La vocazione profetica della Chiesa

Briciole dalla mensa - 15° Domenica T.O. (anno B) - 8 luglio 2018

 

LETTURE

Am 7,12-15   Sal 84   Ef 1,3-14   Mc 6,7-13

 

COMMENTO

Al profeta Amos viene vietato di compiere la sua missione a Betel perché «è il santuario del re e il tempio del regno». Il santuario e il tempio, luogo d'incontro dell'uomo con Dio, sono diventati strumenti al servizio «del re e del regno». È impressionante: la religione, il culto, la fede sono sottomessi al potere politico. Per questa ragione probabilmente il profeta viene mandato via: egli denunciava tale iniquità.
Anche noi, oggi, credo che avremmo bisogno di qualche voce autorevole che faccia risuonare la schiettezza della parola di Dio. Perché stiamo assistendolo a un'impudica strumentalizzazione e falsificazione dei segni della nostra fede: come il Vangelo, la croce, il rosario. Per crearsi un consenso, certi uomini politici ne fanno pubblica ostentazione per far credere di essere cristiani e per affermare che in nome della civiltà cristiana combattono contro l'inciviltà: rifiutano il diritto ad uno spazio dove poter vivere a chi viene da altre regioni, a chi ha un’altra cultura, a chi appartiene ad altra religione. Si tratta della distorsione più completa della nostra fede. Perché Gesù (il Gesù del Vangelo, della croce e del rosario) ha, invece, affermato che ogni uomo è abitazione di Dio. Perciò chi non rispetta e non promuove l'uomo, soprattutto il povero, profana Dio stesso. Se non viene detta oggi una parola chiara di denuncia di tale falsità, molte persone continueranno ad andare a Messa, a dire le preghiere e contemporaneamente ad essere razziste, come niente fosse.

 

La risposta del profeta Amos è chiara e per nulla ossequiosa riguardo a una tale profanazione della fede. Egli dichiara che la missione l’ha ricevuta da Dio. Amos è un semplice pastore: né lui né la sua famiglia avevano mai avuto nulla a che fare con il movimento del profetismo. È stato unicamente il Signore a chiamarlo e a inviarlo in missione: «Il Signore mi prese, mi chiamò... Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo». Qui sta l'autorità della parola di denuncia che egli rivolge a Betel. Affermando di aver ricevuto la vocazione da Dio, Amos si fa trasparenza della sua Parola. Le sue prese di posizione non vengono da un suo modo di vedere le cose, egli non esprime un suo sentire, ma la sua originaria distanza rispetto al ministero che sta svolgendo di porta-Parola diventa criterio di autenticità divina delle sue parole. Egli non ricerca interessi personali attraverso la religione, come fanno i sacerdoti di Betel, ma è stato unicamente preso dal Signore e si fa tramite degli "interessi" del Signore: il santuario è di Dio, per incontrarvi l'uomo, e non uno strumento del nazionalismo imperante del potere.

 

Nel brano del Vangelo, sono in Dodici a ricevere la missione da Gesù. Nel Vangelo di Giovanni lo stesso Gesù è molto chiaro: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate» (Gv 15,16). Ogni vocazione (e il Battesimo è la vera vocazione di tutti) non dipende da un modo di sentire umano, da un'idea che matura riguardo alla propria vita, da una scelta fatta guardando ad altre persone... La vocazione è Dio che sceglie l'uomo e lo chiama al servizio del suo Regno. Poi Dio si può servire anche della sensibilità e delle inclinazioni delle persone, ma il vero "motivo" è la sua libera scelta dell'uomo: non è lui ad essere fatto per la missione, ma è Dio che, attraverso la chiamata, lo fa per la missione. Bisogna avere la coscienza di fede di questa prevenienza divina nella vocazione. Perché così si può essere testimoni autentici del Signore, soprattutto quando si incontrano opposizioni. La Chiesa è profetica se non si fa chiudere la bocca, perché sa che quello che è chiamata a testimoniare non viene da una sua visione delle cose, ma nasce dalla chiamata del Signore: eravamo tutti ignari mandriani, come Amos, ma Dio ci manda al mondo, per questo «non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20).

 

Le caratteristiche del missionario e della sua missione, nel brano evangelico, possono essere allora lette attraverso la chiave di lettura della necessità di essere trasparenza della vocazione ricevuta. Gesù invia i Dodici «a due a due»: è un piccolo nucleo di comunità. La prima testimonianza del Signore sta nel fare famiglia; perché il Vangelo è annuncio di un mondo nuovo, dove tutti gli uomini sperimentano di essere uniti fra di loro dal Signore.
Ricevono poi «il potere sugli spiriti impuri». Il bene del Signore che i missionari portano deve avere una prima evidenza: far arretrare il male, nelle sue varie forme.
Il missionario deve poi essere radicalmente povero. Perché è inviato prima di tutto ai poveri: per aiutarli attraverso l'effettiva solidarietà; come ha fatto Gesù: «Da ricco che era si è fatto povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).
Gesù invita poi a farsi accogliere nelle case. Significa una condivisione di vita a partire da una condizione di debolezza, non di superiorità. Nel caso di mancanza di accoglienza, «andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». La parola di Dio ci invita a non rimanere indifferenti dinanzi al rifiuto dell'accoglienza, sperimentata direttamente o vista negli altri. E’ necessaria una totale presa di distanza dalla non accoglienza: come denuncia e come non compromissione. Ma tutto ciò non deve essere "contro" ma «a testimonianza per loro»: accolgano o non accolgano. Il missionario non ha dei nemici in chi rifiuta, ma si trova nell'esigenza di una denuncia senza compromessi, però il suo atteggiamento deve rimanere di edificazione e a favore, mai contro qualcuno.
Marco termina il racconto accennando alla missione in atto: «Partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni...». Nel Vangelo non leggiamo dei princìpi della vocazione, ma viviamo l'esperienza dei primi inviati, per continuare noi la missione oggi.

 

Alberto Vianello

 

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