La famiglia dei popoli

Briciole dalla mensa - Festa della Santa Famiglia (anno B) - 31 dicembre 2017

 

LETTURE

Gen 15,1-6; 21,1-3   Sal 104   Eb 11,8.11-12.17-19   Lc 2,22-40

 

COMMENTO

Le letture della festa della Santa Famiglia ci parlano, innanzitutto, della grande discendenza di Abramo, realizzazione della promessa di Dio a cui Abramo ha creduto: «Da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare» (Eb 11,12). È quello che si è realizzato nelle tre grandi religioni occidentali, che riconoscono in Abramo il proprio padre: l'Ebraismo, il Cristianesimo e l'Islam. Ciò significa che tutti insieme formiamo un'unica grande famiglia: opera della gratuità e benevolenza di Dio verso Abramo.
I veri credenti devono sempre più acquisire tale coscienza di fede: innanzitutto rispettando i fedeli delle altre religioni, ma, più coerentemente, ricercando un possibile cammino insieme verso il Dio di Abramo, nel rispetto delle caratteristiche di ogni religione. È ciò che vuole negare il fondamentalismo; presente non solo nell'Islam, ma anche nell'Ebraismo, quando si nega agli altri il diritto della presenza e del rispetto in Terra Santa, e nel Cristianesimo, quando si vuol tornare al clima delle crociate. Non si può riconoscere veramente la propria fede se, insieme, non si riconosce l'altra fede di chi discende, come noi, da Abramo, e, in definitiva, non si riconosce la fede di tutti gli uomini, che vengono da Dio.

 

Il Vangelo ci parla della Santa Famiglia narrando la presentazione al tempio, da parte di Giuseppe e Maria, del bambino Gesù. Il Vangelo di Luca ci tiene a sottolineare che tutto viene fatto per soddisfare le prescrizioni della Legge: «Secondo la Legge di Mosé... Come prescrive la Legge del Signore... Fare ciò che la Legge prescriveva... Quando ebbero compiuto ogni cosa secondo la Legge del Signore». Fin dall'inizio della sua vita terrena, il Figlio di Dio si sottomette alla Legge. E così sarà per tutta la sua vita, perché è «venuto non ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Con profondo umiltà, Gesù osserva l'antica Legge fino alla fine, fino a darle pieno compimento sulla croce (cfr. Gv 19,28). Ora non c'è più un dettame della Legge che non sia stato osservato e messo in pratica: Gesù ha compiuto tutta la Legge, perché non solo l’ha osservata tutta nella sua vita terrena, ma, soprattutto, perché ha realizzato quella pienezza della Legge che è l'amore («Chi ama l'altro ha adempiuto la Legge», Rm 13,8). Per questo, nel suo ministero, Gesù insegnerà ad andare oltre al semplice rispetto delle norme, perché la Legge è stata fatta per l'uomo e non l'uomo per la Legge (cfr. Mc 2,27). La Legge è solo una guida per aiutare l'uomo a mettersi in ascolto di Dio e della sua volontà di salvezza per tutti: la vera Legge per l'uomo è la carne sofferente dell'altro, come insegna il buon samaritano (cfr. Lc 10,29-37).
Perciò Paolo, con estrema nitidezza, dice: «Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-5).

 

Il brano del Vangelo ci presenta allora, proprio nel momento in cui la Santa Famiglia adempie alla Legge, due persone che, per la loro lunga vita di fede, sanno riconoscere, nel bambino Gesù presentato al tempio, il Salvatore e il Redentore atteso: sono Simeone e Anna. Essi sono animati da qualcosa che supera infinitamente la Legge: lo Spirito Santo e la fedeltà di vita al Signore. Per questo sono loro, e non la Legge, il vero Israele fedele che accoglie e proclama il Messia nel bambino Gesù presentato al tempio.
Per ben tre volte si dice di Simeone che egli era animato dallo Spirito Santo ad attendere e riconoscere «il Cristo del Signore», «consolazione di Israele». Egli ha vissuto una dipendenza totale dal Signore («tuo servo»), a cui è stato fedele per tutta la vita. Per una tale adesione al Signore, la sua vita è diventata "misura" della venuta del Salvatore: «lo Spirito Santo gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore».
Anche noi, se ci lasciamo animare dallo Spirito, possiamo essere coloro che "affrettano" e riconoscono la venuta del Signore Gesù per portare la salvezza al nostro mondo. Essere, cioè, fra coloro che non si rassegnano alla deriva nella quale l'umanità si è posta, fra coloro che vedono nel futuro l'opera positiva di Dio in favore dell'uomo, ma vogliono anche che tale futuro si faccia presente. Essere, allora, fra quelli che, profeticamente, si sforzano di compiere già le opere di tale futuro: la riconciliazione, la fratellanza, la fedeltà...
Allora, come Simeone, potremo accogliere fra le nostre braccia l'umanità del Salvatore: fare esperienza della sua umanità, così uguale alla nostra, così ostensiva della vicinanza di Dio con la nostra condizione.

 

Simeone profetizza una salvezza «preparata davanti a tutti popoli». In Gesù, Dio ha fatto tutto ciò che era necessario perché la salvezza fosse in grado di operare nella storia e fosse resa disponibile agli uomini: sta a noi accoglierla e, semplicemente, lasciarla agire e trasformare il nostro mondo. Il vero peccato dell'uomo, fino ad oggi, è stato di non essersi fidato e consegnato al Signore, di aver preferito, invece, il fidarsi di se stesso. Forse, la Chiesa, nei secoli, non ha saputo presentare un volto di Dio, in Gesù Cristo, che si rivelasse il qual è: tutto a favore dell'uomo, e non un Dio che vuole umiliare e reprimere.

 

Tale salvezza, poi, è per «tutti i popoli». Il testo non usa il termine solito di «etnie», per indicare tutte le altre genti, che non godono della dignità di «popolo», la quale spetta solo alla «popolo di Dio». Qui, invece, viene dato a tutti tale dignità: non un unico popolo, né fuori di esso. Ognuno, con la propria storia, cultura, lingua, ha la dignità di popolo, e il favore di poter godere della salvezza, rimanendo se stesso. Perciò, parlare di salvezza significa parlare di riconoscimento e promozione di ogni popolo sulla terra: per ciascuno, Dio si fa «luce» che illumina la vita («Essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio», Ap 21,3).

 

La «profetessa Anna» ha saputo trasformare la vicenda sfavorevole della sua vita (rimanere vedova dopo sette anni di matrimonio) in situazione favorevole per una particolare dedizione al Signore. Tanto che il Vangelo racconta che «non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno». È tra questi piccoli e poveri che è presente l'attesa del Signore, ed è per essi che il Signore viene. L'ignorante presunzione di sapere, la superficialità, l'arroganza della propria giustizia basata sulla Legge, l'indifferenza, la ricerca delle soddisfazioni immediate rendevano (e rendono) la gente insensibile alla venuta del Signore. Siamo salvati da questi poveri, che ostinatamente restano fedeli al Signore, contro ogni ragione e conoscenza, ma unicamente appassionati dal desiderio di un mondo diverso e migliore, e aggrappati a chi è venuto a realizzarlo. Solo loro, in quanto veramente poveri, lo desiderano.

 

Alberto Vianello

 

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