Le Scritture fanno risorgere la nostra fede

Briciole dalla mensa - Pasqua di Risurrezione - 1 aprile 2018

 

LETTURE

At 10,34a.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9

 

COMMENTO

«Pasqua» significa «passaggio»: dell'angelo che passa oltre le case degli ebrei e colpisce quelle degli egiziani e così determina la liberazione del popolo del Signore dalla schiavitù. In Gesù Cristo, la «Pasqua» diventa la liberazione dell'uomo dal peccato: il «passaggio» dalla morte alla risurrezione, avvenuto nel corpo umano del Figlio di Dio. Si tratta del grande mistero della nostra fede cristiana: la liberazione dalla morte, la salvezza per tutti. Di fronte a qualcosa di così grande, io non so dire delle parole: cerco di mettere fedeltà all'ascolto della Parola di risurrezione.
I Vangeli non ci raccontano il momento della risurrezione. Non avrebbero potuto farlo perché è un avvenimento che supera la storia e quindi non può essere visto e raccontato da alcuna persona come fosse un qualsiasi altro fatto, pur eccezionale. I Vangeli ci raccontano, invece, la scoperta della tomba vuota e poi le apparizioni del Risorto, le quali, però, sono incentrate sui suoi gesti e sulle sue parole che avviano la comunità di credenti in Lui, piuttosto che soffermarsi sul suo "modo" di essere come risorto.

 

Dunque, il giorno di Pasqua, contempliamo "semplicemente" Maria di Magdala, Pietro e l'altro discepolo che scoprono una tomba vuota, e quel discepolo che si apre alla fede, non grazie alla mancanza del corpo di Gesù, ma grazie alla presenza delle Scritture, a cui si sente rinviato.
Maria «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro»: non per permettere al corpo del Risorto di uscirne, perché non ne aveva bisogno in quanto il Vangelo di Giovanni dice che era in grado di entrare in luoghi rigorosamente chiusi (cfr. Gv 20,19.26). La pietra è tolta perché l'uomo scopra la tomba vuota e non ricerchi più il Signore nei luoghi della morte, ma per le strade della vita.
Tante volte le persone preferiscono stare "tranquille" guardando alla certezza della morte, piuttosto che rischiare l'insicurezza della risurrezione. Il male del mondo e il dolore dell'uomo li vediamo e tocchiamo ogni giorno: basta non chiudere gli occhi e il cuore. Ma rischiamo di rimanere inchiodati davanti a questa situazione: quel dolore deve invece aprirci alla speranza. Non è possibile che sia il tutto, che sia la situazione definitiva; come la morte non è il tutto, non è la parola definitiva. Bisogna entrare nel sepolcro, attraversare e vivere la morte - la resurrezione, infatti, non è una fuga in avanti, per evitare il male e la finitudine umana -, ma bisogna poi uscire dalla tomba attraverso un esile ma efficace spiraglio di luce dentro ancora a una situazione di molto buio: Gesù Cristo è risorto da morte!
Le persone che si trovano più in difficoltà come le vittime della guerra, i profughi, i poveri sono quelle che sperano di più la vita, rispetto a noi che, nella nostra opulenza, ci priviamo dell'apertura a qualcosa che vada oltre noi e il nostro limite.

 

Quando Maria di Magdala scopre la tomba vuota pensa a un trafugamento del corpo di Gesù: c'è ancora una profonda incomprensione dell'evento. Essa ha un rapporto molto forte con Gesù: un rapporto affettivo, umanissimo. Ma questo non è sufficiente per aprirsi al mistero, perché la dimensione affettiva non è il tutto nella fede. L'amore di Maria "costringerà" Gesù a farsi vedere e toccare da lei come Risorto, ma poi Gesù dirà: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). È necessario, allora, «vedere» (cioè avere fede) il Risorto con gli occhi delle Scritture.
C'è grande insistenza, nel racconto, sul «vedere»: Maria vede la tomba vuota, il discepolo vede i teli quando arriva al sepolcro, ma non entra per lasciare rispettosamente la precedenza a Pietro per il suo primato fra i Dodici, poi è Pietro che, entrato, vede l'intera scena della tomba vuota, e, infine, è l'altro discepolo che «entrò e vide e credette». Non è detto che cosa vide, perché è proprio ciò che non vede, Colui che è assente, che lo rinvia ad un modo infinitamente più grande di presenza. Finché riduciamo il Signore alle nostre attese, non riusciremo mai ad aprirci alla fede nella risurrezione: dobbiamo attendere da Lui ben altro e ben oltre noi stessi e i nostri modi di sentire e di vedere. Siamo chiamati a riconoscere qualche cosa che non è al di fuori di noi, ma che si trova in una profondità di noi che fatichiamo tanto a cogliere da sembrarci che non ci appartenga. In effetti, noi apparteniamo già alla risurrezione: con la vita donata da Dio e con il Battesimo portiamo già dentro di noi il Dna, per così dire, della risurrezione. La seconda Lettura, in questo senso, dice che «la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio»: per riconoscere la nostra più autentica identità dobbiamo allora guardare non a noi stessi, ma a Cristo, solo guardando Lui riconosciamo veramente chi siamo noi, la nostra persona e quella degli altri.

 

Così, il discepolo che Gesù amava vede morire tutte le sue attese dentro la tomba vuota di Gesù, e allora può far vivere una nuova e inaspettata attesa. Per il salto della fede, per veder nascere una nuova vita nel luogo della morte, è necessario credere alla testimonianza delle Scritture. Esse sono lo sguardo vero di fede con cui aprirsi con speranza al Signore Gesù, comprendendo l’evento della sua Pasqua e la sua efficacia nella vita dell'umanità.
Le Scritture sono uno sguardo "nuovo" su Gesù Cristo perché sono, globalmente, la narrazione della storia di Dio con l'uomo: il suo progetto di tornare a intrattenersi con Adamo, come faceva nel giardino dell'Eden. Di fronte a tutti i tradimenti dell'uomo, Dio opera sempre per recuperarlo alla relazione con Lui: la Pasqua di Gesù è lo sposalizio finale e definitivo di Dio con l'uomo, e più si fa tragico il male dell'umanità, più il Signore la lega a sé con l'amore.
Se ascoltiamo le Scritture scopriamo davvero uno sguardo vertiginoso e "pazzesco" sulla verità di Cristo, per la fede nella risurrezione.

 

Alberto Vianello

 

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