Gesù non chiede rinunce, ma condivisione

Briciole dalla mensa - 28° Domenica T.O. (anno B) - 14 settembre 2018

 

LETTURE

Sap 7,7-11   Sal 89   Eb 4,12-13   Mc 10,17-30

 

COMMENTO

Conosciamo bene l’episodio del ricco che va a chiedere a Gesù che cosa deve fare per ereditare la vita eterna. Eppure, ogni volta che lo leggiamo, troviamo qualcosa che ci stupisce. All’inizio del racconto, il personaggio viene definito con l’espressione più anonima possibile: «un tale». E, alla fine dell’episodio, rimane un semplice participio: «uno che aveva molti beni». Pare che quest’uomo non abbia una propria identità: ne è privato dalle sue ricchezze. Perché i beni si sono impossessati del suo cuore. La Scrittura non fa campagna ideologica contro i ricchi: si limita a constatare un dato di fatto. Il rapporto con i beni rischia di rendere l’uomo non libero. Gesù dice che non si può servire «Dio e mammona» (Mt 6,24), cioè la ricchezza. Il termine «mammona» deriva dalla radice ‘aman – da cui deriva anche la parola amen – e significa «credere, aver fede»: nella ricchezza si pone fiducia, al denaro ci si affida. Non è facile avere un rapporto distaccato con i beni: si finisce per «essere ricchi», piuttosto che «avere ricchezze». Per Marco, l’esempio opposto è il povero cieco seduto lungo la strada a mendicare: di lui si dice il nome («Bartimeo») e l’origine («figlio di Timeo»), nulla può identificarlo più chiaramente. Egli lascerà tutti i suoi beni (il suo mantello) e, pieno di gioia, seguirà Gesù (cfr. Mc 10,46-52). Mentre il ricco «si fece scuro in volto e se ne andò rattristato».

 

All’inizio, il comportamento di quest’uomo sembra un riconoscimento di fede nei confronti di Gesù: gli corre incontro, gli si getta in ginocchio, lo chiama «Maestro buono». In realtà, il fatto che Gesù , alla sua richiesta su che cosa debba fare, lo rinvii alla seconda tavola del Decalogo, quella che elenca i doveri verso il prossimo, fa pensare che il Signore l’abbia letto come un devoto praticante, ma privo di una reale apertura agli altri.
Anche oggi si trovano nelle parrocchie persone che si dichiarano fedeli osservanti, ma che scambiano la comunità cristiana come il luogo dove esercitare i propri diritti di “brave persone”, che diventano, per gli altri, dei doveri nei loro confronti, pena la condanna: loro sono i veri cristiani, hanno perciò dei diritti sulla comunità, ed è necessario riconoscerglieli e adempierli. In verità, se si vedono solo le proprie esigenze, per quanto vere siano, se le si rendono degli assoluti, si finisce con il calpestare le altre persone. Invece, dobbiamo tutti riconoscerci debitori dell’amore nei confronti degli altri e porre il rispetto della loro dignità e del loro servizio al di sopra di tutto.

 

Nei Vangeli, Gesù ci rivela un Dio che non pretende nulla dall’uomo e, al contrario, gli dona tutto in maniera gratuita e incondizionata: è il grande e il bello della nostra fede. Non possiamo perciò pensare che Gesù si faccia invece molto esigente con il ricco, dato che gli chiede di rinunciare ai suoi beni. Credo, invece, che il Signore voglia, con questa richiesta, semplicemente dare concretezza ai precetti dell’Antico Patto sul rispetti degli altri. Quando leggiamo questo episodio, noi siamo spontaneamente attratti dalla richiesta di «vendere i propri beni», perché ci può sembrare eccessiva e perché costituisce il motivo per il quale il ricco se ne va deluso. Ma, in realtà, credo che l’accento cada sul «dare ai poveri»: il vendere è solo la condizione per poter poi dare. Gesù non ci chiede rinunce, ma condivisione. In ogni modo, si tratta non di una pretesa, ma di un dono. E vendere i beni e darli ai poveri è già sequela del Signore («Vieni, seguimi!»).
Infatti, con bellissima finezza, Marco dice che Gesù «fissò lo sguardo su di lui e lo amò»: da qui scaturisce la richiesta di vendere i beni e darli ai poveri. Con la forza della tenerezza del suo sguardo e con l’espressione del suo amore, Gesù fa sentire all’uomo quello che poi lui deve far sentire agli altri, soprattutto ai più bisognosi: di essere amati e che qualcuno si prende cura di loro.

Il ricco aveva chiesto che cosa doveva fare per ereditare la vita eterna, Gesù qui gli risponde che se darà i suoi beni ai poveri «avrà un tesoro in cielo»: il modo migliore per capitalizzare è donare, non tenere per sé, accumulare invece il capitale dei gesti di carità, perché alla fine rimarrà solo l’amore (cfr. 1Cor 13,9). I beni - materiali, morali o spirituali che siamo – vanno distribuiti: non devono essere motivo di vanto per chi li ha, ma di causa di gioia per chi si trova nel bisogno e si scopre beneficato da un altro.
Bisogna però fare attenzione, perché «avere un tesoro in cielo» non significa che si è spinti a fare la carità per poi avere l’approvazione e il riconoscimento da parte del Signore. Il riferimento a Dio («il tesoro nel cielo») sta nel fatto che il credente aiuta i poveri con i suoi beni soltanto per fare come ha fatto Gesù stesso e riconoscendo che siamo stati beneficati dalla Grazia, e questa è la nostra fede: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8b).

 

La conclusione racconta il fallimento della sequela dell’uomo ricco: «Egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato». Non è solo una sua sconfitta, credo lo sia stata anche per Gesù. Perché Egli è sempre attento all’uomo e farebbe qualsiasi cosa pur di conquistarci tutti al Padre e al suo Regno. Gesù non assume mai un atteggiamento come: «Queste sono le condizioni, chi accetta bene, chi non le accetta peggio per lui». Gesù cerca e crede sempre nella possibilità di recuperare l’uomo, anche il più perduto. Quindi è l’uomo che rinuncia, non Dio. Sono i suoi beni che condannano l’uomo ricco, non le richieste di Gesù, che amandolo lo aveva invitato a seguire Lui, non i suoi beni. Dio deve essere il riferimento fondamentale della nostra vita, il suo senso, il suo scopo, il segreto per la felicità della nostra umanità. Non le ricchezze, che sono illusorie e falsamente appaganti.

 

Alberto Vianello

 

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