La morte fa sbocciare la vita

Briciole dalla mensa - 5° Domenica di Quaresima (anno B) - 18 marzo 2018

 

LETTURE

Ger 31,31-34   Sal 50   Eb 5,7-9   Gv 12,20-33

 

COMMENTO

Per spiegare il suo destino di morte e resurrezione, Gesù ricorre al paragone del seme: «Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto». Vorrei provare a rimanere dentro questa immagine per cogliere un po' la portata delle parole di Gesù.
Il seme si lascia "contaminare" dall'ambiente in cui è posto: la terra. Essa ne provoca la morte, ma fornisce, insieme, gli elementi necessari alla piantina, nata dal seme, perché possa vivere e crescere. Così Gesù sin dall'inizio della sua attività ha sempre più consegnato la sua vita all'ambiente in cui viveva, lasciandosi provocare dalla ricerca delle persone e rivelando e donando se stesso alle donne e gli uomini che incontrava. Si tratta di un vero dono e una vera consegna di sé, senza alcuna riserva o difesa. Questo è stato il modo in cui il seme si è lasciato morire nella terra. Quindi la sua morte sulla croce non è stata che il punto estremo di tale consegna della propria vita nelle mani dell'uomo, non tanto come sacrificio, ma soprattutto come offerta di sé, perché ne potesse nascere nuova vita. Dunque è stato il mondo, con il suo bisogno di salvezza, la vera vocazione di Gesù. Lui si è lasciato interpellare dalla condizione dell'uomo, che condivideva, e ne ha fatto il luogo abitato dall'amore di Dio, attraverso la sua vita di Figlio di Dio, fino a raggiungere le condizioni più perdute, come quelle dei crocifissi. Dalla consegna a tale "terra" è nata la fecondità di una moltiplicata esistenza: l'umanità salvata.

 

Un altro elemento dell'immagine del seme caduto in terra sta nell'opposizione fra «rimanere solo» (del seme che non si lascia morire) e il «portare molto frutto», cioè nel produrre, attraverso la consegna alla terra, la pianta matura con altri semi. Dunque la logica è quella di moltiplicare le vite attraverso il dono della propria vita. Sembra che lo scopo sia che Dio non si senta da solo, ma voglia salvare gli uomini per tornare a vivere con loro come viveva in compagnia del primo uomo, quando si trovava a passeggiare per l’Eden insieme ad Adamo. Dio ama stare con l'uomo, sua piccola e fragile creatura, ma tanto amata.
Se considerassimo di più questa "vocazione" dell'uomo, insisteremmo di meno sulla figura di un Dio che ci attende alla fine della vita come un giudice imparziale e implacabile.

 

Se Dio "trova se stesso" stando in compagnia degli uomini, tanto più l'uomo troverà pienezza di esperienza di vita nelle relazioni personali. «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna». «Perdere e odiare la propria vita» nel linguaggio della Bibbia, significa non farne il fine assoluto. Significa ritrovare se stessi e la realizzazione della propria umanità nella relazione con gli altri, che comporta una necessaria uscita da sé, ma per realizzarsi nei rapporti di amore, amicizia, fraternità, accoglienza.
Al contrario, l'uomo finisce per perdersi quando insiste nel cercare prima se stesso, il proprio benessere, le condizioni per realizzare innanzitutto la propria vita, in un isolamento dagli altri provocato da tale ripiegamento su di sé.
Questa sembra diventare la legge che muove l'uomo di oggi. A livello di Paesi (ricchi), di società (già avanzate), di gruppi (già privilegiati), di persone: prima ci si occupa di sé e dei propri vantaggi, che gli altri devono rispettare; mentre, per loro, ci sono semmai le briciole.
Di fronte a ciò, come cristiani non possiamo rimanere a guardare. Dobbiamo vivere in mezzo questa mondanità come «stranieri, dispersi» (1Pt 1,1), perché non ci possiamo trovare la nostra cittadinanza. Poi dobbiamo diventare più radicali nel cercare di perdere la propria vita spendendola per gli altri, per scoprirvi tutto il valore di eternità che i gesti di generosità e di comunione hanno, anche se vengono considerati stolti da questa mondanità dell’«io».

 

Gesù parla poi del «servire»: significa donare se stessi per amore. È lo spirito con cui Gesù ha vissuto tutta la sua vita, uno stile con il quale egli ha realizzato la sua umanità, tanto che anche la peggiore delle morti, la croce, è diventata fonte di vita, in quanto quel corpo crocifisso aveva saputo ritrovarsi nel donarsi agli altri.
Perciò, per fare della propria vita un servizio, basta guardare a Gesù, seguirlo e imitarlo. Il Vangelo non è un manuale di regole di comportamento per un nobile impegno nel servizio. Il Vangelo è l'umanità del Figlio di Dio, che ci deve affascinare e attirare. La lettura del Vangelo ci deve portare ad esclamare: «Che bello vivere così la propria vita umana!». Da tale esperienza può nascere uno stile autentico di servizio: che non sia vuoto attivismo, che non sia ricerca di meriti davanti a Dio, ma che sia mezzo di incontro autentico fra umanità, assumendone anche le fatiche.

 

Donare la propria vita può anche costare molto. Gesù lo sa bene, perché sta per vivere la sua passione e crocifissione. È, perciò, molto preso: «Adesso l'anima mia è turbata». Amare e attendere la vita oltre la morte non tolgono l'angoscia davanti alla sofferenza e alla morte. La fede deve invece portarci a scoprire la presenza e la vicinanza del Padre all'uomo così provato. E’ quello che sperimenta Gesù. Una vicinanza del Padre che dimostra come Egli si riconosca pienamente in quel Figlio che perde tutto se stesso sperimentando il limite umano. È un Padre che arriva ad amare proprio l'infinita fragilità dell'umanità del Figlio. Una fragilità voluta, per Gesù, dagli uomini, non da Dio.
Chinandosi così sulla sofferenza di Gesù, il Padre si china sulla sofferenza di tutti gli uomini. «Glorificare il nome» significa, infatti, rendere sperimentabile la realtà di Dio. Questo avviene proprio nella crocifissione e morte di Gesù; lì vediamo Dio, perché vediamo tutto il suo amore: nella carne del suo Figlio che ci è donata e nel Padre che corona tale dono facendo risorgere quella umanità che si è donata.

 

Alberto Vianello

 

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