Briciole dalla mensa - 18° Domenica T.O. (anno A) - 2 agosto 2026
LETTURE
Is 55,1-3 Sal 144 Rm 8,35.37-39 Mt 14,13-21
COMMENTO
Il brano della Lettera di Paolo ai Romani proposto per questa domenica, raggiunge i vertici del lirismo. Inizia con una domanda retorica alla prima persona plurale: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (v. 31), e si conclude con un inno all’amore di Dio in Cristo (vv. 38-39).
Notiamo due parti fondamentali: nella prima, l’esclusione della condanna poiché siamo stati giustificati da Dio in Cristo e siamo in pace con Lui (vv. 31-34); nella seconda, il primato dell’amore di Cristo e di Dio dal quale niente e nessuno potrà mai separarci (vv. 35-39).
Al centro dell’intero brano troviamo la professione di fede nel kerygma pasquale: «Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi» (v. 34).Posto di fronte a Dio, l’uomo deve riconoscersi peccatore. Scrive l’evangelista Giovanni: «Se diciamo di non aver peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua verità non è in noi» (1Gv 1,10). Ma Dio è «per noi», e questo significa che è superata la dualità nella quale leggiamo la nostra vita e vediamo oscuramente ogni cosa, perennemente in conflitto tra bene e male, tra peccato e grazia. Dio non sta più di fronte all’uomo come una eterna minaccia. L’uomo ormai sta al fianco di Dio e non ha più nulla e nessuno contro di sé perché, in virtù della risurrezione di Cristo, «la morte è stata inghiottita nella vittoria» (1Cor 15,54).
Il luogo in cui l’esistenza dell’umanità raggiunge il punto più basso, dove il «gemito» è più amaro, quando l’uomo grida: «Salvami, o Dio: sono caduto in acque profonde e la corrente mi travolge» (Sal 69,2-3), in quel punto preciso ci viene incontro Gesù Cristo, sommerso dalle acque della morte anche lui. Ma, se siamo morti con Cristo, come potremo non vivere con colui che ha vinto la morte?
L’uomo, di fronte a Dio, in qualsiasi tempo e luogo, è sempre l’accusato. Ma Gesù è colui che è morto, anzi è risuscitato, e intercede come tale per noi, sta al nostro posto alla destra di Dio.
Per questo sappiamo con certezza che nessuno e nulla può più separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù. Poiché l’amore di Dio in Cristo è la piena manifestazione dell’amore di Dio verso l’umano e dell’amore dell’umano verso Dio. In esso trionfa anche il nostro amore, che non è più posto sotto accusa. In esso è raggiunto il punto in cui l’identità irrealizzabile è compiuta. Paolo l’aveva già sottolineato: «Quando eravamo ancora deboli, Cristo morì per gli empi» (Rm 5,6). È per questa ragione che nulla potrà separarci da Lui.
Aver fede, allora, è questo: contemplare ed accogliere un amore, quello di Dio, che raggiunge ciascuno, qualsiasi sia la sua condizione; un amore mediante il quale Egli ci riconcilia a sé. Questo avviene «in Cristo» e nella sua croce gloriosa. La croce è il simbolo della lontananza, dello smarrimento, della perdita di orizzonte dell’umanità. È l’esperienza del figliol prodigo che «partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto» (Lc 15,13). La croce è l’uomo peccatore, saldamente piantato nella sua disperazione e incapace di trovare da sé la via della vita, mentre Gesù è l’avvento della misericordia, nel luogo dove regnava solo la morte.
Il brano di Isaia è un invito straordinario a godere della gratuità dei doni di Dio e della sua salvezza. Dio chiama a sé coloro che hanno fame e sete. Non di cose che non nutrono e non saziano, per le quali spendiamo inutilmente tutte le nostre risorse. Fame e sete di Dio. Nostalgia di Dio, promessa di futuro.
L’espressione «comprate senza denaro, senza pagare» si ripete per tre volte nel primo versetto. Contrariamente alla logica del mondo, dove tutto ha un prezzo variabile: cibo, vestiti, medicinali, casa; e spesso un prezzo altissimo, come la vendita e il commercio delle armi, che producono solo morte e distruzione, i doni di Dio sono invece assolutamente gratuiti, offerti a chiunque li chiede. Sono doni che saziano in abbondanza il nostro desiderio, come una sorgente d’acqua in pieno deserto.
«Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?» Isaia denuncia la tendenza a investire tempo, energie e risorse in ciò che è effimero, come la ricchezza, il potere, e ogni sorta di sicurezza materiale, che spesso alimentano ulteriori frustrazioni, se non anche lotte e discordie; i beni materiali, cercati come valore assoluto, non possono colmare la sete profonda dell’anima. Al di là delle esemplificazioni, spesso spendiamo tempo ed energie per cercare l’approvazione degli uomini, o per coltivare un arrogante ed egocentrico narcisismo che non hanno alcun vero valore: sono soddisfazioni che non durano e non aiutano a maturare una vera personalità.
«Porgete l’orecchio, venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilitò per voi un’alleanza eterna». È il forte richiamo del Signore a svegliarci dal torpore e da un mondo pieno di illusioni. Si tratta di imparare ad ascoltare in profondità i veri desideri del cuore, di raggiungere la sorgente dell’acqua pura e non bere più le acque torbide e limacciose offerte dalla propaganda e dal sistema. Si tratta di accettare di fare «un’alleanza eterna» con colui che non tradisce, non inganna, ma che ti conduce piano piano a ritrovare la bellezza della vita e la sua verità. Si tratta di ricevere gratuitamente dal Signore il pane che sostiene il nostro pellegrinaggio.
Di pane parla anche il Vangelo. La folla, convenuta da varie località, porta a Gesù i suoi malati, i suoi affanni, le sue speranze. Gesù si commuove di fronte a tanta miseria, e traduce la sua compassione in gesti e azioni di cura. La reazione di tutta quella gente è che non se ne vuole più andare, perché ha intuito che lì non c’è soltanto un guaritore o un esperto oratore, ma qualcuno che ha in sé la profondità del mistero di Dio.
I discepoli però fanno presente a Gesù le difficoltà derivanti dal fatto di essere in un luogo deserto e con poche provviste. Vogliono mandar via la folla. «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Troppo poco, per saziare la fame di cinquemila persone. Come spesso diciamo anche noi: «Io da solo non posso salvare il mondo», e così rimaniamo prigionieri dei nostri calcoli e delle nostre paure. Pensiamo di mettere al sicuro il nostro futuro e non abitiamo il presente, con le sue pressanti domande.
Ma Gesù ordina ai presenti «di sedersi sull’erba». L’«erba» in un «luogo deserto», può anche essere un richiamo alla primavera, quando, con le prime piogge, anche le aride colline dei monti della Galilea si rivestono di un tenerissimo manto di velluto verde. Scorgiamo qui un rimando alla Pasqua, che si celebra proprio il primo mese di primavera. Occorre entrare nella logica della Pasqua, cioè nella logica del dono, per fare anche della nostra vita un pane che non tratteniamo per noi nella bisaccia ma che si offre per gli altri.
«Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla». Troviamo i quattro verbi che definiscono la struttura delle berakot (benedizioni) ebraiche in occasione del pasto: prendere, benedire, spezzare, dare. Come non ricordare l’ultima cena, nella quale Gesù si fa pane per la vita del mondo? Un dettaglio nel testo mette ancora una volta in relazione il fatto dei pani con la Pasqua di Gesù: i discepoli sono incaricati di distribuire il pane alla folla. Essi hanno cioè il compito di provvedere alla necessità della gente, continuando fedelmente l’opera di Gesù. Egli aveva detto: «Voi stessi date loro da mangiare»: è una parola che non finiremo mai di mettere in parallelo con il «fate questo in memoria di me» dell’ultima cena.
Se la nostra umile esistenza si fa pane, non è mai poco per sfamare l’enorme fame e sete di giustizia e di pace, di accoglienza e di fraternità, che ci raggiunge e ci interpella da tutti i deserti del mondo. Donarsi senza riserve è trasformare il deserto in giardino.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Il disinteresse diffuso per la religione, in particolare per il cristianesimo, è una sfida per chi crede. Non possiamo ignorarlo e rispondere col disinteresse al disinteresse, l’ateismo è un problema per il credente che, salvo grazie speciali, è passato attraverso le ragioni del diniego, risolto gli argomenti di chi non ne vuol sapere.
Forse tutto va bene così e si vive alla giornata, forse non c’è la percezione amara dei limiti e degli errori, forse le spiegazioni rinforzano l’ego facendo causa agli altri, ai genitori, ai colleghi, a Dio, al mondo... Forse affascina la realtà mondana, la sola certa e fruibile, forse c’è l’idea radicata che vivere sia ricerca di vantaggi… Forse pensare all’oltre mette disagio, non dice nulla, è cosa che si lascia agli addetti, strana gente. Forse di là c’è un Dio giudicante, moralista, reperto del paleolitico, roba che funzionava quando la natura, sconosciuta, faceva paura… Forse c’è stata un’esperienza deludente della paternità, forse non si è pianto abbastanza la propria miseria e, per contro, non s’è provata compassione del dolore altrui. O forse il tempo di Dio non è ancora arrivato, lui che parla la lingua del cuore che solo a tratti è la lingua di tutti. Di tutto e di più.
Un gioco terapeutico consiste nel lasciarsi cadere all’indietro fidando che gli altri, che non si vedono, ti prendano e ti sostengano sulle loro braccia. Un’esperienza di abbandono e di fiducia non scontata.
Eppoi cos’è questo ’amore? Ecco le parole di Isaia. “Chi non ha denaro venga ugualmente e compri senza pagare vino ed acqua…”. Vale per chi arretra davanti alla fede perché mancano i meriti, conta la logica del dovere e del mercato. Prendere senza pagare? I ladri fanno così. Non si capisce la gratuità, eppure la vita è gratis e ne vorremmo di più a non finire, è gratis il tempo a disposizione. L’amore poi è gratuito o non è e se uno vuole darci qualcosa gratis ecco il sospetto: che vorrà in cambio? Il mercato è legge. Non si capisce che chi dà è ripagato dalla gioia di dare. La diffidenza si veste di ragionevolezza, di responsabilità ma un filo nascosto la connette all’orgoglio. È il protagonismo dell’ego che non vuole ‘morire’ arrendendosi alla gratuità o al perdono.
Probabilmente la difficoltà ad accogliere l’annuncio di Cristo è proprio l’assenza del concetto di gratuità. Gesù che vorrà in cambio? ‘Preghiere, devozioni, sacrifici, la mia liberta? Lo dicevo io che era un a trappola!’. Niente di tutto questo. Il sacrificio di Gesù è universale, senza condizioni. Può una madre amare un figlio al fine di averne riconoscenza? Giova a noi, esseri provvisti di coscienza, averne coscienza dell’amore di Cristo che non dipende da noi.
Il miracolo dei pani e dei pesci si impone da sé, anche se i nostri occhi sono chiusi. Noi siamo propensi a stabilire cosa è e cosa non è unicamente in base alle leggi della materia (finora note), ma la conoscenza utilizza, ed apre, la strada del cuore. La questione per san Paolo si risolse con una zuccata cadendo da cavallo. Oggi non ci sono molti cavalli da cui cadere e forse temiamo i modi bruschi, perciò ecco il lavoro interiore: riflettere, meditare per contemplare quel che videro i discepoli.
La volontà di Dio è sapersi amati e rimanere nell’amore, dice Gesù. In questo possiamo stabilire l’origine del nostro essere, il nome scritto sul rovescio della pietra. Arriva il momento propizio in cui, esaurite le difese, conviene provare. Allora il Vangelo si apre ed è l’inizio della conversione. Sapersi amati.
Valerio Febei e Rita
Monastero di Marango
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