PICCOLA FAMIGLIA DELLA RISURREZIONE

 

Indice

  1. Gli inizi
  2. Una comunità, una terra
  3. Non solo monaci
  4. Monaci della diocesi
  5. L' accoglienza
  6. Lo scopo
  7. L' ispirazione
  8. Il lavoro
  9. La preghiera
  10. L' annuncio 

     

1. Gli inizi

La “Piccola Famiglia della Risurrezione” è una comunità monastica nata nella Pentecoste del 1984 nella Diocesi di Venezia per iniziativa di don Giorgio Scatto, prete diocesano, e sotto la guida paterna e sapiente del patriarca Marco Cè.
Fin dall’inizio del suo cammino essa ha assunto la regola monastica ricevuta da don Giorgio dalle mani di don Giuseppe Dossetti, presso il quale è vissuto per un anno intero a Gerusalemme.
Il dono della regola ha avuto un’autorevole conferma con la professione monastica di don Giorgio, il 24 novembre 1987, nelle mani del patriarca Marco. Da allora, per sottolineare il pieno inserimento della famiglia nella Chiesa diocesana, la liturgia della professione è sempre presieduta dal vescovo. La regola e gli statuti sono stati approvati dal patriarca Marco Cè il 29 aprile 1993, festa di Santa Caterina da Siena.
Il card. Angelo Scola, il 25 marzo 2004, solennità dell'Annunciazione del Signore, con decreto patriarcale, ha riconosciuto la comunità come "Associazione pubblica di fedeli".

 

 

2. Una comunità, una terra

La Comunità è conosciuta come Comunità di Marango, dal nome della località dove essa è sorta. Ha anche un nome più impegnativo: Piccola Famiglia della Risurrezione”.
Piccola: secondo quanto dice Gesù nel Vangelo di Luca: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno» (Lc 12,32). Non si deve aver paura di essere piccoli, poveri.
Famiglia: secondo quanto viene espresso nella prima Preghiera eucaristica , dove si legge: «Accetta con benevolenza, o Signore, l’offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia». Con il battesimo si diventa familiari di Dio e concittadini dei santi. Unita all’offerta di Cristo, tutta la Chiesa è un’offerta santa, gradita a Dio, e partecipa pienamente della sua vita.
della Risurrezione: la Pasqua è il compimento del mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, la sua più piena realizzazione. Dà gioia sentirsi saldamente afferrati dal Signore risorto, strappati dall’oscurità degli inferi e portati con la forza dell’amore al cuore del mistero trinitario.

 

3. Non solo monaci

La Comunità, che è composta da fratelli e sorelle, si propone semplicemente «una vita in comune, da cristiani» (Bonhoeffer). Fa riferimento alla grande tradizione monastica, orientale e occidentale, ma trova maggiormente la sua fonte e la sua ispirazione nei testi biblici che parlano della Chiesa delle origini.
Sorge a Marango, nella campagna di Caorle, alla periferia orientale della diocesi di Venezia, in una terra strappata solo da pochi decenni dalla palude. E’ una terra di bonifica, dove la memoria di un pane guadagnato con un duro lavoro è ancora molto viva. E’ una terra che “non ha apparenza né bellezza” per chi vi passa in fretta, ma che rivela ricchezze straordinarie per chi la abita con perseverante amore. E’ una terra che non è stata scelta, ma che è stata data lungo il sentiero dell’obbedienza, come la terra delle promesse di Dio. E’ una terra feconda dove scorre «latte e miele», ma che si presenta talvolta anche come una terra «deserta e vuota», che attende una Parola creatrice che la ridesti e le dia vita.
Il lavoro, lo stile di vita, la fedeltà alla quotidianità, propria della gente dei campi, relazioni segnate dalla solidarietà e dalla sobria amicizia, hanno aiutato la comunità monastica a mettere radici in questa terra.
Assieme ai fratelli e alle sorelle della comunità vivono altre persone, accolte nel corso degli anni a motivo della loro fragilità e piccolezza. Sono una grande risorsa e un grande dono. Papa Francesco scrive che «esiste un vincolo inseparabile tra la fede e i poveri» (EG,48). Un grande monaco, Thomas Merton, diceva che «la chiave dell’esistenza è offerta all’uomo proprio fra le cose senza storia e senza dramma: lavoro, fame, povertà, solitudine, ciò che realmente si chiama “vita comune”». Così i fratelli e le sorelle non sono insieme per “fare” qualcosa, ma semplicemente per “essere”. E’ questa vita di fraternità cristiana, di semplice accoglienza, di inclusione sociale dei poveri, che testimonia e annuncia la novità del Vangelo.
Le famiglie che frequentano la Comunità e che formano assieme ad essa, nell’Eucaristia domenicale, “una famiglia di famiglie”, hanno uno spazio settimanale di preghiera nelle loro case, in piccoli gruppi. Si può anche dire che le famiglie sono allora un altro volto del cammino spirituale dell’intera comunità, in un intreccio fecondo di storie condivise.

 

4. Monaci della diocesi

Il sette febbraio del 2017 il vescovo ha affidato ai monaci, e alle famiglie della Comunità, la responsabilità pastorale di una faticosa periferia rurale, costituita da tre località: Marango, San Gaetano e Ottava Presa. Si tratta di custodire la fede e l’amore nella porzione del popolo di Dio che abita questo territorio, e di annunciare la gioia del Vangelo a quanti non lo conoscono ancora. Non si è trattato di abbandonare il carisma monastico, ma di viverlo in modo ancora più determinato e radicale, come già si era espresso il patriarca Scola nella sua visita pastorale alla comunità: «Prima “essere monaci” e, poi, “della Diocesi”. Quindi, realmente, radicando continuamente il carisma dentro il tessuto della nostra realtà e dei nostri rapporti, senza abbandonarlo per entrare in altre dimensioni. Non passare mai dal carisma monastico al carisma pastorale diretto; e anche nell’assumere servizi che aiutano la pastorale, domandarsi rigorosamente se questo stia rispettando il vostro carisma monastico» (15 ottobre 2005). 

 

5. L'accoglienza

La Comunità pratica largamente l’accoglienza. Il ministero dell’accoglienza, vissuto nella più assoluta gratuità e nell’assenza di giudizio nei confronti delle persone che bussano alla porta del monastero, diventa anche annuncio e profezia che un altro mondo è possibile. Un mondo dove l’altro non è un nemico da combattere, una minaccia per la sicurezza, un estraneo che deve rimanere lontano, ma un fratello con il quale poter condividere un tratto di strada.
In monastero vengono accolte persone e gruppi che chiedono un accompagnamento spirituale, un ritiro, un approfondimento della Parola di Dio, o desiderano partecipare alla preghiera e alla vita dei monaci.
Alla Comunità piace anche ricordare il dono ricevuto attraverso l’accoglienza di persone con malattie psichiche, stranieri, pentiti di mafia ed ex ergastolani. Anche ladri e prostitute. I monaci hanno scritto: «Se siete persone pie, state lontano da qui, perché questo luogo è poco raccomandabile, non è certo tra i migliori. Se cercate luoghi edificanti, dove risuonano solo canti polifonici o antiche melodie gregoriane, andate altrove». 

 

6. Lo scopo

Lo scopo della Comunità è indicato dalla “Piccola Regola”, dagli Statuti e dagli scritti di quattro santi: Ignazio di Antiochia, Benedetto, Francesco, Teresa di Gesù bambino.
Può essere riassunto in tre punti fondamentali:
- lo sviluppo coerente e continuo della vita battesimale, sino alla sequela pura e totale del Cristo.
- la lode della gloria della Trinità Santissima, Padre, Figlio e Spirito Santo, e l’attesa vigilante e amorosa del ritorno del Signore Gesù.
- l’intercessione incessante per la Chiesa di Venezia, per tutta la Chiesa, per tutti gli uomini, specialmente per i più piccoli e i più miseri, per quelli che ancora non conoscono Gesù.

 

7. L'ispirazione

Sono due le idee di fondo che hanno ispirato questo nuovo cammino nella Chiesa.
La prima è la riscoperta della Chiesa come “mistero”. Essa nasce infatti dalla Pasqua di Cristo, si rigenera continuamente nell’ascolto della Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia, attraverso l’opera creatrice dello Spirito Santo; si rende visibile al mondo attraverso i segni della comunione fraterna e dell’amore verso tutti.
La seconda idea di fondo è la presa di coscienza del “mondo” come realtà umana in cui la Chiesa è chiamata a stare, nella comune appartenenza alla realtà umana, ma anche come seme e lievito, fino alla piena manifestazione del Regno.
Questa duplice consapevolezza ha condotto la comunità ad affermare innanzitutto il primato dell’Evangelo, letto nel grembo fecondo della Chiesa e in compagnia della vita e della testimonianza dei santi e dei martiri. Conseguentemente questo primato del Vangelo ha orientato la comunità a privilegiare i poveri, come i primi destinatari della novità del Regno.

 

8. Il lavoro

La condivisione con la vita di tutti viene espressa innanzitutto con il lavoro. E’ scritto nella Regola che «il lavoro è obbedienza, prolungamento dell’Eucaristia e della Liturgia delle Ore, oggetto normale della nostra offerta: quindi preordinato, custodito e compiuto con zelo religioso; strumento regolare della nostra mortificazione, del nostro amore per le anime e del nostro annuncio abituale, da preferirsi normalmente ad ogni altra penitenza od opera di bene. Salvo ragioni di salute deve essere almeno di trentacinque ore alla settimana».
La Comunità ha scelto di lavorare per vivere, come tutti, senza dipendere da altri, o cercare forme di assistenza che si discostano dalla normalità della vita delle persone. Provvidenza è anche la salute, le mani per lavorare, una testa per pensare, un cuore per amare. In Comunità non tutti hanno uno stipendio o un lavoro salariato, e i “piccoli” accolti in casa hanno poco o niente. La vita comune è radicale condivisione dei beni e delle risorse. Anche delle fragilità e dei limiti di ognuno.
«Lo scopo della vita religiosa è raggiungere la massima semplicità» diceva sorella Maria dell’eremo francescano del Clitunno. Accanto al lavoro, spesso umile e faticoso, questo desiderio di semplicità e di povertà evangelica si esplica nella rinuncia alla proprietà delle case; nella consegna dell’impiego del tempo; nel desiderio ardente del dono della povertà evangelica, che spoglia da ogni ricchezza materiale e intellettuale, e accomuna ai minimi e ai poveri di Gesù.

 

9. La preghiera

Accanto al lavoro la preghiera ha un primato effettivo. Essa è il respiro dell’anima, la trama feconda di tutta la giornata.
Dice un salmo che «Dio abita la lode di Israele »(Sal 22). Le porte della lode si aprono largamente verso l’esterno, verso Colui che è al di là delle cose e di noi stessi. San Benedetto afferma che «non si deve anteporre nulla alla preghiera», e così la Liturgia delle ore, vissuta come preparazione o prolungamento dell’Eucaristia, è una concreta realizzazione dell’invito a pregare incessantemente. La lode è intesa soprattutto come ascolto amorevole della Parola, che trova la sua piena epifania nell’Eucaristia della Chiesa, dove la Parola si fa Pane.
La Parola e l’Eucaristia sono i due poli, l’alfa e l’omega, entro cui si snoda tutta la vita della Comunità.

 

10. L' annuncio

La Comunità vive in mezzo agli uomini ad è a loro servizio. E’ impegnata nella edificazione della Chiesa e nell’annuncio del Regno. Desidera essere per tutti una dimora di misericordia.
Attraverso il suo stile di vita e una presenza vigilante nel territorio diventa anche voce di chi non ha voce, offrendo alle istituzioni parole e indicazioni perché si pongano con maggior decisione a fianco dei deboli e degli umiliati. Tuttavia una dimensione importante della Comunità è di rimanere forestiera, estranea, sradicata dalle logiche e dalle aspettative di questo mondo. C’è la forte attesa di un altrove.
La Comunità è come una carovana di nomadi, che sosta presso le case (parà-oikìai) per poi subito ripartire.
La chiamata alla verginità, mentre stimola insospettate energie d’amore, viene vissuta anche come de-strutturazione, come povertà dell’essere, come una ferita guarita solo da una presenza “altra”. C’è un vuoto, un’assenza, che invoca, nella carne trasfigurata e redenta, la pienezza di un “Tu”. La verginità non è forse profezia, in un mondo schiacciato sul presente e incapace di relazioni feconde? Questa attesa, questa patria sempre cercata è, ancora, affermazione dell’assoluto primato di Dio e dell’obbedienza alla sua Parola, resa sempre viva ed attuale dallo Spirito.

Quando la Comunità è giunta a Marango, così come negli altri luoghi, ha trovato delle realtà in stato di abbandono. Anche le persone si sentivano abbandonate. Si è iniziato allora, con pazienza e con notevole coraggio, a ricostruire: non solo a mettere su mattoni, ma amicizia, fiducia, collaborazione, gioia, bellezza. I monaci si sono lasciati ispirare dalle parole profetiche di un grande monaco: «Dio è il primato della bellezza. Senza bellezza è impossibile vivere. Solo la bellezza può ingentilire anche l’animo più cupo e più restìo; mentre il brutto continuerà a incattivirlo. Conventi brutti è un non senso; chiese brutte, liturgie brutte e squallide, come le nostre, è la fine. Ogni civiltà del brutto è una catastrofe. E questa, la nostra, è la più brutta di tutte le civiltà. Almeno,dunque, i monasteri siano oasi dove Dio continui a creare le cose più necessarie: la poesia, la musica, il canto» (David Maria Turoldo).
Anche i monaci di Marango, con amore e gioia, si sono messi a camminare su questo esile sentiero di speranza, innamorati dalla Bellezza.

 

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