L’altra umanità di Gesù

Briciole dalla mensa - 14° Domenica T.O. (anno B) - 8 luglio 2018

 

LETTURE

Ez 2,2-5   Sal 122   2Cor 12,7-10   Mc 6,1-6

 

COMMENTO

Il Vangelo di questa domenica è imbarazzante e scomodo: Gesù arriva nel suo paese, ma la gente «rimane scandalizzata» di Lui, perché non sa capire come un uomo “normale” sia anche in grado di compiere segni che stupiscono tutti. Faccio fatica ad attualizzare questo brano, perché è facile cadere in una lettura moralistica: i compaesani di Gesù come l’esempio negativo dell’incapacità ad aprirsi alla fede in Lui. Con molta delicatezza, cerco una lettura che sia più fedele al messaggio che questo episodio ci vuole trasmettere.

 

Gesù si reca nella sua «patria»: cioè nel piccolo paese dove è cresciuto ed ha lavorato fino a trent’anni, e dove vive ancora la sua parentela. Ma non si tratta di una semplice visita a casa: di sabato si mette a «insegnare nella sinagoga». Ricordiamo che Gesù, nella narrazione del Vangelo di Marco, aveva già affermato la necessità di un nuovo rapporto con la sua persona, basato sull’ascolto della parola di Dio che Egli annunciava: «Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse:”Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui è per me fratello, sorella e madre”» (Mc 3,34-35). Questo vale anche a Nazaret. E proprio nella sua patria Gesù sperimenta l’incapacità della gente a riconoscere in Lui qualcosa che superi l’essere un semplice «falegname», come era conosciuto da tutti.

 

Gli abitanti di Nazaret riconoscono in Gesù una sapienza altra e la capacità di compiere prodigi. Non negano, cioè, che sia in grado di compiere qualcosa di straordinario. Soltanto che non riescono a ricondurlo alla normalità e alla conoscenza che hanno di Lui. Conoscono la sua vita, conoscono il suo lavoro, conoscono sua madre, conoscono i suoi cugini e cugine, conoscono…In questo modo lo vogliono ridurre alla loro misura. Per questo restano scandalizzati: “E’ troppo come noi, per essere qualcosa di diverso”. E’ proprio questa conoscenza che costituisce l’ostacolo nel capire il mistero di Gesù. La pretesa di conoscere bene l’altro, di saper già tutto su di lui impedisce quell’apertura che è essenziale alla relazione. E se questo vale tra persone, vale molto di più in rapporto a Dio.
Oggi c’è un’arrogante pretesa di sapere su Dio, oppure anche di non sapere. Anche il non sapere, infatti, è una pretesa; perché tante volte si dice di far fatica a credere, ma perché si vuole ridurre Dio alle proprie misure alla propria sensibilità, che tante volte non si riscontrano nel Vangelo. All’opposto è necessario fare spazio, nella mente, nel cuore e nella vita all’altro, nel suo essere proprio “altro”. Ancor di più se è un “Altro” con la A maiuscola.

 

Gli abitanti di Nazaret sono chiamati a riconoscere che nelle parole e nei gesti di Gesù abita qualcosa di Altro da quello che essi conoscono bene. Ma questo deve avvenire riconoscendo un altro modo di Gesù di vivere la sua umanità. In Lui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9), non tanto perché fa cose straordinarie, divine, ma perché sa compiere gesti umani ispirati dalla presenza di Dio in Lui: sa dire parole di consolazione e che rivelano l’amore di Dio per l’uomo, sa prendersi cura dei poveri, sa accogliere i più emarginati…Davvero Gesù dimostra un modo diverso di vivere la nostra umanità, fatta sì di quotidianità, ma anche di attesa del Regno. Cioè si tratta di prendere coscienza di un fine che la nostra vita umana ha, quel senso del nostro esistere che è Dio stesso e la sua opera di pace e di bene per l’uomo e la sua storia. E’ tutto questo che ha portato Gesù a un cambiamento di stile di vita, nel quale il lavoro e le normali relazioni familiari e paesane non sono più state il tutto e il fine della sua esistenza: Gesù si è aperto al mondo, ricercando Dio nelle situazioni umane più disparate. Si è seduto a mensa con quelli che venivano considerati solo dei peccatori, è stato a casa anche degli uomini ricchi e importanti, ha incontrato gente di tutti i tipi e in tutti i luoghi dove poteva spostarsi, ha accarezzato i bambini, ha toccato i lebbrosi, ha parlato per strada con le donne, è stato al tempio e nel deserto…In una parola, si è fatto presenza di Dio in tutte le situazioni umane: non giudicando, cercando sempre la relazione, perché l’unica volontà di Dio è la salvezza dell’uomo.
Penso che, alla fine, sia proprio questo che scandalizza i compaesani di Gesù e li porta a rifiutarlo. Non accettano che un uomo, ispirato da Dio, testimoni uno stile diverso di vita: aperto agli altri e gratuito. Quindi un vivere libero dall’individualismo e dalla ricerca solo del proprio tornaconto.
Anche noi, oggi, non possiamo non essere di scandalo ai nostri compatrioti (o almeno a una buona fetta di loro), se ci sforziamo di ascoltare il Vangelo. Oggi si afferma un “realismo” talmente reale, cioè legato alla materialità e all’immediatezza, che finisce con l’essere senza cuore. Si guarda solo al proprio interesse attuale e ai propri diritti individuali. Il Vangelo, invece, ci apre al grande orizzonte del bene di tutta l’umanità, a partire dai più poveri. Perché siamo come un’unica grande famiglia. E, in ogni famiglia, l’impegno e le energie vanno principalmente ai più fragili di essa. Troveremo allora molti vicini di casa che si scandalizzeranno di noi, non a causa di qualche gossip, ma perché testimoniamo davanti a loro che la vita è fatta, prima di tutto, di responsabilità da assumersi in favore degli altri, soprattutto dei più bisognosi. Se la nostra testimonianza sarà semplice ma autentica, temo che saremo sempre più rifiutati, ma così saremo un po’più simili a Gesù. E sperimenteremo la sua vicinanza a noi. Lui che si è sforzato di essere vicino agli altri, e per questo è stato non compreso e anche rifiutato.

 

Alberto Vianello

 

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