Scegliere le parole che fanno vivere

Briciole dalla mensa - 21° Domenica T.O. (anno B) - 26 agosto 2018

 

LETTURE

Gs 24,1-2.15-17.18   Sal 33   Ef 5,21-32   Gv 6,60-6

 

COMMENTO

Scegliete chi volete servire (prima Lettura), chi volete ascoltare e seguire (Vangelo)! La parola di Dio di questa domenica è un forte appello alle coscienze: ciascuno deve prendersi la responsabilità di chi vuole scegliere come riferimento per la propria vita. La fede non può essere qualcosa di scontato. Già i rabbini dicevano: «Chi crede oggi perché ha creduto ieri, il peggior delinquente è meglio di lui». La fede è sempre una nuova scelta quotidiana: «Ora comincio...» (Sal 77,11 LXX), come avviene nell'amore. Si tratta di una scelta assolutamente libera, perché Dio non è vendicativo. L'uomo può prendere la via che preferisce, ma la libertà è assunzione di responsabilità. Purtroppo oggi prevale l'opposto: la libertà è intesa come non assumersi responsabilità: non mi impegno con nessuno, quindi rimango libero. Per la Bibbia, invece, è veramente libero colui che ha fatto una scelta, si è impegnato e si è coinvolto, continuando a percorrere quella strada.

 

La scelta è fra Dio o altri dei (prima Lettura), fra seguire Gesù oppure no (Vangelo). Molti discepoli decidono di non seguire più il Maestro di Nazaret perché «la sua parola è dura. Chi può ascoltarla!». Gesù ha presentato l'offerta della sua carne da mangiare. È «duro» accettare un Dio che si spende in maniera così scandalosa a favore dell'uomo: senza riserve. È imbarazzante un Dio così senza dignità, senza rispetto di se stesso. Se Dio fosse riflesso delle perfezioni che l'uomo cerca (come dicevano i filosofi dell’ateismo), allora dovrebbe avere l'immagine della potenza, della perfezione, della superiorità e del distacco da tutto il resto. Invece, il Dio di Gesù Cristo è Dio vero proprio perché non è la proiezione delle idee di grandezza dell'uomo, ma è un Dio che ci sorprende per l'ostinata scelta di coinvolgersi con l'uomo, piccolo e povero, fino ad essere come lui, fino a prendere il suo posto di povero, come avviene in Gesù, il Figlio di Dio, sulla croce.

 

«È lo Spirito che dà la vita». Solo attraverso l'abitazione e l'azione dello Spirito Santo in noi possiamo cogliere lo scandalo di un Dio così appassionato dell'uomo. La via a cui lo Spirito ci conduce è la via della piccolezza: «Padre, hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25); è l'unica via che rivela Gesù Cristo: «Pietro, né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (Mt 16,17); via che inizia accogliendo la propria piccolezza (cfr. 1Cor 1,26-29). Del resto Gesù dice: «Le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita»; non sono «parole dure», sono parole da accogliere credendo che esse parlano al profondo della nostra umanità («spirito») e che stimolano le cose belle dell'uomo («vita»).
«Nessuno può venire a me se non gli è concesso dal Padre»: la fede non è una nostra capacità un nostro merito: la fede è dono di Dio (letteralmente dice: «Se non gli è donato dal Padre»). La fede è donata a tutti: basta accoglierla come dono, e quindi lasciarla agire in noi come qualcosa che non viene da noi, che non dipende dalla nostra capacità, ma dalla nostra disponibilità alla gratuità divina.

 

Il racconto della conclusione del lungo discorso di Gesù e del dibattito suscitato non ha pudori nel descrivere la situazione: «Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con Lui»: cessa la sequela, si concretizza il fallimento della missione di Gesù, proprio quando la sua rivelazione e il suo dono si fanno più pieni. Si ripete il dramma del giardino dell'Eden: l'uomo rifiuta la relazione con Dio e sceglie la via della sua autonomia che guarda solo a se stesso, ponendosi al centro di tutto.
Gesù non si fa prendere dallo scoraggiamento né, dall'altra parte, assume l'atteggiamento accusatorio e recriminatorio verso coloro che lo stanno abbandonando. Semplicemente si rivolge ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Questa situazione di fallimento del Maestro diventa una prova per la loro chiamata. La vocazione non si verifica nelle situazioni di facile entusiasmo, ma nelle prove patite, quando vengono meno le ragioni umane e possono resistere solo le ragioni del cuore: «Perché continuare a credere? Perché non ne posso fare a meno». La reazione di Pietro, a nome anche degli altri Apostoli, è una testimonianza spontanea che aiuta la nostra fede: «Signore, da chi andremo? Tu hai le parole di vita...». E’ ciò che essi hanno sperimentato stando con Gesù: le sue parole rendono veramente viva la vita; da nessun altro hanno mai ascoltato parole come queste. Parole che, nel Vangelo di Giovanni, hanno dato gioia a un banchetto nuziale (le nozze di Cana), hanno mostrato il corpo umano di Gesù come vero tempio in cui incontrare Dio, hanno indicato a Nicodemo la via dello Spirito ad accogliere Dio nel dono d'amore di suo Figlio, hanno cercato la relazione e condotto alla fede la donna samaritana dai cinque mariti, eccetera. Noi dobbiamo semplicemente seguire la stessa via dei Dodici: sperimentare come la parola di Dio, che è Gesù Cristo, incontri e parli a tutte le situazioni umane, rendendole luoghi per l'incontro con il Signore. Una Parola, quindi, che è sempre buona, perché cerca il buono in ogni persona, perché offre il buono che è Dio. È proprio l'opposto di oggi, quando la parola è spesso usata contro l'altro: per accusare, per criticare, per denigrare. Seguire, quindi, la via delle parole buone è una via che può farci trovare squalificati dagli altri e soli, come è capitato a Gesù, ma è l'unica via per vivere e far vivere, invece di far morire con le proprie parole.

 

Alberto Vianello

 

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