco De Pieri, don Paolo Donadelli;  le piccolissime parrocchie di Marango e di San Gaetano, al confine orientale della Diocesi, dove vivo da trentasette anni: piccole realtà che hanno dato maturità alla mia vita di prete e di uomo. Ripenso agli anni intensi e straordinari vissuti in Calabria, tra contadini e pastori, in una Chiesa povera di mezzi e ricca di umanità, nell'impegno quotidiano di intercedere per la pace e nel faticoso lavoro  delle mani, per guadagnarmi il pane, e condividendo tutto con i poveri. Tentando con tutte le forze di piantare i semi del Regno nel vissuto di una fraternità concreta.
Ricordo l'anno trascorso a Gerusalemme e un altro ancora a Roma, inviato dall'amato patriarca Marco Cè, padre della mia piccola famiglia monastica. In questi luoghi, a contatto con maestri dello Spirito, come don Giuseppe Dossetti, don Giovanni Nicolini e madre Agnese, ho appreso ad amare la Parola incarnata nella storia degli umani e nell'Eucaristia del Cristo.
Ricordo i viaggi in Terra Santa, in Brasile, in Perù, in Honduras, nell'Africa centrale, immerso in drammi e storie cariche di violenza e di dolore, che mi hanno cambiato la vita per sempre. Dai poveri ho imparato ad abitare nella parte sbagliata della storia, quella dei perdenti, quella più amata da Dio.
Ora, raggiunta la soglia dei cinquanta anni di ministero, desidero solo ringraziare.
Ringrazio il Signore della vita: eterna è la sua misericordia.
Ringrazio la mia Chiesa di Venezia, che amo da morire, e per la quale ho anche molto sofferto.
Ringrazio papà e mamma, e tutti i miei quattro fratelli, per il bene che ci vogliamo.
Ringrazio la mia comunità, le sorelle e i fratelli, sempre pieni di premure per me, soprattutto ora che mi vedono entrare in una fase della vita in cui tutto diventa più precario. 
Ringrazio i piccoli che il Signore mi ha dato e ai quali la mia vita è affidata, che sono il segno evidente della tenerezza e della semplicità del Vangelo.
Ringrazio per la terra e l'acqua,  il fuoco e l'aria, per tutte le creature e insieme a loro lodo il mio Signore.  
E ringrazio tutte le persone incontrate in cinquant'anni di vita sacerdotale: è stata una bellissima avventura, che mi pare solo un inizio. Ripeto: tutto è ancora davanti, nella novità di un compimento sperato e nello stupore di un cammino sempre nuovo.
E con tutte le forze dell'anima chiedo perdono degli inevitabili errori, peccati, infedeltà. Dio è fedele, e ama sempre, e da lui desidero imparare l'amore. Fino alla fine. 
 

Don Giorgio      

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