Il miracolo del seme

Briciole dalla mensa - 11° Domenica T.O. (anno B) - 17 giugno 2018

 

LETTURE

Ez 17,22-24   Sal 91   2Cor 5,6-10   Mc 4,26-34

 

COMMENTO

Com'è possibile che da un seme nasca una pianta o un albero!? Per la sensibilità antica, la crescita del seme era come un miracolo. Davvero la vita ha una forza misteriosa e segreta! Proprio per questo Gesù paragona il Regno a un seme che produce frutto. E così spiazza la nostra mentalità, che riconosce il vero soltanto in ciò che è dimostrabile, consequenziale, logico.

Innanzitutto, ogni parabola che ha come soggetto un seme ci richiama alla dimensione della piccolezza e della semina. È un po' come la situazione attuale della Chiesa. Il frangente storico sociale si è incaricato di condurre le comunità cristiane a una dimensione di fortissima minorità, rispetto al mondo in cui viviamo. La fede che Gesù ci ha mostrato deve portarci, allora, a riconoscersi come seme: piccolo, ma pieno di vita. Ciò che deve fare il seme è lasciarsi seminare e morire nella terra, che è il mondo.

Ma c'è chi, nella Chiesa, preferisce rifugiarsi in vecchie forme religiose, attraverso le quali può trovare un certo appagamento in quanto forniscono una identità "sacrale", ma staccata e, spesso, contraria al mondo. Perciò, chi si fa paladino di queste tradizioni, vuole rendere la Chiesa come un seme tenuto dentro una scatola: si preserva, ma non produce vita. Essere seminato nella terra del mondo, invece, vuol dire lasciare perdere le forme religiose che sono passate, che non parlano più all'uomo di oggi, e, all'opposto, avere il coraggio e l'amore di entrare in dialogo di vita con gli uomini e le donne che incontriamo ogni giorno. Un dialogo che, innanzitutto, non vuole proporre la fede, come si fa con i prodotti da vendere, ma che vuole vivere una comune ricerca dei valori e delle esperienze umane che danno veramente senso alla nostra esistenza. E noi, in questa ricerca, abbiamo un sicuro riferimento: Gesù Cristo.

 

Dopo la piccolezza, Gesù ci propone la forza di crescita del seme come "segreto" del Regno, cioè della sua signoria d'amore sulla storia. Dopo che il contadino ha seminato, «dorma o vegli, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa». Il seme ha in se stesso una straordinaria forza di vita: interiore e autonoma. Questo implica che la Chiesa non sia chiamata a "costruire" il Regno. La Chiesa deve riconoscere come in ogni realtà umana Dio abbia posto una forza incredibile di crescita: di amore, di pace, di riconciliazione, di cura... Un seme che vuole soltanto crescere: vuol essere se stesso nel suo sviluppo. Non possiamo perderci in lamentele e in preoccupazioni per un mondo che si è inselvatichito. Dobbiamo, invece, credere alla forza inarrestabile di ogni seme di bene, per quanto piccolo e minoritario esso sia.

 

Non avevo mai notato che, dopo aver detto che il seme cresce da sé, il testo afferma: «Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi...». Il soggetto dovrebbe essere il seme: invece scompare, e si dice che è la «terra» che «porta frutto». Perché, in effetti, è la terra che permette al seme di diventare pianta. Il bene, il buono, l'amore rimangono valori astratti se non ci sono donne e uomini che li praticano. Non esiste l'amore: esistono le persone che amano; cioè che assumono (da Dio) questa dinamica e le danno corpo. La «spontaneità» della crescita è questa. Non è qualcosa che va da sé: avviene, invece, nello scambio dei doni di Dio (che entrano nel mondo per consegnarsi, come il seme nel terreno) e la realtà dell'uomo, che si rende disponibile alla crescita di vita del seme.

Oggi molti "cristiani" appaiono rinunciatari. Dicono che i valori come la fraternità, l'accoglienza, il dialogo, l'apertura non sono praticabili nella realtà di questo mondo: oggi si dovrebbe praticare la difesa, la prudenza, la protezione, la presa di distanza. Questi sono "cristiani" che non permettono al seme di crescere, sono un terreno che non porta frutto. Invece, Gesù ha creduto alla fraternità anche quando un amico intimo lo tradiva, ha praticato la pace anche quando subiva violenza, è stato solidale con gli ultimi anche se poteva mostrare di essere al di sopra di tutti, ha disarmato la difesa anche quando gli hanno puntato contro le armi, ha praticato il perdono anche verso quelli che lo mettevano a morte, ha creduto nell'uomo anche quando tutti lo rifiutavano, ha amato anche (e soprattutto) quando l'odiavano... In questo modo ha permesso al seme della fraternità, della pace, della solidarietà ecc. di diventare storia. Mentre, non si edificherà mai una nuova storia con delle virtù più "pratiche" e meno compromettenti rispetto alla mentalità corrente.

 

L'altra parabola di Gesù che la liturgia ci offre questa domenica è quella del granello di senape. Teniamo conto che l'accento del racconto non cade tanto sulla piccolezza del seme, anche se «è il più piccolo di tutti i semi»; quanto sull'effetto miracoloso che esso produce, «quando viene seminato sul terreno»: lo sviluppo prodigioso dipende dall'essere posto sulla terra. Il miracolo non è più nella vita, ma nella morte, per quanto paradossale possa sembrarci.

Sta a dire che il Regno è una potenza divina straordinaria, dagli effetti incredibilmente grandi; ma tutto è messo in moto da un piccolo gesto, spesso nascosto o ignorato: il dono della propria vita. E la Bibbia è il racconto di questi piccoli gesti. Tutto si fonda sulla fede di un uomo da solo, Abramo; sulla speranza di un povero immigrato, Mosé; sulla carità di un uomo che veniva considerato senza Dio e senza Legge, Gesù. Essi hanno creduto alla prorompente forza di crescita del loro essere piccoli. Non hanno preteso di vedere realizzarsi il Regno, né vi hanno rinunciato per la sproporzione fra la loro realtà e le promesse di Dio. «Nella fede morirono tutti costoro, senza avere ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra» (Eb 11,13). Sta a noi accogliere questi «stranieri» e imitarne i gesti.

 

Alberto Vianello

 

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