«Dio non fa preferenza di persone»

Briciole dalla mensa - 6° Domenica di Pasqua (anno B) - 6 maggio 2018

 

LETTURE

At 10,25-27.34-35.44-48   Sal 97   1Gv 4,7-10   Gv 15,9-17

 

COMMENTO

Il brano degli Atti degli Apostoli (prima Lettura) ci narra una vera e propria conversione di Pietro, il primo degli Apostoli. Dapprima Dio gli dimostra, attraverso un sogno, che non esiste la distinzione religiosa fra cibi impuri e puri. Poi, è invitato a recarsi a casa del centurione Cornelio, una casa di pagani, considerati senza Dio, ma dove incontra delle persone veramente alla ricerca di Dio: viene da dire, molto più vicine al Signore di quanto non lo siano certe persone solo "formalmente" religiose. Così Pietro si trova a dover constatare con profonda e sconvolgente sorpresa: «In verità, sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Non esiste una religione, un popolo, una condizione umana che appartenga a Dio e un'altra, o altre, che non vi appartengono. È la inequivocabile smentita di ogni integralismo religioso ed etnico: chi discrimina le persone nega quel Dio a cui afferma di appartenere. Poi Dio interviene a sancire la "scoperta" di Pietro facendo scendere lo Spirito Santo proprio su questa famiglia di pagani: né giudei né battezzati! Tanto da suscitare lo stupore in quei «fedeli circoncisi» (ebrei diventati cristiani) che accompagnavano Pietro.
Questo episodio c'insegna a «uscire», come dice papa Francesco, e andare a scoprire come lo Spirito sia all'opera in tante realtà e situazioni umane che, religiosamente, consideriamo "lontane", ma nelle quali l'amore del Signore si compiace di venire ad abitare, molto più che in certe nostre fredde liturgie o impersonali iniziative parrocchiali.

 

La seconda Lettura e il brano del Vangelo sono il vertice del vertice. Perché il vertice è l'amore, e nessuno altro brano ci parla dell'amore quanto questi due. Nella Bibbia, l'amore non è tanto un sentimento: viene chiamato «amore» ogni atto autentico e concreto di dono di sé, gratuito sovrabbondante, agli altri. Per questo l'amore materno è l'immagine umana che più si avvicina all'amore biblico. Quindi, la prima Lettera di Giovanni raggiunge il massimo della rivelazione dicendo semplicemente che «Dio è amore»; ma preoccupandosi, insieme, di rivelare come si è manifestato («Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di Lui») e come si realizza tale amore: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». La venuta e la presenza del Figlio di Dio fra gli uomini ci permette di «avere la vita»: cioè di vivere, secondo il linguaggio di Giovanni, la relazione autentica con Dio nell'uomo Gesù Cristo. Solo questo può veramente far vivere la nostra vita. Anche a noi è chiesto di amare, perché lasciarsi amare non è autentica esperienza di amore se non porta ad aprirsi agli altri. Ma il nostro amore può essere solo risposta all'amore di Dio: è "circolazione" del suo amore, come una famiglia, che non si chiude nelle proprie relazioni d'amore, ma si apre all'accoglienza di altri. Per questo il Padre ha mandato il proprio Figlio: per dare storicità e "drammaticità" all'amore («Vittima di espiazione per i nostri peccati»). L'amore si occupa di ciò di cui la realtà amata ha più bisogno: noi abbiamo bisogno di essere liberati dal condizionamento del male. Abbiamo bisogno di essere liberati dal non-amore per potere vivere l'amore, verso tutti.

 

Nel brano del Vangelo, Gesù rivela di aver Lui stesso imparato l'amore con cui ama gli uomini e per i quali sta per donare a loro la vita sulla croce: «Come il Padre ha amato me, anch'io ho amato voi». Anche Lui ha dovuto lasciare che il Padre intessesse la sua vita umana di amore. Il Figlio di Dio non era un "superman" dell'amore. Come ogni altro essere umano è cresciuto in umanità imparando l'amore: dal Padre celeste, da Maria e Giuseppe, dalle altre persone, dalla creazione... Con questa sua maturazione è stato capace di amare poi i suoi discepoli e tutti quelli che incontrava. L'amore che nasce da uno sforzo personale spesso si perde; quello che viene dall'esperienza di essere amati da Dio e dagli altri ha, invece, la forza di attraversare le vicende della vita.
Gesù lega l'amore all'osservanza dei comandamenti. Non è solo il riferimento alla dimensione formale del Decalogo. Amare osservando i comandamenti significa porre i gesti dell'amore nella dimensione dell'umile obbedienza alla Parola del Signore. Significa passare da amare l'altro perché io lo voglio a amare perché Dio lo dice: è ben diverso. Osservare i comandamenti significa mettersi in sintonia con tutto il progetto del Padre che è salvezza e vita per tutti gli uomini.
Allora l'amore esce dalle ristrettezze del volontarismo dell'uomo e entra in tutta l'intenzionalità che Dio pone in ogni gesto d'amore: si allarga ad abbracciare tutto il mondo. Sì, dobbiamo credere che ogni più piccolo gesto di carità ha la forza di cambiare il mondo, se è compiuto in obbedienza alla Parola.
Il brano, poi, sottolinea la sintonia che si crea fra l'uomo e Dio in Gesù Cristo: rimanere nel suo amore, essere suoi amici, fare quello che dice, conoscere tutto del Padre, ottenere tutto ciò che si chiede nella preghiera. L'amore ci avvicina e ci fa accedere a Dio: non scalando un trono, ma accostandoci al fratello.
Tutto questo sono solo accenni sui brani biblici di questa domenica. Ognuno è invitato ad accostarsi direttamente e personalmente ad una Parola così bella, e a custodirla nella propria vita.

 

Alberto Vianello

 

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